Ciconte: “Le liste al voto a Rimini siano a prova di infiltrazione mafiosa”

Ciconte: “Le liste al voto a Rimini siano a prova di infiltrazione mafiosa”

Troppo apocalittico l'allarme lanciato dalla Direzione Nazionale Antimafia, che bolla l'Emilia Romagna nel suo insieme come regione infestata dalla m

Troppo apocalittico l’allarme lanciato dalla Direzione Nazionale Antimafia, che bolla l’Emilia Romagna nel suo insieme come regione infestata dalla mafia. Ma l’omertà c’è, la ‘ndrangheta è ben presente e punta al livello politico e alle leve finanziarie. Rimini non deve chiudere gli occhi, come ha fatto fino a pochi anni fa. Le grandi inchieste come Vulcano, Mirror e Criminal Minds hanno portato a galla molto, ma c’è ancora parecchio da scoperchiare. Parla Enzo Ciconte, uno dei maggiori esperti in materia.

“Mi auguro che tutti i partiti facciano molta, molta, ma molta attenzione alla formazione delle liste, in modo particolare ai candidati sindaci”. Lo ripete tre volte Enzo Ciconte (nella foto), ex deputato, professore, autore di una marea di pubblicazioni e ricerche in tema di mafia, e uno dei maggiori conoscitori del fenomeno delle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, di cui si occupa dagli anni 90. “Si deve pretendere di avere candidati illibati, senza nessuna commistione con la criminalità”, spiega. “Non bisogna commettere l’errore di voler vincere a tutti i costi perché mettendosi in questa condizione ci si predispone culturalmente ad accettare il sostegno del ‘ndranghetista che in campagna elettorale ti propone il pacchetto di voti che può far vincere. Occorre battere la cultura del ‘vincere a tutti i costi’. Una volta si diceva pecunia non olet: quanti danni ha fatto questo modo di pensare in Emilia Romagna? Tanti. Il denaro invece ha odore, eccome se ce l’ha, così come ce l’hanno anche i voti”.
Enzo Ciconte sa di cosa parla quando parla di mafia e anche di quella senza coppola che ha messo radici in riviera. Lui molto prima delle inchieste che hanno portato a galla il fenomeno anche in Romagna, aveva tracciato la mappa del pericolo con nomi e cognomi. Ma oggi non accetta la lettura “apocalittica”, così la definisce, della Direzione Nazionale Antimafia, che ieri ha presentato la sua relazione annuale e nella quale parla di una regione “fino a qualche anno fa esempio di buona amministrazione” che “ha subito una profonda trasformazione e si presenta caratterizzata dai tratti tipici dei territori infestati dalla cultura mafiosa”. Dove regna l’omertà (“all’elevato numero delle attività criminali riconducibili alla ‘ndrangheta, così come ricostruito dalle indagini e dalle sentenze, non ne corrisponde uno altrettanto apprezzabile di denunce da parte delle vittime”), ormai diventato “l’atteggiamento della società civile, rallentando il formarsi di una piena consapevolezza della reale dimensione del fenomeno e compromettendo e rendendo più complessa una tempestiva ed efficace azione di contrasto”. E, colpo finale, la Dna sostiene che l’inchiesta Aemilia (gennaio 2015) è stata “in grado di stravolgere la reputazione di quella che, ormai, potremmo dire, una volta, era orgogliosamente indicata come una Regione-modello, ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti”.

Allora, professore, cosa pensa di questa fotografia scattata dalla Dna?
“Che ci sia omertà anche in Emilia Romagna è vero. Si è sempre pensato che fosse una caratteristica dei meridionali, quasi il loro Dna, ma è una sciocchezza, sulla quale però si è costruito un immaginario. In realtà l’omertà nasce dalla paura e se sei terrorizzato non cambia molto che ti trovi a Catanzaro, a Palermo o a Rimini: chi ha paura non parla. E quindi l’omertà c’è dappertutto, anche al nord, ovunque si verifica una condizione di presenza della mafia molto forte, lì c’è anche una preoccupazione da parte di chi è esposto all’attività mafiosa”.

