Gnassi ha deluso, serve un nuovo patto civico per Rimini

Cinque anni di legislatura costituente per riformare il sistema politico locale e restituire poi al gioco democratico la capacità di selezionare davv

Cinque anni di legislatura costituente per riformare il sistema politico locale e restituire poi al gioco democratico la capacità di selezionare davvero la migliore classe dirigente e liberare la città da quelle rendite di posizione politica che la frenano.

Ha ragione il professor Zamagni. In una delle sue recenti conferenze riminesi ha sostenuto che Rimini sa dove andare, ma non sa come farlo.
Mette il dito nella piaga di un sistema politico bloccato che non riesce ad esprimere, da diversi anni ormai, un impulso forte sui nodi decisivi per la crescita dell’intera comunità.
Le attese di rinnovamento che si erano concentrate sul nuovo sindaco, a quattro anni di distanza dalla sua elezione, appaiono in grande parte deluse. Sulle questioni fondamentali si è registrato il fallimento come nel caso dell’aeroporto o la paralisi come nel caso del PSC. Parafrasando Matteo Renzi, non basta certamente, ad una città in bilico come Rimini, l’uso del cacciavite dell’arredo urbano nel centro storico, per risolvere quei problemi di fondo che ci hanno relegato all’ultimo posto nelle performance economiche della nostra regione.
Per la verità tuttavia i nodi di un sistema politico bloccato non riguardano solo Rimini.

L’esperimento del pentapartito a Rimini a cavallo della fine degli anni 80’ è durato tre anni. Guazzaloca a Bologna ha retto un solo mandato, sinceramente non credo che Pizzarotti a Parma nel 2017 otterrà una conferma, se ne vedono già molti segnali. Realtà comunali più piccole, come Bellaria, non possano fare testo perchè troppo influenti risultano, in questo caso, fattori locali non replicabili altrove. A Riccione invece, nonostante il brillante inizio della nuova amministrazione, è ancora troppo presto per trarre insegnamenti di carattere generale.
Insomma, la domanda è: perché in Emilia Romagna la democrazia dell’alternanza non riesce a mettere robuste radici e a produrre perciò i benefici effetti di quel fisiologico ricambio delle classi dirigenti che la caratterizzano?
Personalmente sono convinto che la democrazia moderna per funzionare bene abbia bisogno di una fattiva attuazione di questo principio, che consente ai sistemi di rinnovarsi e di mettere in campo opzioni e soluzioni alternative rispetto ai nuovi problemi di volta in volta creati dai cambiamenti economici e sociali. Lo dico anche se so che a pagarne il prezzo, qui da noi, potrebbe essere in tempi ravvicinati la mia parte politica (anche se non è detto).
Fino ad ora non è accaduto perché alla mancanza di alternanza la sinistra è stata capace, nei decenni passati, di dare bene o male parziali risposte, che hanno tuttavia efficacemente contribuito a ridurre la capacità di attrazione dello schieramento che si candidava al ricambio.
Di fronte ai tornanti più difficili disegnati dalle mutazioni economiche e sociali, infatti è riuscita a proporsi come alternativa a se stessa, nei programmi e negli uomini, colmando il fossato che si era creato tra società civile e società politica e apparendo più credibile dei diversi antagonisti che si è trovata di fronte.
Quando è stata scalzata dal potere ha usato gli anni di opposizione per compiere il mutamento che non era riuscita a concludere prima della sconfitta (come avvenne a Rimini alla fine degli anni ’80) e si è ripresentata più competitiva e credibile come forza di governo. Ha coniato diverse miscele tra il vecchio ed il nuovo, capitalizzando la forza d’inerzia del suo sistema di potere e innestandolo con le discontinuità di volta in volta necessarie.
Qualcosa di più insomma del “rinnovamento nella continuità” di togliattiana memoria anche se qualcosa di meno del vero cambio di regime che sarebbe stato necessario.
Sull’altro versante invece le occasioni di aprire un ciclo alternativo sono state sostanzialmente sprecate per la fragilità della cultura di governo messa in campo, per l’improvvisazione nel tenere assieme un nuovo blocco sociale, per un eccesso di ideologizzazione e di spirito di rivalsa.
Ma soprattutto a causa dell’equivoco tentativo di imporre un altro sistema di relazioni e di potere, spesso più opaco e meno inclusivo, in sostituzione di quello della sinistra. Una competizione basata su quei presupposti, era inevitabilmente destinata a raggiungere risultati effimeri.
Un sistema di potere costruito in decenni di governo mantiene infatti una grande forza d’inerzia, che non può essere arrestata semplicemente presentando un cambio dei collateralismi, una sostituzione degli attori, tra l’altro non sempre all’altezza del ruolo, ma continuando a recitare nei fatti la medesima commedia.
Così la democrazia dell’alternanza sulla terra rossa non attecchirà mai.

