Le confessioni di don Terenzi

Le confessioni di don Terenzi

Per la prima racconta la storia dello zoccolo duro di sacerdoti e laici che, a seconda dei casi, sono stati giudicati profetici o eretici. Svela retroscena particolarmente succosi, come suo solito parla senza peli sulla lingua. Di Biancheri, Locatelli, De Nicolò, Lambiasi. Di don Aldo Amati. E della apparente pace che regna oggi in diocesi. Questa intervista è anche un documento che aiuta a far luce su una lunga fase della vita diocesana e dei suoi protagonisti.

Il settimanale cattolico Il Ponte non è stato appena un organo di informazione, come continua ad essere. Ma un progetto di cambiamento della chiesa in chiave post-conciliarista e progressista. Ha influenzato vescovi e condotto battaglie. Ha ricevuto pagelle lusinghiere e scatenato polemiche accese. Ha riscaldato gli animi e ha diviso. Don Piergiorgio Terenzi ne è stato direttore dal 76 al 92, ma prima ancora a capo del Centro Studi Diocesano e della Rivista Diocesana. L’intellettuale organico di una posizione ben precisa, insomma, che nel suo percorso ideale e formativo annovera la tesi di laurea sulla teologia della liberazione latino-americana. E’ stato per sei anni anche vicepresidente della Federazione Settimanali Cattolici Italiani. Un personaggio di spessore, dunque, che oggi vive alla Casa del Clero senza più nessun ruolo. Per la prima volta si confessa in pubblico. E racconta a Rimini 2.0 la storia dello zoccolo duro di sacerdoti e laici che, a seconda dei casi, sono stati giudicati profetici o eretici. Svela retroscena particolarmente succosi, come suo solito parla senza peli sulla lingua. Di Biancheri, Locatelli, De Nicolò, Lambiasi. Di don Aldo Amati. E della apparente pace che regna oggi in diocesi. Questa intervista è anche un documento che aiuta a far luce su una lunga fase della vita diocesana e dei suoi protagonisti.

Il Ponte esce nel dicembre del 76, vuoi raccontarci un po’ come andarono le cose?
Io ero direttore del Centro Studi Diocesano e in quel ruolo dirigevo la Rivista diocesana (nata nel 1967 e chiusa nel 1977), la Scuola di teologia e tenevo vari incontri formativi. Mi rendevo però conto che gli interlocutori del mio lavoro, per quanto qualificati fossero, non andavano al di là di un gruppo molto ristretto, non dico inincidente ma comunque non si riusciva a dialogare con la base.

Da qui l’idea di un giornale?
Si. Siccome conoscevo già, ed anzi ero amico, di don Franco Peradotto, direttore del settimanale diocesano di Torino e presidente della Federazione italiana settimanali cattolici, ho lanciato l’idea a lui.

E come l’ha accolta?
Non solo l’ha approvata, ma si è reso disponibile a darmi anche tutti gli aiuti tecnici che erano nelle sue possibilità, per cui grazie anche al suo “ombrello” protettivo – considerato ciò che significava Torino allora col card. Pellegrino – e grazie anche al vicario generale dell’epoca a Rimini, mons. Fausto Lanfranchi, la mia proposta poté concretizzarsi.

Quale fu l’appoggio determinante a Rimini per la partenza del Ponte?
Il palo portante per me è stato il vescovo Emilio Biancheri, il quale non era un entusiasta, non era un dinamico, però cordialmente si era messo nel flusso conciliare del rinnovamento. Non dico che approvasse tutto lo spirito innovatore del Concilio però la prospettiva fondamentale aperta dal Vaticano II era da lui cordialmente accolta. E in fondo, esagero ma c’è anche del vero in quel che dico, le polemiche che sono succedute alla nascita del Ponte sono molto legate alle polemiche pro o contro il Concilio.

Quindi Biancheri fu totalmente favorevole alla nascita del settimanale diocesano?
Perlomeno sentiva l’esigenza di una possibilità di dialogo, di apertura e di conoscenza che non comprendesse solo i soliti noti, ma che ampliasse il raggio d’azione. Un altro che, oltre a mons. Lanfranchi, direttamente o indirettamente ha sostenuto molto il Ponte, anche dal punto di vista pratico, è stato don Filippo di Grazia. Era strutturalmente polemico ma faceva bene a mio parere. Poi Piergiorgio Grassi, Giorgio Pasini, aggregammo anche Amedeo Montemaggi, all’inizio “rivale” come direttore del Resto del Carlino, ma poi nel Ponte si inserì bene come storico.

