Dopo le pressanti richieste delle prove, con dati certi e risultati, dei predetti presunti scavi, e mai ovviamente mostrate, ecco lo stanziamento di una cospicua somma per effettuare dei sondaggi propedeutici ad eventuali successivi scavi. E si è assistito al crollo di un castello di carte
Vogliamo ritornare al grande dogma laico riminese impostoci per anni, e che aveva come assunto l’inesistenza di qualsivoglia vestigia dell’Anfiteatro Romano al di sotto dell’area attualmente occupata dal CEIS; credere senza alcuna possibilità di un esame critico o discussione. In seguito per rafforzare la debole tesi, la stessa è stata puntellata dagli improbabili scavi che si sarebbero eseguiti nella predetta zona, e che non avrebbero reso alcunché. Infine dopo le pressanti richieste delle prove, con dati certi e risultati, dei predetti presunti scavi, e mai ovviamente mostrate, ecco lo stanziamento di una cospicua somma per effettuare dei sondaggi propedeutici ad eventuali successivi scavi. In sostanza si è assistito al crollo di un castello di carte.
Ma mentre siamo in attesa di questa relazione preliminare commissionata dall’Amministrazione propedeutica ad eventuali scavi successivi e, visto il forte ritardo nella consegna e di cui non si sa neppure quando questa avverrà – ma speriamo non “sine die”-, abbiamo trovato altra documentazione che attesta ciò che avvenne e non avvenne nella superficie in questione. Sono documenti pubblici disponibili presso la Biblioteca Gambalunga, sia nel caso del libro che citeremo, e per il resto nel fondo dei Direttori della Biblioteca dell’anno 1966.
Nel libro di Salvatore Aurigemma (qui) dal titolo “L’Anfiteatro Romano” Bruno Ghigi Editore anno 2002, alle pagine 15 e 16: “Nel 1932 il Comune decise lo splateamento [non scavo] ed il livellamento generale dell’intera area, che portò alla scoperta, sul lato sud dell’asse maggiore del monumento, di un muro, probabilmente da mettere in relazione con gli edifici religiosi documentati nella zona dal medioevo” . In seguito: “La campagna archeologica vera e propria si aprì nel 1934. Si indagò ancora soprattutto nel settore nord-ovest, vicino alle mura, ma limitati saggi di scavo si fecero anche nella parte sud-est, mai indagata sino allora. Nelle vicinanze dell’ingresso posto sull’asse minore ad est si riportarono in luce due piloni ben conservati, uno dei quali per un’altezza di quasi tre metri …. Si rinvennero poi “enormi blocchi” di murature crollate, …”. Quindi l’autore che ha indagato il sito, afferma che qualche modesto sondaggio fu eseguito e che diede un esito positivo.

Nella busta relativa al 1966 del fondo dei Direttori della Biblioteca, è conservata una documentazione epistolare tra il grande compianto Mario Zuffa, la Soprintendenza ed il CEIS. In breve, la struttura educativa aveva necessità di collocare provvisoriamente un manufatto che potesse permettere di continuare la propria attività non possibile nel solito padiglione, in quanto bisognoso di lavori di manutenzione. Per far ciò fu incaricata un’impresa edile che doveva preparare l’area di appoggio, e i relativi muretti di supporto del prefabbricato. Mario Zuffa anche in qualità di Ispettore Onorario della Soprintendenza, intravvedendo, a suo giudizio, alcune criticità sul modo di operare, con missiva del 19/10/1966 informò dell’accaduto la Soprintendenza stessa che, dicendosi mai avvertita, bloccò i lavori in attesa di definire le misure necessarie per operazioni di quel genere. La lettera, oltre a comunicare quello che egli aveva ritenuto meritevole di segnalazione, concludeva amaramente tra le considerazioni finali personali contenute in quattro punti di cui tra l’altro che “a restringere ancor più il terreno a disposizione dei cittadini in favore di interessi particolari”, e definendo quanto stava accadendo “Tutte azioni in evidente contrasto con i principi di cultura e democrazia su cui dovrebbe reggersi la società attuale”. È giusto dire che l’operazione del CEIS aveva avuto una regolare autorizzazione da parte dell’Amministrazione cittadina.

Nella risposta dell’Ente del giorno successivo 20/12/1966 indirizzata anche all’impresa esecutrice ed al CEIS, a firma del Soprintendente Vinicio Gentili, nell’affrontare il problema si dichiara “… i lavori intrapresi per la costruzione di un nuovo edificio prefabbricato sulla via Vezia in fregio al perimetro, segnato sul terreno, nei settori non messi tuttora in luce dallo scavo, da una siepe, dell’Anfiteatro romano …”. Allora anche in questa occasione anche la Soprintendenza affermò che l’area tutt’ora interrata non era mai stata oggetto di scavi.
Nella documentazione contenuta nella succitata busta del 1966, è anche conservato un atto stipulato tra il Comune di Rimini e la Soc. Case Popolari del 23/04/1965. Come è noto quest’ultima proprietaria dell’area dell’Anfiteatro, per tutta una serie di motivi la cedette al Comune di Rimini a patto che in essa sorgesse un parco pubblico, o comunque un luogo a disposizione della cittadinanza cosa che poi non avvenne. Per molti aspetti era emersa l’esigenza di regolarizzare questo avvenuto cambio di destinazione, sebbene dicevasi “provvisorio”. Ed è per questo che si arrivò a quell’atto non gratuito, che costò alla comunità riminese ben L. 5.000.000 – pari a odierni Euro 52.854,46 circa calcolando la conversione ed il fattore inflazionale – (fonte Il Sole 24 Ore) versati alla Società Case Popolari a titolo di “corrispettivo dell’esonero dai vincoli, previsti dalla richiamata convenzione 10/04/1954, … a mezzo mandato n.1456, emesso il 21 aprile 1965 … a titolo forfetario”. Questo è quanto contenuto all’Art.4 del mentovato contratto. A ciò si aggiungano le ulteriori spese di formazione dell’Atto e per la sua registrazione, come stabilito nel successivo articolo.

È un altro tassello della patetica gestione del problema frutto dell’incapacità della politica cittadina, che come al solito abbiamo voluto raccontare con i fatti e non con le chiacchiere vacue, ma soprattutto in modo scevro da ideologie di qualsivoglia genere o da, come di recente udito con sorpresa “guerre di religione” (?). Ma solo ed esclusivamente per fare conoscere ai riminesi la storia di questo monumento negato, che in tanti ignorano perché mai posta alla ribalta ma che hanno a cuore poiché importante vestigia del nostro importante passato storico cittadino.


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