“A Torello Giussani anticipò ai giessini di Rimini la nascita di Cl”

“A Torello Giussani anticipò ai giessini di Rimini la nascita di Cl”

Don Luigi Scappini, che nel 1968 partecipò alla due giorni con il gruppetto dei superstiti riminesi di Gs insieme a don Luigi Giussani, offre notizie inedite su quell'incontro che trova posto nel libro di Savorana sulla "Vita di don Giussani". Ma racconta anche altri due episodi che vedono protagonista don Giancarlo Ugolini. Un viaggio a Taizé e un commento sulla Humanae Vitae.

Rimini ha un ruolo chiave nella storia del movimento di Cl e non solo a causa del Meeting e delle altre opere nate in città. Alberto Savorana nel libro sulla Vita di don Giussani (Rizzoli) ha fatto diversi riferimenti a vicende e personaggi riminesi, a partire da don Giancarlo Ugolini, Marina Valmaggi e Rori Mingucci e, fra gli altri, Nicola Sanese, Bruno Sacchini, Antonio ed Emilia Smurro, Nadia e Domenico Pirozzi, questi ultimi a proposito della nascita del Meeting.
Un capitolo importante del volume (oltre 1300 pagine) ricostruisce un momento cruciale per la presenza di Cl a Rimini, a seguito della crisi che portò praticamente alla scomparsa di Gs e all’allontanamento di quasi tutti in quella fase: “… a Rimini la crisi ebbe le conseguenze più rovinose, e la maggior parte dei “giessini” si allontanò definitivamente dal movimento. Nell’estate del 1968, infatti, delle centinaia di persone che costituivano la GS riminese ne rimangono una ventina”, scrive Savorana. E’ il capitolo 14 e riguarda “I due giorni a Torello”, particolarmente sottolineato dallo stesso Savorana nella presentazione del volume avvenuta a Rimini nel dicembre del 2013. E spesso richiamato dai responsabili di Cl a Rimini per mettere in luce la radice dell’esperienza del movimento da riscoprire continuamente, anche oggi. Rispolvera un periodo davvero difficile, che si concluse con una riunione a Cesena dei responsabili della Fuci Romagna che sancì “la fine dell’esperimento “regionale”, anzi la fine dell’esperienza giessina tout court”. Marina Valmaggi davanti a questo terremoto pensò bene di andare a parlarne con don Giussani. Gli telefonò e lui non perse tempo, anzi, non chiese ai riminesi nemmeno di fare lo sforzo di andare a Milano. Si rese disponibile a venire ad incontrare gli amici di Rimini.
Racconta Savorana che l’appuntamento avviene a Torello (comune di San Leo) il 23 luglio 1968, nella casa in collina di Salvatore Fratti, giessino di Rimini che abitava a San Giuliano mare e frequentava la parrocchia di don Luigi Scappini. Chi partecipa a quella riunione? Roberto Mingucci e Marina Valmaggi, Emilia Guarnieri e Antonio Smurro, Salvatore Fratti, Angela Salvini, don Giancarlo Ugolini e don Scappini. Di cosa discutono? Savorana riporta gli appunti conservati da Marina Valmaggi: “Giussani mette in guardia quel gruppo di amici dal voler cambiare il mondo con le loro forze e aggiunge che cambiare il mondo con la propria volontà è una cosa malinconica perché non può riuscire”. Quel ritrovarsi insieme al leader carismatico sarà l’avvenimento di un nuovo inizio per il gruppetto di Rimini.
Ma di quella due giorni a Torello c’è altro da registrare. E chi può farlo se non un testimone presente all’incontro?
Agosto 2014. Don Luigi Scappini trascorre qualche giorno di riposo a Gabicce. Come ogni estate. Marco Ferrini lo sa bene, lo conosce da lunga data. Andiamo insieme a salutarlo. E’ l’8 agosto e chiacchierando sulla terrazza del bar dal quale si apre l’incredibile veduta della baia, emergono sorprese sull’evento di Torello e non solo.
Chi è don Luigi Scappini? E’ un sacerdote della diocesi di Rimini, anche se da molti anni vive all’estero. E’ stato parroco a San Giuliano mare, a S. Ermete e a Novafeltria fra la fine degli anni 70 e la metà degli anni ’80. Ad un certo punto abbraccia il Cammino Neocatecumenale e diventa missionario a Berlino, dove vive anche oggi. “Ho lasciato Rimini nel 1979 per andare in alcune parrocchie in Sicilia e in Calabria, dove sono rimasto per sei anni”, ricorda, “seguendo il Cammino Neocatecumenale. Nel 1986 alcune delle nostre famiglie partirono in missione a Strasburgo, in Finlandia e ad Amburgo. Don Aldo Amati mi aveva regalato una vacanza di una settimana a Moena. Avevo appena comprato gli scarponi quando ho ricevuto una telefonata. Il prete che doveva accompagnare la famiglia Neocatecumenale ad Amburgo all’ultimo momento non aveva potuto partire. Chiesero a me di andare”. Poi il vescovo di Rimini dell’epoca, mons. Giovanni Locatelli, lo manda a Novafeltria: “Vai e fai quello che ti chiede il parroco”, mi disse Locatelli. “Sono andato armato solo di due armi: la bibbia e il breviario. Fu un’esperienza indimenticabile”, commenta don Luigi Scappini. Che di Locatelli conserva un ricordo straordinariamente positivo: “Con lui ho avuto un rapporto di amicizia e anche epistolare molto intenso. E’ stato un uomo di grande fede, profondo conoscitore di Santa Teresa D’Avila e di S. Giovanni della Croce”.
