Un progetto del 1827 per lottizzare piazza Malatesta

Un progetto del 1827 per lottizzare piazza Malatesta

Ovvero il secolare partito delle distruzioni della storia di Rimini.

I Riminesi che amano l’identità storica e artistica di Rimini, e che lamentano in tempi non lontanissimi e recenti la distruzione del Kursaal nel 1947, caldeggiata dell’architetto bolognese, e modernista fascista, Giuseppe Vaccaro (1896-1970), il tentativo di distruggere il Tempio Malatestiano, parzialmente bombardato nel 1944, proposto, in cambio dei dollari della Fondazione Kress destinati al suo restauro, dal vescovo Santa e dal sindaco Bianchini, a quanto ne scrive Bernard Berenson che quei dollari era venuto a portare a Rimini, la totale distruzione del Palazzo Malatestiano del Cimiero poi residenza vescovile, dei secoli Trecento e Settecento, e del Palazzo Parcitadi del secolo Duecento, negli anni ’60 ai tempi del sindaco Walter Ceccaroni, la distruzione di una torre del porto Malatestiano e lo sconvolgimento irreversibile dell’ambiente idrologico del ponte di Augusto e Tiberio negli anni ’70 su progetto dell’architetto “brutalista” – una fazione truculenta del modernismo architettonico – Vittorio Viganò (1919-1996), il decreto di distruzione dell’intero Borgo San Giuliano, perché “umido” e “sporco”, da parte dell’architetto anarchico – modernista Giancarlo De Carlo (1919-2005) col Piano Particolareggiato del Centro Storico di Rimini del 1971 – fortunatamente non messo in atto -, e infine le recenti manipolazioni e parziali distruzioni dei muri romani, trecenteschi e settecenteschi a destra del porto del Marecchia vicino al ponte romano, e la folle trasformazione di Castel Sismondo, opera di Filippo Brunelleschi, nel terzo museo Fellini dell’attuale amministrazione comunale, non si meraviglieranno certo di scoprire che questa tetra tradizione della distruzione e manipolazione ignorante dei monumenti della grandezza storica di Rimini ha, tra l’altro, delle radici ottocentesche.
Fu Luigi Tonini (1807-1874) con la sua opera benemerita di storico e con qualche intervento di scavi archeologici romani e medievali a interrompere per qualche felice anno la totale ignoranza archeologica e storica degli amministratori comunali riminesi, che purtroppo riprese con il figlio Carlo Tonini (1835-1907), che non riuscì a mettere in luce la rampa urbana del ponte romano, con la base di marmo greco di una grande statua antica, scoperta in un intervento di scavo, e i mosaici romani di quella che verrà poi chiamata la domus del chirurgo.

LO STORICO E L’ARCHEOLOGO DI RIMINI TRA FEDELTÀ ALL’IDENTITÀ CULTURALE E APERTURA DELLA MONDIALIZZAZIONE

In questa denuncia infaticabile, premiata nel caso della ricostruzione del teatro – e adesso speriamo che il teatro intensifichi l’educazione musicale dei giovani -, nel dire basta al disprezzo per la storia da parte delle amministrazioni comunali, delle curie e di certa società rozza e padrona redditiera urbana riminesi, politica cieca viva anche oggi, non vorrei che si vedesse una difesa acritica della tradizione, o una posizione passatista senza dialettica, cioè una sola difesa del passato e della storia, tanto spesso disprezzati in questa città anche quando rilucono di valori culturali nazionali ed europei, senza un esame puntuale dei pericoli e delle qualità di entrambe le posizioni.

So bene che la mancanza di critica nel trasmettere la tradizione s’infanga in un mainstream – la società tradizionalista boccalona – e il passatismo può chiudere il soggetto collettivo e lo storico in un ghetto. Isolare il soggetto culturale identitario, oggi soprattutto, quando tanti soggetti culturali identitari mondiali convivono con noi, è molto pericoloso, può portare al formarsi di identità politiche reazionarie e a conflitti politici che bloccano la convivenza e il fluire della vita collettiva di tutti. Neminem laedere non far del male a nessuno è il principio laico universale della nostra radice culturale giuridica latina. Ed è anche un principio cristiano.
Ma nella mondializzazione ci si può disperdere e smarrire la propria identità che ha un passato che consolida i caratteri e i destini. L’identità culturale ha una storia a volte di grande valore non solo per noi, caratteristica della piccola patria, ma anche come risorsa di ripresa nazionale, come era puntualizzato sul numero d’apertura di quest’anno della rivista “Limes”, dove si assicurava che l’identità culturale può garantire un futuro.
Non è che la vita individuale e sociale si riduca a questa dialettica, ci sono a Rimini altre forze vitali, religiose, filosofiche, scientifiche, culturali. E ci sono purtroppo anche controforze paralizzanti e persino criminali.