Don Aldo Amati non ebbe nessun ruolo?
Amati è il solito furbacchione (sorride Terenzi, nda), scusami se dico le cose come le penso al di là della opportunità. In linea di massima era d’accordo su uno strumento come Il Ponte, probabilmente non era del tutto in linea sulla mia direzione…

Quindi ci fu anche dibattito su chi dovesse occuparsi della direzione?
Una volta che il settimanale l’avevo proposto io ed ero responsabile del Centro Studi, non c’erano molte alternative, però il tema della direzione si pose.

Con quali alternative al tuo nome?
L’eventuale alternativa che si presentò fu quella fra un prete e un laico, e se non l’avessi diretto io l’avrebbe fatto Piergiorgio Grassi. Ma poi si è digerito il fatto che dovesse essere un prete.

Di chi fu l’ultima parola al riguardo?
Di mons. Biancheri.

Ci fu un confronto sulla opportunità di attendere l’arrivo del nuovo vescovo, cioè mons. Locatelli, o partire col Ponte senza attenderlo. Confermi?
Si. Quando iniziammo a ragionare sul Ponte sapevamo che il cambio del vescovo sarebbe stato prossimo. A mio parere, ma non è stato solo il mio, abbiamo approfittato di Biancheri per dire: facciamo le cose come le abbiamo pensate, poi ci arrangeremo col nuovo vescovo. Altrimenti c’era il rischio di dover ricominciare tutto il discorso da capo. Per cui un po’ furbescamente abbiamo preferito tagliare il traguardo prima dell’arrivo di Locatelli.

Tutti d’accordo su questa scelta, anche il vicario generale Lanfranchi, Amati…?
Si, quelli che volevano Il Ponte furono tutti d’accordo.

Poi succede però che l’arrivo di Locatelli non si dimostra indolore per il Ponte.
Non si dimostra indolore perché la sensibilità chiamiamola “sociale” di Locatelli era meno evidente di quella di Biancheri; non che fosse meno sensibile e intelligente, però vivendo in una chiesa bergamasca, non so se mi spiego …

Non tanto.
Intendo un po’ segnata da quella sclerotizzazione clericale che fa fatica a misurarsi con i fatti.

Quindi Locatelli ha fatto sentire la sua voce sul Ponte?
Ha fatto delle correzioni o ha dato a me alcune indicazioni, ma non in maniera pesante, direi di carattere orientativo, che non ricordo neanche come rimproveri. Non ci fu una polemica esplicita e poi la mediazione autorevole di mons. Lanfranchi è servita molto a livello “politico”.

Tuttavia solo a leggere il Ponte di quegli anni si trovano richiami molto energici da parte di Locatelli, in particolare a partire dal 1980 quando affiancò alla redazione una commissione esterna con lo scopo di “rivedere criticamente il lavoro svolto” dal giornale, fino a culminare con la cancellazione della dicitura di settimanale “della chiesa riminese” dalla testata. Ci fu poi un caso abbastanza clamoroso: Sandro Magister su l’Espresso fece una valorizzazione del Ponte e tua in particolare definendoti “voce moderna di un cattolicesimo di minoranza”.
Si me la ricordo eccome. Detto da Magister direi che va bene…

Immagino che Locatelli non la prese bene quando tu titolasti “Il Ponte va forte, parola di Espresso”.
Si è così…

E infatti nel numero successivo tu scrivi un editoriale dove sminuisci la portata di quelle parole e sostanzialmente sposti il piano dalla chiesa alla politica scrivendo che voce moderna di un cattolicesimo di minoranza va inteso nel senso che “il cattolicesimo in Emilia Romagna è in una situazione socio-culturale di minoranza (siamo in zona rossa)”.
L’ho messa in politica, perché essere difesi da Magister e dall’Espresso… Anche se avevo capito che lui intendeva un’altra cosa e che era giusta, cioè che il Ponte era una voce dissonante all’interno della Chiesa, ma ho dovuto coprirmi.

Immagino sia stato uno dei momenti più difficili della tua direzione del Ponte, o no?
Probabilmente si, uno dei più difficili da aggirare.

