Mentre altrove si valorizzano questa opportunità di grande richiamo anche turistico oltreché culturale, qui da noi si prosegue a dichiarare presuntuosamente che non ci sarà mai alcuna alternativa allo stato di fatto
Nel panorama italiano che ha visto una febbrile scoperta o riscoperta di anfiteatri Romani, abbiamo letto di quello che è avvenuto a Vercelli (qui), a Milano(qui), in Ancona (qui) ed i molti analoghi episodi potrebbero continuare numerosi.
I ritrovamenti si sono concretizzati anche laddove non se ne trovava più memoria, come successo a Volterra grazie ad una bella storia (qui) iniziata per caso nell’anno 2015 da considerarsi una delle scoperte archeologiche più importanti del XXI secolo in Italia. Rinvenuto casualmente nel 2015 durante lavori idrici. Il monumento risale al I secolo d.C. (epoca giulio-claudia) e poteva ospitare tra i 7.000 e i 10.000 spettatori. La sua scoperta ha completamente riscritto la storia della Volterra romana, dimostrando che la città manteneva un ruolo economico e politico di primo piano anche sotto l’Impero. Dal 27 luglio scorso i poi il sito è stato aperto alle visite guidate, che tuttora proseguono, con notevole successo e partecipazione di pubblico. (QUI TROVATE ALCUNI VIDEO)La sensazionale scoperta ha quindi preso il nome di “L’anfiteatro che non c’era”; ma oggi grazie alla locale Amministrazione ed agli Enti culturali preposti, quell’Anfiteatro c’è!
La storia sinteticamente narrata con un bel lieto fine, ci porta però – come sempre – con una certa amarezza a Rimini, dove un Anfiteatro c’era ma, al contrario non c’è. Qui la situazione è completamente capovolta perché ben si sa che al di sotto del nostro sito di Via Vezia, esistano ancora i resti di un Anfiteatro di dimensioni poco al di sotto del Colosseo a Roma, sebbene una macchina ben rodata ne nega categoricamente l’esistenza senza alcuna prova concreta da circa 80 anni; ma non solo.
Oggi questa monocorde operazione ottuagenaria viene inoltre arricchita da nuove ed improbabili e bizzarre teorie che vorrebbero le baracche di legno, ospitanti l’Istituzione scolastica che occupa l’area archeologica vincolata, sono esse stesse un monumento (sic!) forse anche di maggior pregio ed importanza; o che, in seconda battuta, entrambe le realtà (CEIS ed Anfiteatro) devono convivere come esempio di stratificazione storica e culturale (?). Quindi si passa velocemente dalla negazione di qualsiasi vestigia nel sottosuolo, a confuse interpretazioni circa il fatto di quale sia il vero monumento.
Mentre altrove si valorizzano questa opportunità di grande richiamo anche turistico oltreché culturale, qui da noi si prosegue a dichiarare presuntuosamente che non ci sarà mai alcuna alternativa allo stato di fatto; latitudini diverse, stesso tema, ma differente modo di gestire il patrimonio culturale – quello vero -. E ciò avviene anche a seguito delle annunciate geoispezioni promosse dal Ministero della Cultura, a propria cura e spese, in luogo a quelle in passato comunicate dall’Amministrazione locale, mai eseguite, ed alle quali nessuno ovviamente credeva.
E allora ben venga un’idea, seguendo altri esempi che si stanno svolgendo altrove. Inseriamo nel programma culturale cittadino delle visite guidate all’Istituto che occupa l’area dell’Anfiteatro, perché se quello è il vero monumento merita di essere oggetto di attenzione turistica; magari scusandosi imbarazzati della presenza di quei quattro ruderi presenti nelle sue adiacenze, e di ostacolo a qualche chissà quale altro radioso progetto. Poi per coerenza, diamo anche noi un titolo a tutto ciò; “L’Anfiteatro che c’era, ma oggi c’è il CEIS”.


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