L’esito elettorale delle regionali 2014, con l’enorme astensione che ha registrato, sancisce però ora la definitiva conclusione di un’intera fase storica nella vita politica.
Il vecchio sistema di potere appare stremato, ed anche se non si intravede un’alternativa affidabile, né interna né esterna ad esso, la politica nelle sue diverse componenti deve fare urgentemente i conti con questo nuovo quadro.
All’ordine del giorno c’è infatti un vero cambio di regime che inveri e renda fattivi i principi della democrazia dell’alternanza.
Un cambio dai caratteri costituenti, che restituisca la par conditio alle forze politiche nel contendersi il governo locale e nel contempo ai cittadini la reale eguaglianza nel rapportarsi alle diverse funzioni della pubblica amministrazione, che smantelli perciò quello che resta dell’antico sistema di potere, il nostro muro di Berlino al riparo del quale si è mantenuta, senza grandissimi sforzi, l’inamovibilità della classe dirigente della sinistra. Un cambio che non può essere ulteriormente eluso e che dovrebbe basarsi su una domanda di governo esigente e su una larga condivisione di diverse matrici culturali e politiche.
A Rimini le recenti crisi sulle quali mi sono soffermato nel precedente articolo, rendono questo passaggio ancora più evidente e drammaticamente urgente.

Ho detto che il PCI prima e le forze politiche che ne hanno raccolto l’eredità negli anni successivi, arricchite da nuovi innesti di culture politiche, sensibilità programmatiche, insediamenti sociali e corpi intermedi, hanno rappresentato per decenni il “partito della comunità”.
Esso è stato (ritengo che anche chi vi si è opposto lo possa riconoscere) un fattore decisivo dei successi dell’economia e della società, ma anche un fattore di coesione sociale, di identità e di identificazione di grande parte della comunità locale.
Un sistema accettato e condiviso dalla maggioranza dei cittadini perché finalizzato a diffondere benefici individuali concreti e verificabili, a volte anche a scapito di quelli dell’intera comunità. Da una gestione “di relazione” del mercato del lavoro, alla pianificazione permissiva del territorio, dalla garanzia del rapporto tra credito e imprese, alla infrastrutturazione diffusa, alla tolleranza rispetto ad ampie fasce di elusione fiscale. Un sistema in grado inoltre di governare i processi di cambiamento attraverso un welfare flessibile ed innovativo che ha funzionato come valido ammortizzatore sociale.
Un sistema che aveva tuttavia un suo evidente tallone d’Achille: l’essere cresciuto in un rapporto drogato con la spesa pubblica e con l’uso indiscriminato del territorio. E perciò quando si è aperta la crisi finanziaria degli enti locali ha iniziato a franare, affossato dalla incapacità delle classi dirigenti di vederne il punto debole e di battere conseguentemente altre strade.