Cosa ricordi della “gestione” Locatelli?
Era un uomo di una grande buona volontà, per cui non lo potevi accusare di avere doppi fini o trame non molto chiare, però che non fosse troppo elastico mentalmente si vedeva, ma ad un certo punto dovevi dire “poverino, più in la di li non ci arriva” e ti fermavi li, non è che te lo facevi nemico. Un limite più che una contrapposizione.

Mons. Locatelli sollevò questioni importanti proprio sulla linea conciliarista del Ponte, denunciò una “chiesa parallela” che aveva in mano le redini della diocesi. E’ così o no?
E’ esatto. Ad un certo punto prese una posizione netta. L’idea della chiesa parallela è venuta fuori in maniera esplicita, disse che chi guidava effettivamente la chiesa erano altri e fece nomi e cognomi. In effetti ha messo l’accento su questo bipolarismo fra la forma e la sostanza.

Reale oppure no? Esagerava o vedeva giusto?
Non si inventava nulla, si rendeva conto che fra quanto voleva lui e quel che veniva fuori nella diocesi c’era un gap.

E il fulcro di quel che veniva fuori era nel Ponte?
Direi il punto di espressione più chiara e un po’ anche la mente.

Per te e per quelli che erano intorno a te cosa ha rappresentato il Concilio Vaticano II?
Anzitutto non per niente il giornale è stato chiamato Ponte, non solo per il ponte di Tiberio (immagine che all’inizio era anche nella testata), ma perché voleva costruire il ponte sulla sponda del Concilio di Trento da una parte e la sponda post-conciliare del Vaticano II dall’altra. Nella sostanza, il seminario doveva inventare l’immagine del prete di domani perché quella di ieri faceva acqua da tutte le parti o perlomeno non era più adeguata. C’era l’esigenza, che è tuttora presente, di concedere responsabilità e autonomia ai laici, perché i preti, oltre che padri, sono i carabinieri della chiesa e il Concilio ha detto che la chiesa è il popolo di Dio … In realtà la chiesa è considerata spesso soprattutto la gerarchia: il papa, i vescovi e i preti. Ma è un dato oggettivo che il Concilio abbia chiarito che la chiesa è il popolo di Dio e questo ha costituito una rivoluzione di notevole importanza da tutti i punti di vista. Il Ponte ha voluto spingere in questa direzione, togliere un po’ di potere ai preti per darlo ai laici, e visto che il clero era abituato in un certo modo non è stato troppo facile. Preti come don Antonio Fillini di Viserba, intelligente ma decisamente di destra, non potevano certo applaudire al Ponte.

Ma la maggioranza dei preti a Rimini era su posizioni “progressiste” o “conservatrici”?
Di certo i conservatori che si facevano sentire erano una minoranza, don Fillini, don Aldo Magnani e pochi altri… anche il prete scrittore del Carlino (don Magnani, nda) non è che ci vedesse proprio di buon occhio.

Quindi la vostra bussola è stata il Concilio.
Il Concilio è stato una scommessa che comportava il coinvolgimento delle persone, mentre poi si è tornati indietro rispetto alle conquiste conciliari, ad una chiesa preconciliare. Quello che sembrava superato non lo è, ma lo sarà per forza.

Perché?
Mancando i preti, saranno costretti a coinvolgere i laici, se vuoi accudire ad una comunità ma non hai sacerdoti devi affidarti necessariamente.

Quello “stiamo tornando indietro” immagino si riferisca soprattutto ai pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Si, soprattutto a loro. A mio parere quanto sembrava abbastanza chiaro nell’immediato postconcilio, negli ultimi anni si è annebbiato sempre di più, tanto è vero che è sempre più difficile, e addirittura sembra rivoluzionario, dire quello che il Concilio ha già detto. Riprenderlo in mano in maniera seria diventa un problema anche di disciplina ecclesiale.

Perché a tuo parere è accaduto questo?
Fondamentalmente credo per paura. Passare da una chiesa sotto controllo ad una chiesa carismatica il rischio è molto alto.

Ma la chiesa non è gerarchia e popolo insieme?
Si ma il problema è se il sabato è fatto per l’uomo o l’uomo per il sabato. Che ci sia la gerarchia va bene, ma se la gerarchia è servizio. Se un genitore castra i figli per il ruolo paterno che esercita non è più un servizio, c’è modo e modo di interpretare il ruolo di guida.

