Ausl Romagna: ecco come la sanità riminese è diventata grande e cosa rischia oggi

Ausl Romagna: ecco come la sanità riminese è diventata grande e cosa rischia oggi

La caramellina zuccherosa della nomina di Marcello Tonini alla direzione dell'Irst da quale supposta sarà seguita? Perché l'area vasta tocca sempre alla Romagna, mentre in Emilia gli accorpamenti non vanno di moda? Perché l'Ausl di Rimini, l'unica con un bilancio in attivo fra quelle che si sono riunite, deve pagare i debiti della sanità degli altri territori? I progressi della sanità a Rimini. Che non nascono negli ultimi anni, come ha bellamente dichiarato l'assessore Gloria Lisi (troppo giovane per conoscere il passato), ma a metà degli anni 80. Con un presidente dell'Ausl targato Pci, mentre a Palazzo Garampi albeggiava la stagione del pentapartito. Parla Alfredo Arcangeli.

Le dichiarazioni che escono in questi giorni da Palazzo Garampi in tema di area vasta della sanità, oltre ad essere all’insegna del facile ottimismo, peccano anche di memoria corta. L’unico politico che, almeno in termini di consigli ai naviganti, ha invece sintetizzato l’aria che tira – anche fra coloro che conoscono la materia, cioè gli addetti ai lavori della sanità riminese – è stato il presidente “volontario” della non più Provincia, Stefano Vitali: “Vale la pena ricordare che se per costruire qualcosa di grande possono volerci 15 anni, per distruggerla possono anche bastare sei mesi”. Vitali su quello che dovrà accadere sa qualcosa che i più non sanno?
Mentre fioccano le nomine e per Rimini viene confezionata la succosa caramella di Marcello Tonini alla direzione generale dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori, chi sa come gira il mondo del sistema pubblico e della sanità in particolare, già attende il sequel, cioè la supposta che arriverà.
Intanto ci sono alcuni paletti da fissare.

Primo. La sanità riminese era la sola in Romagna ad avere un bilancio in attivo mentre entrando nell’Ausl unica si trova sulla stessa linea di partenza degli altri, si ricomincia tutti insieme cancellando i sacrifici fatti e le medaglie faticosamente conquistate e appiccicate sul petto, a partire dal rispetto dei bilanci. Bravi e somari pari sono. Con in più la beffa che Rimini porta in dote anche i denari che aveva risparmiato (a differenza delle altre Ausl) e li butta nel calderone generale. Che poi è lo stesso film già visto con Romagna Acque. Le poche eccellenze che Rimini possiede vengono annacquate in salsa romagnola per rendere più bevibili le brodaglie altrui.
Come verrà suddiviso il budget dell’area vasta fra i territori sarà il vero tema che permetterà di capire finalmente qualcosa sul futuro.
Secondo. Perché altri territori evitano le logiche di accorpamento? Imola, a due passi da Bologna, perché non è stata inglobata nella sanità di Bologna? Reggio Emilia e Modena perché restano fuori da un’area vasta del nord Emilia? Trasporti, risorse idriche e sanità sono i campi nei quali la Regione ha chiesto gioco di squadra ed economie solo alla Romagna. E gli altri?
Terzo. La nomina di Tonini apre la strada a “tagli” nella oncologia di Rimini a favore di quella di Meldola? Dobbiamo attenderci penalizzazioni nella sanità riminese, magari sulle chirurgie o su altro?
Quarto. E’ vero che la nomina del direttore generale dell’Azienda Usl della Romagna, a Rimini ha avuto il sostegno convinto (nelle espressioni dei soggetti politico-amministrativi) solo del sindaco Gnassi all’interno della conferenza territoriale sociale e sanitaria della Romagna, formata dai sindaci e dai presidenti di provincia di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini (oltre che dai presidenti dei Comitati di distretto)? E oggi chi presidia le eccellenze sanitarie riminesi davanti al grande capo ravennate?
Quinto. I dati sulla mobilità ospedaliera (Rimini terza in Italia e prima in Regione per percentuale di assorbimento di pazienti provenienti da altri territori) sono stati interpretati dall’assessore alla Sanità del Comune di Rimini, Gloria Lisi, come una “conferma dell’esito positivo degli investimenti nella sanità fatti dal nostro territorio negli ultimi anni”. Da quando c’è Gnassi? Dal tempo di Ravaioli? Quali sono gli ultimi anni? In realtà gli esiti rilevati dall’Istat ed elaborati dal ministero della Salute, esprimono un andamento positivo che ha radici più lontane nel tempo e che sono frutto di una conquista da ascrivere ad una fase storica nella quale la politica al governo di Rimini contava ancora qualcosa in Regione (a differenza di oggi). Le scelte fondamentali, che hanno creato nuovi servizi nella sanità a Rimini, poi cresciuti in qualità, sono state compiute a partire dall’86.
Quest’ultima parte della storia ce la racconta il diretto interessato, Alfredo Arcangeli (nella foto), fra la fine degli anni 80 e gli inizi 90, presidente del comitato di gestione dell’Unità Sanitaria Locale di Rimini. Esattamente dall’86 al 91, la stagione che sul fronte politico amministrativo vede a Palazzo Garampi una giunta a guida Massimo Conti, fino al maggio dell’89 a capo di una coalizione Pci-Psi e poi con l’alleanza di pentapartito (Dc, Psi, Pri, Psdi), quindi dal 90 al giugno 92 la giunta di Marco Moretti (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli). E’ in questo interregno che la sanità riminese prende il volo.
“Quando il partito mi chiese di fare il presidente dell’Ausl, ci pensai bene. Ne parlai anche con mio figlio, medico a Cesena, che mi incoraggiò ad accettare. Ma una cosa la dissi anche io a lui: se accetto, finché ci sarò io tu da Cesena non verrai a Rimini. E così andò”, ricorda Arcangeli.