Non so quanti nella sinistra riminese si rendano davvero conto del punto al quale è arrivata la situazione. Il tema delle partecipate è un bel banco di prova di questa consapevolezza perchè tocca uno dei punti chiave del sistema di potere della sinistra.
Se devo dare un giudizio in base a come è stata gestita la vicenda del “Fellini”, alle confuse ricette proposte per le difficoltà finanziarie del polo fieristico congressuale, agli interrogativi senza risposta sulle risorse mancanti per completare il TRC, direi senza esitazione, pochi, molto pochi. Le ricette infatti continuano ad essere le stesse anche di fronte all’evidenza del loro fallimento, come se l’istinto di sopravvivenza dei vecchi assetti impedisse anche solo di pensare ad una loro riforma.
Si pensi agli interrogativi relativi alle quote pubbliche di Hera e al patto di sindacato ad esse connesso. Le recenti uscite del sindaco di Bologna hanno messo clamorosamente allo scoperto le fortissime resistenze, in ciò che resta di quell’antico sistema di potere, a varare una consapevole exit strategy. E’ un passato che sembra davvero non voler morire.
Ci si trova di fronte tuttalpiù, per le componenti maggiormente avvertite dell’attuale classe dirigente, al riconoscimento di uno stato di necessità ed al confuso tentativo di chiudere le falle esistenti, attraverso la cessione delle quote delle partecipate pubbliche.
Un tentativo pieno di tentennamenti e di incertezze, niente che assomigli ad un cambiamento radicale e ad un progetto per il futuro che dovrebbe essere basato, in questo specifico caso, sull’apertura concorrenziale del mercato dei servizi pubblici locali.
Quanto a consapevolezza della necessità di un cambio costituente, non mi pare che sulla parte destra dello schieramento politico le cose vadano meglio e non solo per le lacerazioni note. Si oscilla infatti tra la totale mancanza di un progetto alternativo, incapace di affrancarsi dagli antichi vincoli consociativi e la proposizione cupa ed identitaria di una idea di comunità di cui si fa portatrice la Lega, un’idea chiusa ed escludente, per giunta marcata da una evidente vocazione minoritaria.
E’ troppo presto per dire se la risorsa del civismo, per come si è presentata fino ad ora, riuscirà a divenire la vera alternativa a questo stato di cose e perciò la possibilità più concreta è che questo ruolo venga interpretato nella nostra città dal Movimento 5 Stelle.
Intendiamoci. I grillini, al di là delle divisioni che si intravedono anche nel loro campo, sono molto cresciuti come capacità di leggere i reali punti di crisi del sistema e interpretano il ruolo di opposizione in modo incalzante ed efficace e tuttavia faticano ad uscire dall’orizzonte della denuncia, dal mito privo di statuto della democrazia del web, rappresentando così una alternativa di governo che assomiglia troppo ad un disperato salto nel vuoto. Non è questo di cui Rimini ha bisogno.