Da Biancheri ad oggi questo discorso che stai facendo come lo vedi se pensi a Rimini?
Abbiamo toccato il fondo del negativo con mons. De Nicolò il quale è diventato vescovo senza avere mai fatto il cappellano e il parroco, ha avuto in mano la responsabilità pastorale di una diocesi senza sapere neanche come si fa a fare la prima comunione. Qualcuno ha detto, e credo giustamente, che l’unico papa legittimo sia stato Pio X il quale è stato cappellano, parroco, vescovo e papa e non ha caso ha scritto un catechismo. Anche all’attuale vescovo, mons. Lambiasi, che pure è da augurarsi che resti il più possibile a Rimini, mancano alcune tessere perché da prete è diventato subito assistente ecclesiastico generale dell’Ac e poi vescovo, quindi non ha avuto il contatto diretto con una parrocchia o con una comunità di base per un periodo anche minimo. Però è ugualmente capace a capire le cose.

Nell’ottobre del 78, quando si attende l’elezione del nuovo Papa, tu auspichi che nella chiesa si applichi “il principio di sussidiarietà”.
Si perché questa è la rivoluzione vera, la gerarchia deve intervenire dove non può farlo nessun altro, altrimenti usurpa spazi.

Sei convinto anche oggi di questo?
In linea di massima si.

Il Ponte ha sposato una linea in maniera netta e lo ha potuto fare a lungo: perché glielo è stato permesso?
In effetti non ho mai dubitato della bontà della strada che avevamo imboccato e per circa vent’anni l’ho potuta portare avanti.

Cambiarono i vescovi e cambiò anche la “linea” in Diocesi ma il Ponte mantenne la barra in quella direzione…
Perché credo che un attacco al Ponte sarebbe stata una mossa troppo scoperta e avrebbe potuto portare reazioni indesiderate, cioè qualcuno sarebbe potuto esplicitamente scendere in campo per difendere una certa immagine di chiesa, quella che stavamo portando avanti, per cui hanno aspettato il tempo opportuno a far cambiare linea al Ponte…

E questo è accaduto con l’arrivo di mons. De Nicolò, quando tu sei stato “pensionato”.
Per un certo periodo De Nicolò è stato costretto, obtorto collo, a digerirmi e poi sono stato sostituito da colui che era il mio vice, don Giovanni Tonelli, quindi il messaggio che è passato è che si trattasse di un avvicendamento naturale.

E fu così?
Non direi.

Come avvenne la tua uscita di scena?
E’ dipesa dalla mia malattia, ho dovuto allontanarmi per un intervento che mi ha bloccato per sei mesi a Bologna, sono dovuto poi andare in montagna per diversi mesi e in questo interregno hanno colto l’occasione della mia assenza per sostituirmi. Cogliendo la palla al balzo per fare una cosa che desideravano da tempo.

A livello esplicito nessuno ti aveva mai detto: guarda don Piergiorgio che bisogna darsi una calmata?
No. E Lasciando la direzione a don Tonelli avevo una mezza assicurazione che non sarebbe andato perduto tutto il lavoro fatto.

Ed è stato così?
Qualcuno mi dice che rispetto al Ponte dei miei tempi adesso è un buon giornalino parrocchiale, ricco ma sulla linea del vivi e lascia vivere.

Rispetto ai tuoi tempi come vedi cambiata la diocesi di Rimini?
Quando io dirigevo il Ponte la diocesi di Rimini era molto litigiosa. Fra Cl, Papa Giovanni, Focolarini, eccetera, si pizzicavano esplicitamente e cordialmente. Non mi scandalizza questo. Oggi sulla scena non succede più niente.

Perché a tuo parere?
Per me è il frutto del voler recitare la commedia del vogliamoci bene. La “guerra” si è portata sotto terra, è la guerra delle talpe, c’è tutto quello di prima ma non appare niente. Si gioca non più platealmente ma con colpi di mano nascosti.

E a mons. Lambiasi non piacciono i tumulti.
Giustamente, e poi se vuole fare carriera ha bisogno che frizioni non ce ne siano nel corpo ecclesiale.