Invece sul resto?
“Io non credo che l’inchiesta Aemilia metta a repentaglio la reputazione dell’Emilia Romagna, perché se fosse così non ci sarebbe più nessuna regione con una buona reputazione in quanto la presenza delle mafie c’è dappertutto. Tutte le regioni italiane sono malfamate perché hanno una presenza mafiosa? Parliamoci chiaro, la presenza mafiosa in Emilia Romagna, anche dopo l’operazione Aemilia, dice una cosa molto semplice: che si tratta di una presenza fortissima della ‘ndrangheta in alcuni territori dell’Emilia, ma altri sono appena sfiorati, non si può parlare di tutta la regione. Le dirò di più…”

Dica.
“Se si riflette sulla ricostruzione a seguito del terremoto si vede che le ditte che hanno lavorato sono state infiltrate per una percentuale bassissima perché il sistema di controllo messo in campo ha funzionato, cosa che non è successa all’Aquila e altrove. Anche per questo non accetto le conclusioni alle quali è giunta la Dna”.

Ma allora perché, a suo parere, la Dna arriva a conclusioni così drastiche?
“Forse per un senso di colpa, perché nei decenni passati non hanno guardato bene a quello che succedeva in Emilia Romagna. Forse perché c’erano giudici che non accoglievano le ipotesi di alcuni pm sul 416-bis e dicevano che in Emilia Romagna non c’era la mafia. Dal 1997 io denuncio proprio questa impreparazione di certa magistratura emiliano romagnola, subalterna all’idea che in Emilia non ci fosse la mafia, per cui condannava gli imputati per traffico di droga, omicidio, furto … ma non per mafia perché significava ammetterne la presenza”.

Alcune grandi inchieste (come Vulcano, Titano, Mirror, Criminal Minds e altre) negli ultimi anni a Rimini hanno scoperchiato un bel pentolone.
“E secondo me c’è ancora di più da scoperchiare, ma neanche nella Palermo dei Corleonesi si diceva quello che oggi dice la Dna dell’Emilia Romagna. Anzi, si è sempre teso a distinguere la Sicilia da Palermo, e non si è mai detto Palermo o la Sicilia sono tutta mafia. Aggiungo che a generalizzare si finisce per consegnare tutta la cittadinanza alla mafia e io non ci sto. I magistrati devono avere equilibrio quando esprimono certi giudizi”.

Quella di mettere la testa sotto la sabbia è stata in passato anche la reazione delle istituzioni a Rimini. Nel 2003, quando venne la Commissione antimafia, tutti gli attori locali minimizzarono e negarono il problema.
“Ricordo. In quegli anni io facevo ricerche sul fenomeno mafioso per conto della Regione Emilia Romagna, la quale mandava alla Provincia di Rimini 200-300 copie perché venissero distribuite ai sindaci, agli amministratori comunali. Quello che lei dice è talmente vero che qualche presidente della Provincia pensò bene di tenerle nei cassetti le mie ricerche e non farle circolare”.

E nel 2007 l’Università di Rimini le revocò il corso in “Storia della criminalità organizzata”.
“Il termine è inesatto, direi che non mi fu più rinnovato dopo il primo anno. Alcuni settori dell’università pensavano che parlare di mafia avrebbe significato macchiare il buon nome di Rimini e del turismo. Come se parlare di mafia a Rimini significasse una patente mafiosa per la città. Credo invece che un corso di quel tipo, rivolto ai giovani, avrebbe aiutato a sviluppare gli anticorpi verso la mafia”.

Qual è situazione della Romagna oggi dal punto di vista delle infiltrazioni mafiose rispetto a quando lei ha iniziato ad occuparsene alla fine degli anni 90?
“C’è una clandestinizzazione maggiore delle attività economiche e politiche della mafia e della camorra. La ‘ndrangheta e la camorra si stanno muovendo sul terreno economico-finanziario e del rapporto col mondo della politica ed è chiaro che questi non sono terreni immediatamente percepibili. Ci vuole pazienza, intelligenza investigativa, capacità di leggere quel che accade. E’ più difficile pervenire ad evidenze giudiziarie. Anche a Rimini e San Marino c’è un giro vorticoso di denaro ed è probabile che ci siano attività finanziarie di tipo mafioso, ma purtroppo questa finanziarizzazione delle mafie le rende più invisibili, quindi ci vorrà più tempo di prima per venirne a capo. Il traffico di droga lo si vede più facilmente, mentre chi tira i fili nel mondo della finanza … (c.m.)