Quale situazione trovò nella sanità riminese?
“Anzitutto le dico che fui subito costretto a fare il confronto fra la povertà della sanità riminese, non solo per quanto riguardava l’ospedale ma anche a livello di servizi territoriali, rispetto ad altre città della Romagna e della Regione. Rimini era parecchio indietro. Mentre si consolidava il decollo della società riminese come grande area di attrazione turistica e non solo, e si affermavano le principali infrastrutture (come Fiera e Centro congressi) e gli eventi di carattere culturale e religioso di respiro internazionale (il Meeting per l’amicizia fra i popoli e il Pio Manzù), e dunque Rimini si proponeva come punto baricentrico dell’area mediterranea tra l’Europa e l’Africa, in termini di servizi sanitari la città era ferma al passato. La vocazione che Rimini esprimeva con le infrastrutture e con gli eventi, non andava di pari passo con l’ospedale, arretrato e con servizi inadeguati. Era un ospedale, quello che trovai al mio insediamento, con pochissime specializzazioni. Una contraddizione enorme. La sfida fu quella di portare la sanità riminese a livelli avanzati e creare le condizioni per mantenere il passo dell’innovazione. Occorreva un cambio di metodo, all’insegna della programmazione e dei progetti”.

Cosa è stato realizzato durante il suo mandato?
“In quattro anni e mezzo ho creato 10 nuove specializzazioni ospedaliere e 8 di carattere territoriale. I nuovi servizi ospedalieri, creati dal nulla, nel senso che prima non c’erano, sono stati questi: oncologia, neurologia, necrologia, astanteria, terapia fisica e riabilitazione funzionale, riabilitazione cardiologica, neonatologia, tac, la laserterapia nell’ambito del servizio di endoscopia chirurgica, e Rimini Soccorso, che ci pose all’avanguardia come sistema moderno di pronto soccorso”.

Invece i servizi territoriali?
“Il Centro residenziale e semiresidenziale di salute mentale, l’assistenza domiciliare al puerperio e agli anziani, lo spazio giovani, il pronto intervento nel distretto di Bellaria funzionante tutto l’anno, il progetto sanità amica e quello di impiantistica e antinfortunistica. Poi ci furono le ristrutturazioni e gli ampliamenti, 23 in tutto (compresi i servizi trasferiti), e fra questi il laboratorio analisi, le divisioni di oculistica e cardiologia, la radiologia e tanti altri. Diciannove servizi trovarono una nuova sede, la superficie utilizzata passò da 4608 a 7082 mq. E quando me ne sono andato, ulteriori 7 servizi erano in corso di ristrutturazione”.

