"Senza un disegno condiviso — mobilità, parcheggi, spazi pubblici, rigenerazione urbana, waterfront — Rimini rischia di smarrire direzione e senso. Lo dimostra il dibattito sull’anfiteatro romano: è bastato evocare con solidità culturale un frammento delle nostre origini perché emergesse una fame collettiva di radici e di futuro. La città ha mostrato di avere ancora un cuore che pulsa, una disponibilità a riconoscersi in una storia più grande dell’immediato"
Una piccola analisi su Rimini e sul futuro della città, oltre le contingenze e le difficoltà.
Cambiare il manico: una scelta per Rimini.
Ci sono momenti dell’anno in cui una città sembra sospendere il respiro.
Rimini, a Natale, è uno di questi luoghi.
Tempo di luci e di memorie, ma anche di domande silenziose sul futuro.
È in questo clima che ripenso al cammino recente della città: alle sue energie, alle sue fatiche, alle difficoltà ormai evidenti. Per decenni Rimini è stata un modello — città turistica, dell’accoglienza, laboratorio di modernità e di innovazione. Oggi però quel modello mostra crepe profonde, nonostante una diffusa comunicazione pubblica istituzionale.
L’industria delle vacanze evolve rapidamente e non sempre si è riusciti ad accompagnarne il cambiamento. L’attrattività non è più automatica: molte strutture ricettive sono diventate obsolete, mentre il mercato internazionale chiede qualità, emozioni, identità. Elementi che spesso si fatica a garantire.
Se Rimini ha costruito la propria storia anticipando il mondo, oggi rischia l’opposto: inseguire ciò che accade altrove invece di produrlo. È il segno che un ciclo si è chiuso. E quando un ciclo si chiude, una città deve avere il coraggio di immaginarne un altro.
Qui emerge una fragilità più profonda: la difficoltà della politica — se ancora esiste una classe dirigente capace di meritare questo nome — di elaborare pensieri lunghi e nuove traiettorie. A questa si somma l’evaporazione delle capacità pianificatorie della città, progressivamente sostituite da una gestione dell’esistente che ha smarrito ambizione e orizzonte.
L’urbanistica, appesantita da un dirigismo burocratico sempre più invasivo, da cabina di regia del futuro si è trasformata in una pratica frammentata, spesso ridotta a risposta a bisogni troppo puntuali. La pianificazione, talvolta mascherata da visione strategica, ha finito per inseguire i processi anziché orientarli, rinviando decisioni invece di assumerle.
Eppure l’urbanistica non è solo amministrazione: è una dichiarazione d’identità.
Una città che non si pensa nello spazio non esiste nel tempo. Senza un disegno condiviso — mobilità, parcheggi, spazi pubblici, rigenerazione urbana, waterfront — Rimini rischia di smarrire direzione e senso.
Lo dimostra il dibattito sull’anfiteatro romano: è bastato evocare con solidità culturale un frammento delle nostre origini perché emergesse una fame collettiva di radici e di futuro. La città ha mostrato di avere ancora un cuore che pulsa, una disponibilità a riconoscersi in una storia più grande dell’immediato.
Anche il fallimento del Rimini Calcio ha colpito l’immaginario civico. Non è solo sport: una squadra è identità, appartenenza, narrazione collettiva, sensibilità comune. Perdendola, la città non perde punti in classifica, ma una parte della propria voce.
Le forze di sinistra, da decenni alla guida della città, sembrano oggi attraversare una fase di affaticamento politico e culturale, più orientata alla conservazione degli equilibri raggiunti che alla produzione di nuove visioni capaci di parlare al presente e di guardare al futuro.
Sul fronte opposto, il centrodestra non è riuscito a costruire, nel tempo, una proposta amministrativa autorevole e riconoscibile. Tra queste due difficoltà, una parte significativa della città osserva, disincantata, e tende progressivamente a ritirarsi, fino spesso a disertare il voto.
È in questo spazio che si manifesta la crisi del manico. Non per mancanza di idee o di energie — che pure esistono e sono diffuse — ma per l’indebolimento della capacità di guidarle, di selezionarle in modo democratico, di assumerne la responsabilità politica. Quando la direzione si fa incerta, anche la lama più affilata perde efficacia.
Una città non entra in crisi per mancanza di idee, ma quando si consuma il manico.
Nella tradizione artigiana il punto debole non è quasi mai la lama, ma ciò che la guida. Nel manico si misurano direzione, responsabilità e coraggio del gesto. Rimini oggi vive questa condizione.
Non mancano energie, competenze, capacità, intelligenze diffuse. Sono a volte compresse, inespresse, inascoltate o, peggio, scoraggiate. Ciò che manca è la capacità di trasformarle in visione e proposta politica credibile. Non una questione di singoli nomi, ma di un sistema decisionale che fatica a distinguere il bene comune dalla fedeltà di schieramento, l’autonomia dal conformismo, il governo dalla semplice occupazione del potere.
Cambiare il manico non è uno slogan: è un atto necessario per evitare che un sistema si ripieghi su sé stesso. Non tanto sostituire una parte con un’altra, ma ricostruire le condizioni perché una classe dirigente torni a produrre senso, decisione e futuro. Senza questo cambiamento il futuro non si costruisce: si subisce.
Anche l’economia locale riflette questa urgenza. La monocultura turistica non basta più. Occorre ampliare la materia viva della città verso cultura, creatività, sport, benessere, manifattura intelligente, tecnologie applicate ai servizi. Una città che non si diversifica si indebolisce. Una città che si reinventa, rinasce.
Il 2026 può essere un anno di preparazione e di programmazione in vista delle elezioni amministrative. Uno spartiacque tra chi pensa che basti amministrare l’esistente e chi crede che governare significhi immaginare ciò che ancora non c’è.
Non è ancora il tempo dei programmi dettagliati, ma quello di ricostruire una visione condivisa. Senza di essa nessuna soluzione regge. Non un semplice passaggio, ma l’occasione per nuovi scenari politici, nuove responsabilità, nuove squadre dirigenti. In una parola: un nuovo manico.
Rimini è stata un laboratorio straordinario quando ha saputo scegliere, assumersi rischi, investire su visioni non ancora condivise. È cresciuta quando ha avuto classi dirigenti capaci di decidere, non solo di amministrare.
Oggi non manca il tempo, mancano le scelte.
Non manca l’intelligenza, manca la capacità di organizzarla.
Non manca l’energia civile, manca un luogo politico in cui possa riconoscersi.
Il 2026 non sarà solo l’anticamera di una scadenza elettorale, ma un passaggio di responsabilità. Un bivio tra la gestione dell’esistente e la costruzione di una nuova fase per la città. Cambiare il manico significa questo: rimettere al centro la decisione pubblica, la selezione democratica, il coraggio di governare il cambiamento.
Non si tratta di attendere soluzioni dall’alto, né di invocare miracoli civili. Si tratta di assumere, collettivamente, il compito di ricostruire una proposta credibile per Rimini. Senza scorciatoie, senza nostalgie, senza deleghe improprie.
La città non cambia da sola.
Serve coraggio, responsabilità, competenza e “manico” nuovo. Senza queste caratteristiche, la prospettiva di futuro resta molto complicata.


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