Si dice che sia destinato a diocesi importanti e che non ci metterà molto a lasciare Rimini.
Anche io penso che sarà questione di pochi anni…

Che idea ti sei fatto di mons. Lambiasi?
All’inizio ero entusiasta, adesso un po’ meno. Non perché non sia bravo ma perché di fronte a certi problemi si eclissa, fa finta che non ci siano. O perché vede che meglio non si può fare, e questo sarebbe a suo favore, o perché non vuole grattacapi e questo non so se sarebbe a suo favore.

Invece di mons. Luigi Negri che giudizio hai?
Prima ti dico che in passato l’ho conosciuto. Nella mia vicenda personale c’è anche un rimasuglio ciellino, o meglio giessino. Sono stato a Cattolica come prete appena ordinato e ho seguito un gruppo di Gs, peraltro fondato da don Aldo Amati, che era il mio predecessore in quella parrocchia,… pensa la storia come gira. In quegli anni ho conosciuto Negri, Scola, Giussani ed altri. Mons. Negri probabilmente avrebbe aspirato a qualcosa di più, ora è in una diocesi prestigiosa, ma penso avesse immaginato qualcosa di più di San Marino.

Invece Lambiasi dove andrà?
Se gli va bene andrà a Bologna. Le ipotesi circolate di Torino e Milano erano più per tagliargli le gambe che per favorirlo.

La tua conflittualità con Cl da dove nasce?
Dal fatto che si mostrano spudorati nell’incarnazione. Una mia conoscente se n’è andata da Cl perché non aveva più voglia e coraggio di portare i volantini di Berlusconi casa per casa. La Dc era niente rispetto a questo. Ma per il resto Giussani l’ho conosciuto e stimato, quindi se lo fanno santo sono ben contento.

Pochi giorni fa è morto il card. Tonini, che fu amministratore apostolico della diocesi di Rimini tra l’88 e l’89: come si è relazionato col Ponte?
Era entusiasta e scriveva sul Ponte. Anche a Ravenna aveva un settimanale, quindi quando è arrivato a Rimini Il Ponte l’ha accolto cordialmente e se ne è servito. Andò tutto molto bene con lui.

Cosa faresti oggi se tu avessi in mano il Ponte?
Questo clima da vogliamoci bene di cui parlavo prima favorisce una situazione di non scelta per cui se nessuno è cattivo siamo tutti buoni. Ma io credo che non si possa guidare un giornale senza dei punti di riferimento che ti orientino, e oggi mi pare non siano chiari. Ho l’impressione che il problema del settimanale sia direttamente collegato al problema della chiesa riminese nel suo complesso, tanto lodata quando anestetizzata.

Mons. Amati è stata una figura centrale per molti anni in diocesi.
Credo si possa dire che ha comandato a Rimini.

Come sono stati i tuoi rapporti con lui?
Non abbiamo mai avuto polemiche né ho ricevuto rimproveri diretti dal vicario mons. Amati, probabilmente lui è sempre passato attraverso il vescovo, però chi guidava, chi aveva la testa ed orientava le scelte in un senso o nell’altro era lui. Potrei dire che non abbiamo mai litigato ma non siamo mai andati d’accordo.

E mons. Amati ha interpretato la linea conciliarista a Rimini?
Si, insieme a mons. Lanfranchi è stato uno dei leader.

E allora perché con il direttore dello strumento che impersonava questa linea, cioè con te, non c’era feeling?
Ho l’impressione, ma questi sono pensieri cattivi e dopo dovrò andare a confessarmi, che da un certo punto in avanti lui abbia soprattutto avuto a cuore la sua carriera personale: rettore del seminario, vicario generale… era una autorevolezza a livello nazionale ed ha pensato a salvaguardare tutto questo. Poi gli è andata male e non l’hanno fatto vescovo, ma a mio parere solo perché si è aggregato a mons. De Nicolò.

Con don Oreste Benzi che rapporti hai avuto?
Molto buoni. E’ stato il mio padre spirituale in seminario, mi ha portato ai primi campeggi a Canazei, mi ha seguito da quando ero bambino, i rapporti erano più che cordiali e sapeva che Il Ponte aveva le porte aperte per le sue iniziative e proposte. La collaborazione è stata trasparente, poi come vice avevo don Tonelli che era nella Papa Giovanni.

Mentre i rapporti di mons. Amati con don Oreste?
Furono tesi in certi momenti. Uno dei motivi più seri di questa tensione fu che il Ponte era stato critico a livello abbastanza esplicito con la direzione della diocesi a guida De Nicolò-Amati.