Praticamente era una realtà del tutto marginale la sanità a Rimini prima dell’86. Come ha fatto a realizzare questa rivoluzione?
“Facendo leva su due campi di lavoro: uno con la Regione Emilia Romagna, alla quale ho subito chiesto di rivalutare i coefficienti di assegnazione delle risorse alla sanità della provincia di Rimini, spiegando cosa era diventata nel frattempo quest’area geografica grazie alle infrastrutture e agli eventi di cui ho parlato prima. La seconda direttrice fu sviluppata rispondendo alla domanda “cosa facciamo noi, cioè a Rimini”? Come ristrutturiamo la sanità per evitare gli sprechi e i doppioni, per aumentare la produttività del sistema sanitario riminese? Mentre presentavamo progetti e chiedevamo finanziamenti alla Regione, contemporaneamente l’Ausl di Rimini metteva sul piatto delle scelte, come la chiusura dell’ospedale di Verucchio, recuperando solo in quella operazione ben 2 miliardi di lire. Fu una battaglia dura chiuderlo, ma molto utile. Verucchio aveva la medicina e altre piccole cose, mancava la rianimazione…, come avrebbe potuto reggere? Ho detto ai verucchiesi: facciamo delle corsie preferenziali, in dieci minuti siete all’ospedale di Rimini, dove potete avere tutto, mentre qui non avete niente, che sicurezza date al cittadino? Se quei due miliardi li destiniamo a Rimini per potenziare e riqualificare i servizi, diamo maggiori garanzie a tutti. E così andarono le cose.
Furono battaglie sia con la Regione che all’interno della struttura ospedaliera. Ricordo ad esempio che ridurre la spesa farmaceutica non fu facile ma ci riuscimmo. Così come un grande campo di lavoro fu dedicato a qualificare la professionalità dei medici di base per evitare che indirizzassero troppi pazienti, anche quelli per i quali non ce n’era bisogno, all’ospedale di Rimini, aumentando i costi della struttura ospedaliera e diminuendone la produttività”.

Fu difficile spuntarla con la Regione?
“Ci fu da battagliare ma siccome le motivazioni erano solide, i risultati si ottennero. Non siamo andati solo a piangere e a chiedere, perché in realtà prima della nascita della provincia di Rimini la Regione dava soldi a Forlì e noi eravamo penalizzati. Ma la nostra forza è stata costruita sui progetti, sulla condivisione e sulla coesione a livello riminese, e spiegando che una regione che si candida a dimensione europea e una capitale del turismo che si apre all’Europa, non possono non offrire al turista italiano, ma soprattutto a quello straniero, servizi e livelli di sicurezza sanitaria pari almeno a quelli che i nostri ospiti ricevono nei loro paesi di provenienza”.

Quale altro risultato importante ricorda di aver portato in porto?
“Ad esempio 139 concorsi, 609 assunzioni, un ampliamento della pianta organica di circa 200 unità. Avendo chiuso l’ospedalino di Verucchio, i posti letto complessivi erano diminuiti da 773 a 668, i ricoverati aumentati da 18.761 a 21.957, le giornate di degenza calate del 12%. E’ migliorata anche la spesa farmaceutica: nel 1986 eravamo al sesto posto e nel 1999 siamo passati al diciottesimo. Ma l’elenco sarebbe molto lungo se volessi includere anche i progetti approvati e che hanno trovato attuazione in seguito”.

Ad esempio?
“Guardando alla qualità della sanità riminese proiettata negli anni 2000, lasciammo il progetto di riqualificazione dell’ospedale Infermi, per un importo complessivo di 80 miliardi, di cui 74 deliberati (in parte dal ministero della Sanità), solo per citare un caso eclatante. In totale lasciammo progetti per 123 miliardi di investimento”.

Quanto ha pesato il gioco di squadra all’interno del Comitato di gestione nelle conquiste fatte?
“Molto. Ho avuto un ottimo Comitato di gestione, bravi, volenterosi e leali consiglieri. Ricordo Tassinari, l’avvocato Bernardini, Pironi, ma dovrei citarli tutti in realtà. Fu una bella squadra. E poi credo di essere stato l’unico presidente di Ausl ad avere avuto un filo diretto col vescovo…”

Col vescovo?
“Si e qualche democristiano non mi voleva troppo bene per questo. Il mondo cattolico è molto sensibile ai temi socio-sanitari e del bisogno dei più deboli, fu questa la motivazione che mi portò ad incontrare i vescovi”.

Quindi più di uno?
“Andai prima da mons. Locatelli e poi da mons. De Nicolò. Presentavo loro i progetti di un certo rilievo che intendevamo realizzare e ascoltavo il loro punto di vista. Ritenevo giusto e corretto mettere al corrente l’autorità della chiesa su questi aspetti”.

E’ stato l’unico a farlo, almeno nella sanità…?
“Penso proprio di sì. Mi accoglievano molto bene e con molta attenzione. D’altra parte mia mamma era molto cattolica e i principi evangelici sono stati anche la via che ho seguito io. A proposito di mondo cattolico, mi ha sempre colpito il Meeting di Rimini, un grosso evento culturale…. nel mio piccolo ho cercato di aiutarli ai ciellini, pur essendo io comunista. Anzi, sa cosa le dico: anche la sinistra avrebbe dovuto dar vita ad un momento di confronto e incontro internazionale a Rimini, avrebbe arricchito la città e sarebbe stato utile alla sinistra stessa. Invece purtroppo non è successo”.

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