Ci sono volute le grandi inchieste di mafia per convincere che la Riviera non è un’isola felice

Vulcano, Machiavelli, Staffa, Cartesio, Titano, Mirror, Criminal Minds. Ci sono volute le grandi inchieste di mafia e la confisca di una decina di beni fra Misano, Cattolica, Riccione, Rimini e Bellaria, per convincere la politica e le rappresentanze istituzionali locali che Rimini, la Romagna e la riviera non sono isole felici e che la penetrazione mafiosa ha camminato velocemente.
Quando il sottoscritto nel 2002 pubblicò su Ariminiol una ricerca di Enzo Ciconte che documentava il problema in tutta la sua gravità, tanto che la Commissione parlamentare antimafia decise prima una consultazione dei vertici delle forze dell’ordine e poi di venire a Rimini per approfondire, ci fu una levata di scudi. Le forze politiche e le associazioni di categoria si dissero ignare di qualunque tipo di infiltrazione mafiosa in riviera. Il Resto del Carlino nell’aprile del 2003 scriveva: “Certo è che la decisione della Commissione di restare a Rimini due giorni e di ascoltare un così largo numero di testimoni ha sollevato nei Palazzi della città più d’un mugugno. La preoccupazione è che venga rimbalzata all’esterno l’immagine di una riviera chiacchierata”.
Eppure ai primi anni 90 era stata la Federazione Pds di Rimini a pubblicare un volumetto dal titolo emblematico: “Inquieto vivere. Vent’anni con la criminalità organizzata a Rimini”. Avevano scoperto l’acqua calda, perché già dagli anni 80 la riviera non era un’isola felice, basti ricordare lo sbarco del re del gioco d’azzardo, Angelo Epaminonda. E poi le bische clandestine dei Cursoti e tanto altro. Nel 93 il sindaco di Cattolica, Gianfranco Micucci, segnalava l’allarme costituito dai soggetti pericolosi inviati in provincia di Rimini al soggiorno obbligato. E l’invito ad aprire gli occhi venne anche dal suo collega di Riccione, Terzo Pierani. D’altra parte proprio una voce autorevole, quella dell’allora direttore dello Sco, Alessandro Pansa, nel 99 ammetteva che le indagini condotte dalla polizia sulla presenza criminale in Emilia Romagna, Rimini compresa, “sono state percepite in modo non sempre favorevole, soprattutto a livello locale”. E il procuratore Battaglino nello stesso anno scuoteva il torpore dilagante sostenendo che “la Riviera e la regione sono molto appetibili per il riciclaggio del denaro sporco in attività economiche da parte delle diverse mafie italiane e anche di quella russa”.
Solo dieci anni fa il prof. Ciconte dovette bruscamente interrompere il suo corso in “Storia della criminalità organizzata” nell’ambito del corso di laurea in Economia dell’Alma Mater, polo di Rimini. Era partito nel giugno del 2006, inaugurato da Piero Grasso, seguito da molti studenti e realizzato con una spesa irrisoria. Ma l’anno seguente qualcuno nell’università decise di chiuderlo, preoccupato di salvaguardare l’immagine della Rimini da cartolina e l’economia turistica.
Decenni di indagini e arresti, però, fino ai grandi e più recenti pentoloni scoperchiati, hanno chiarito anche a chi solo una decina d’anni fa accompagnava con sorrisini ironici l’allarme mafia in Riviera, il forte radicamento dei principali gruppi della criminalità organizzata sul territorio riminese, romagnolo e regionale. Ora si cerca di accendere i riflettori un po’ su tutto, anche sulla impressionante percentuale di alberghi passati di mano e gestiti in affitto (più del 50%). L’ultima relazione della Dna sostiene che “le località turistiche della costiera romagnola, quali Rimini, Riccione e Cattolica, risultano territori che offrono alle organizzazioni mafiose grandi opportunità di illecito profitto, tanto riciclando capitali illeciti attraverso la rilevazione di attività commerciali “pulite” quanto attraverso la pratica dell’attività usuraria soprattutto a scapito di operatori economici in difficoltà”.

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