Ti ha stupito la richiesta del popolo su don Oreste, cioè “Santo subito”?
Per nulla, l’ho trovata logica. Don Oreste è diventato un punto di riferimento non solo diocesano ma nazionale e internazionale. Trovo che meriti fino in fondo la sottolineatura e la valorizzazione di quei valori che ha cercato di trasmettere alla Papa Giovanni. Anzi, verrà valorizzato sempre di più perché non è un santo montato, non ha bisogno di spinte.

Chi sarebbe il santo montato invece?
Quello di Miramare, don Domenico Masi.

Che obiezioni hai?
Mons. Pasolini, già vicario generale, ha detto: quello non diventerà santo finché è vivo qualcuno che l’ha conosciuto.

Fra i politici di Rimini chi ha avuto i rapporti più cordiali con il Ponte dei tuoi anni?
L’ex sindaco Zaffagnini.

Invece feeling ne hai sempre avuto poco con il centrodestra riminese, che impressione ti sei fatto di quella classe dirigente?
In realtà non ho avuto particolari problemi col loro. Li ho visti un po’ come quelli che fanno i loro interessi facendo comandare gli altri.

Come vedi oggi la politica?
Comunque voti opti, volente o nolente, per gli interessi di qualcuno, devi solo scegliere quali interessi favorire.

Ultima domanda: papa Francesco. Cosa pensi dell’arrivo di questo vescovo venuto dalla fine del mondo, oggi a capo della chiesa cattolica?
Se vesto i panni del non credente non posso fare a meno di riconoscere la scelta di papa Francesco come miracolosa. Ci piaccia o no, la chiesa è una struttura planetaria, con una storia di duemila anni alle spalle, con un certo potere più o meno consolidato a seconda delle situazioni, e con evidenti spinte conservatrici. La scelta di un vescovo di Buenos Aires è già in se stessa una scelta “politica”. Osservare il mondo dall’Europa o dagli Stati Uniti è diverso che guardarlo dall’America Latina. Io chiamo papa Francesco un “manovale di Dio”.

Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore, si era definito Papa Benedetto.
Esatto, ma Benedetto è stato un architetto di Dio, è quella la differenza.

Invece papa Francesco è un manovale di Dio…
Dico questo riandando alla chiamata ricevuta da San Francesco d’Assisi: Francesco restaura la mia casa. E’ questa la vocazione di papa Bergoglio, restaurare la Casa del Signore, ma non come architetto ma come manovale che chiude i buchi con la cazzuola attraverso le sue omelia a Santa Marta. Dall’attuale papa dovremo aspettare con curiosità più i dettagli delle sue omelie che le grandi encicliche, non per niente la prima si può dire l’abbia scritta Benedetto. Più di quello che ci aspetteremmo noi coi nostri pregiudizi, papa Francesco va accolto e valorizzato per ciò che ci sta dando con semplicità. E sul suo magistero mi auguro non tanto un unanime riconoscimento, come sta avvenendo, ma che l’eventuale opposizione emerga chiaramente: se a Roma c’è qualcuno che non è d’accordo, che perlomeno lo dica, anziché pugnalare alla schiena.
Vorrei anche dire che sono rimasto positivamente stupito per la lucidità e il coraggio avuti da Benedetto XVI di riconoscersi inadeguato per i problemi di questa chiesa, pur avendo tante capacità e possibilità, e per l’accompagnamento cordiale e intelligente che sta offrendo al suo successore.

Sei, insomma, molto soddisfatto dell’arrivo di papa Francesco.
Lo considero un miracolo, ripeto, ma penso anche che a Roma si siano accorti di essere arrivati alla frutta per cui hanno dovuto scegliere un papa come questo. Papa Francesco è il punto d’arrivo di un percorso partito dal “contadino” Giovanni XXIII. Siamo partiti dalla terra, e il Concilio è nato da un prete di campagna, mi si passi la definizione, e ritorniamo ad un prete di periferia, ma c’è molta assonanza fra la campagna italiana e la periferia del mondo. Oggi il “nemico” non è chi si oppone alla religione ma è l’indifferenza e contro l’indifferenza non puoi niente se non suscitare meraviglia e stupore. Quello che ha cominciato a fare papa Francesco.

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