Per uscire da questa situazione ci vorrebbe invece un solido patto civico per costruire i presupposti di una vera democrazia dell’alternanza. La “cisuleina” 2.0.
Un patto che dovrebbe avere come principale obiettivo la demolizione di ciò che resta del nostro muro di Berlino, colpendo alla radice la pletora dell’intermediazione politica che ha da tempo smarrito il suo riferimento nella società reale. Un disarmo bilanciato degli arsenali di consenso organizzato inglobati dai diversi sistemi di potere della sinistra e della destra che si sono disputati nei decenni di storia repubblicana la guida della città. Un patto che sarebbe ragionevole avesse come comprimario, se non come protagonista, lo stesso PD, erede del “partito della comunità” che ha guidato Rimini negli ultimi settant’anni.
Lo dico da uomo della sinistra perché la riforma della politica è uno degli elementi costitutivi della nuova sinistra di conio renziano ed è comunque nell’interesse della sinistra riminese liberarsi dal conservatorismo ed essere protagonista di questo rivolgimento.
I punti da aggredire sono sostanzialmente tre.
Il primo è quello del perimetro dell’intervento pubblico.
Dismettere tutte le partecipazioni pubbliche nelle attività che possono essere convenientemente gestite da imprese private. Regolamentare con finalità di liberalizzazione a carattere concorrenziale tutti i mercati dei servizi locali nei quali il pubblico è stato fino ad ora monopolista. Basare tutte le partenership pubblico privato su rigorosi, trasparenti e verificabili criteri concorrenziali meritocratici e sulla priorità della convenienza reale per i cittadini e non della pubblica amministrazione. Adottare nella misura più larga il principio della sussidiarietà orizzontale, consentendo procedure di cittadinanza attiva nella gestione delle opere pubbliche di prossimità, dell’assistenza e dello scambio solidale del tempo di cura.
Il secondo è quello dei caratteri della funzione pubblica.
Ridurre il suo perimetro di intervento pubblico non comporta renderlo meno pregnante ed essenziale per la crescita. Ritirarsi, in molti campi dalla gestione significa infatti rafforzare realmente compiti di indirizzo e di controllo fino ad oggi esercitati in modo carente od opaco o adottati in modo discrezionale. Disboscare, attraverso una puntuale opera di verifica in tutti settori, la regolamentazione da superfetazioni e velleità di pianificazione economica, spesso superate da direttive europee che vengono sistematicamente eluse. Utilizzare largamente, ma in modo trasparente, le opportunità consentite dalla legge per valutare e promuovere i progetti e non solo i piani, facendo funzionare secondo percorsi davvero celeri le conferenze dei servizi e gli accordi di programma. Fissare e rendere trasparenti e uguali per tutti le interpretazioni delle norme, generalizzando il diritto all’interpello e registrandone pubblicamente gli esiti. Favorire la devoluzione della istruttoria delle pratiche amministrative che devono sostenere le attività imprenditoriali verso le agenzie per le imprese.
Il terzo è legato allo status degli amministratori della cosa pubblica.
Sappiamo tutti a quale livello sia sceso il prestigio della politica tra i cittadini, gli episodi di corruzione e di malgoverno si sono moltiplicati e sembra che l’unico baluardo, di fronte alla incapacità della politica di riformare se stessa, siano rimaste le inchieste della magistratura.
Le carenze legislative possono essere superate da subito dall’adozione rigorosa di codici etici e protocolli di “buone pratiche” validi per tutti, che dissocino l’azione di governo e quella di rappresentanza dai due vizi capitali che paralizzano gli intenti di riforma: il doppiopesismo nel valutare la gravità delle inchieste sul malgoverno e la strenua difesa dei meccanismi che riproducono la rendita politica assicurata dal sistema di potere.
Riduzione dei costi della politica, curriculum di legalità, trasparenza e tracciabilità dei percorsi politici e professionali, disciplina dei conflitti di interesse, regime delle incompatibilità presenti e future, accountability. Per chi volesse saperne di più rimando alla Carta delle Buone Pratiche che insieme ad altri presentai quattro anni orsono.

Si può fare. Cinque anni di legislatura costituente per riformare il sistema politico locale e restituire poi al gioco democratico la capacità di selezionare davvero la migliore classe dirigente e liberare la città da quelle rendite di posizione politica che la frenano.
Non voglio mettere in secondo piano o banalizzare l’importanza di altri aspetti di un programma di governo, anche se, tornando a Stefano Zamagni, Rimini sa di cosa ha bisogno e molti punti di quel programma potremmo trovarli declinati con poche differenze nei diversi schieramenti che si preparano al prossimo confronto elettorale.
Personalmente sono convinto che i tre punti che citavo avrebbero invece un impatto dirompente e realmente discriminante, una vera discontinuità capace di liberare le grandi forze ed energie di lavoro, di impresa e di sapere che la nostra città ancora possiede.

Sergio Gambini

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