FINE DELL’ARCHITETTURA MODERNA E L’ARCHITETTURA NEOTRADIZIONALE DI PIER CARLO BUONTEMPI

Una sorta di ‘dittatura’ dell’architettura “moderna” – che ha pure certamente un patrimonio di creatività da salvaguardare -, a partire dalla sua vittoria nella società politica fascista degli anni ’30, ci sembra responsabile, come sopra accennato, qui a Rimini, della violenta diminuzione del nostro patrimonio monumentale antico, medievale e moderno.
Anche in tempi recenti. Ci sembra significativo che il già nominato Giancarlo De Carlo, al quale alla fine degli anni ’60 Walter Ceccaroni aveva affidato il primo piano del centro storico di Rimini, non avesse tra i suoi collaboratori nemmeno uno storico o un archeologo. In questa città dove si minaccia di montare un catafalco di vetro invece di ricostruire per anastilosi la facciata del palazzo Maschi Lettimi, giova ai ragazzi che studiano architettura e ingegneria che si diffondano le idee di Pier Carlo Buontempi che “pone una particolare enfasi in merito al contesto urbano e alla continuità con le tradizioni architettoniche.” [Wikipedia].

UN PROGETTO DI LOTTIZZAZIONE DI PIAZZA MALATESTA DEL 1827

Fotografia della pianta del 1827

Il disegno, segnalatomi da Paolo Tomaselli dell’Archivio di Stato di Rimini, il noto pittore monotematico di simpatiche architetture urbane vernacolari, fa parte di un fascicolo intitolato Progetto di Convenzione da Farsi fra l’Illustrissima Comunità di Rimini e la Reverenda Camera Apostolica per la quale interverrà l’Ingegnere Zoli da avere effetto dopo la Superiore Sanzione. [Archivio Storico Comunale preunitario, Carteggio B. 456, cc. 45 ss.]. Per nostra fortuna, qualcuno, con intelligenza storica, a Roma, bloccò la “Superiore Sanzione”.

NEL FOSSATO VERSO LA CITTÀ I RESTI DELLA CATTEDRALE DI SANTA COLOMBA, 1825

Com’è noto, nel 1825 l’ingegnere forlivese Andrea Zoli aveva curato la trasformazione del castello in carcere e magazzino del sale. Era stato distrutto il muro di due metri che chiudeva il fossato dalla parte della città e più o meno tacitamente la popolazione era stata invitata a riempire il fossato con macerie. Gli abitanti della piazza lamentavano che, sopratutto in tempo di mercato, il gran vuoto del fossato era diventato una latrina a cielo aperto e un butto di pesci e carni avariati. L’imprenditore Francesco Romagnoli, che aveva acquistato l’edificio della antica cattedrale di Santa Colomba, aveva proposto in quell’anno all’amministrazione comunale di lasciargli riempire un terzo del fossato con le macerie della cattedrale, al cui posto aveva fatto costruire la propria residenza, il Gioco del Pallone – progetto del ravennate Guido Romiti Ingegnere Distrettuale, esecuzione di Giovanni Morolli – e una fila di case. In cambio chiedeva il materiale che avrebbe trovato – soprattutto mattoni e marmi per farne calce -. Ben strana possibilità di rinvenire mattoni mentre doveva riempire il fossato. In effetti venne denunciato perché aveva distrutto circa 37 metri di controscarpa quattrocentesca in mattoni, muro che apparteneva alla Camera Apostolica, e fu costretto a desistere. [Vedi G.R., Oltre ad avere demolito la cattedrale Francesco Romagnoli è anche il responsabile del riempimento dei fossi di Castel Sismondo, in “Ariminum” a. XXIV, n.1 gennaio Febbraio 2017].

I resti della cattedrale potrebbero riservare delle sorprese. E’ vero che il Romagnoli si può presumere che abbia prelevato tutti i mattoni interi o spezzati. I marmi, che nessuno si prese la briga di rilevare, servirono certamente per farne calce, ma possiamo sperare che le parti in pietra di San Marino, o di arenaria, di capitelli, basi, altari ed epigrafi di sepolcri siano state risparmiate e quindi siano almeno parzialmente recuperabili. In tempi meno sfortunati, il fossato verrà riaperto per intero.

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