Sempre più famiglie del Cammino Neocatecumenale lasciano l’Italia per andare in terra di missione. Dopo le prime tre ne seguono a breve altre 12 e poi 36. Don Scappini chiede a mons. Locatelli il permesso per andare a Berlino e gli viene concesso. Sarà parroco per quasi 30 anni nella capitale tedesca e anche padre spirituale in seminario.
E torniamo a Torello. Don Scappini ricorda molto bene il ciclone del 68 che si abbatte su Gs a Rimini: “La secolarizzazione aveva pulito il melo, i migliori erano passati in Lotta Continua. A seguito di quei fatti Giussani fu invitato a Rimini e si tenne la due giorni a Torello. Lui soggiornava nella foresteria delle monache Benedettine di Verucchio mentre noi che venivamo da Rimini facevamo avanti e indietro, facendoci trovare nella casa di Salvatore alla mattina”.
Ma è sui contenuti di quello storico incontro che don Scappini aggiunge un particolare di non poco conto. “In quel periodo Don Giussani aveva appena avuto l’intuizione di Comunione e Liberazione”. Che infatti comparirà ufficialmente per la prima volta alla fine del 1969. “A Torello Giussani parlò per la prima volta di quello che sarebbe nato di lì a breve, cioè di Comunione e Liberazione e quindi noi fummo testimoni di questa novità. Eravamo contentissimi perché essendo alla ricerca di una novità e ascoltando le parole di Giussani fummo pieni di gioia. Don Giancarlo era entusiasta”.
Nel 68 il nome di Cl ancora non circolava, anche perché in quella stagione la parola liberazione avrebbe potuto essere interpretata in maniera sbagliata, sulla scia non solo del Sessantotto ma anche della teologia della liberazione in auge in America Latina. Significativo il punto di sintesi di don Giancarlo Ugolini circa l’esperienza di Torello riportato nel libro di Savorana: “Da lì abbiamo ripreso, si è ripartiti sulla parola Gesù e sulla parola comunione, e basta”.
Secondo il racconto di don Scappini, dunque, il gruppetto di Rimini sarebbe stato fra i primi, quasi in assoluto, a partecipare della novità che poi investì la chiesa e la società italiana fino a diventare quel movimento radicato e diffuso in tutto il mondo e che nel 1982 ottenne il riconoscimento del Vaticano nella forma della Fraternità di Cl. A Torello, dunque, don Giussani anticipò al gruppetto di riminesi la nascita di Cl, segno anche della considerazione in cui il sacerdote milanese ha sempre tenuto la realtà di Rimini.
Ma don Luigi Scappini rivela altri particolari inediti su don Giancarlo.
“Quando uscì la Humanae Vitae, nel 1968, più o meno con quello stesso gruppetto di amici eravamo in casa di don Giancarlo, in via XXII Giugno, dove abitava con la mamma. Commentammo insieme l’Humanae Vitae che stava suscitando un profondo dibattito dentro e fuori la chiesa. C’era discussione anche tra di noi, don Giancarlo ascoltò in silenzio e alla fine disse una frase che non dimenticherò mai: Io voglio scommettere sulla chiesa. Non aggiunse altro. E ha avuto ragione”.
Ci fu poi un viaggio, davvero speciale, che vide partire insieme tre sacerdoti da Rimini, all’epoca tutti attratti dall’esperienza nata da Gs: “Io, don Aldo Amati e don Giancarlo Ugolini andammo a Taizé”. La comunità monastica fondata da frère Roger. “Partimmo con la Volkswagen di don Giancarlo e fu un’esperienza bellissima. A Taizé c’erano già 70 monaci ma ancora poco flusso di gente e quindi potemmo conoscere bene quel luogo e parlare con frère Roger. Davanti alla tempesta che stava investendo la chiesa e metteva in crisi anche le vocazioni religiose, Roger Schutz ripeteva che una delle ultime cose che bisogna mettere in discussione è la chiamata di Dio. Dio non si sbaglia. Ma questo vale anche per marito e moglie, non solo per preti e suore. A Taizé ho visto Dio nella liturgia, è stato per me un choc. “Beati voi perché la vostra Eucarestia è sicura”, disse frère Roger a noi tre preti di Rimini al termine di una messa”.

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