Condhotel a Rimini: il vero ostacolo non è la legge, ma l’approccio di chi amministra la città (e gli uffici). E così gli investitori guardano altrove, a realtà più attrattive e competitive

Condhotel a Rimini: il vero ostacolo non è la legge, ma l’approccio di chi amministra la città (e gli uffici). E così gli investitori guardano altrove, a realtà più attrattive e competitive

A parte che la norma è regionale e si dovrebbe semmai chiedere di modificarla a De Pascale e al PD, ma il problema resta un altro: quanto tempo serve per completare una procedura edilizia a Rimini? Se vi rispondono "qualche anno" è la normalità

Visto che negli ultimi tempi si leggono dichiarazioni, interviste e proclami riguardanti la tipologia edilizia dei condhotel, è opportuno togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
Innanzitutto, chiariamo la definizione tipologica di condhotel: “sono strutture ricettive alberghiere esistenti che, a seguito di interventi di riqualificazione, si configurano come strutture ricettive aperte al pubblico, a gestione unitaria, composte da una o più unità immobiliari…, che forniscono alloggio, servizi accessori ed eventualmente vitto, in camere destinate alla ricettività e, in forma integrata e complementare, in unità abitative a destinazione residenziale, dotate di servizio autonomo di cucina, nel rispetto di specifiche condizioni di esercizio”.
In questa Regione, la materia è disciplinata dalla legge 23 aprile 2019, n. 3, recante “Disciplina per l’avvio e l’esercizio dei condhotel e per il recupero delle colonie. Modifiche alla legge regionale 28 luglio 2004, n. 16 (Disciplina delle strutture ricettive dirette all’ospitalità)”.
Va inoltre ricordato che la tipologia dei condhotel è stata a lungo contrastata e osteggiata dalle forze di governo regionali, mentre risulta già diffusa in altre regioni italiane ed è in vigore da decenni in molti altri Paesi.
Oggi, leggere che “i condhotel sono da rivedere”, con l’invito al Governo Meloni a riconsiderare norme giudicate troppo penalizzanti — in particolare il limite del 40% di residenziale calcolato sulle sole camere — con l’obiettivo di attrarre investimenti privati per rigenerare le oltre 250 colonie abbandonate della costa, definite “monumenti al degrado” e bloccate dai vincoli, appare francamente paradossale.
Questi appelli, accorati ma poco convincenti, sembrano piuttosto finalizzati a generare ulteriore confusione e a distogliere l’attenzione dalle reali responsabilità sul tema: un atteggiamento difficilmente accettabile.
In passato, numerosi esperti in campo politico, tecnico e turistico (Sergio Gambini, Mauro Ioli, Mauro Santinato) si sono espressi con chiarezza, anche su questo giornale, evidenziando la necessità di urgenti adeguamenti normativi e di un cambiamento nell’approccio e nella cultura politica su questa materia.
Risulta quindi anacronistico che il Sindaco di Rimini rivolga oggi le proprie critiche al Governo centrale, quando dovrebbe piuttosto indirizzarle alla Regione Emilia-Romagna, governata dalla stessa maggioranza politica della sua amministrazione. Ed anche ai propri uffici e agli strumenti di pianificazione comunale, che di certo non hanno mai favorito questa tipologia di innovazione dell’offerta ricettiva locale.
Del resto, gli investitori — soprattutto internazionali — pongono sempre una domanda preliminare ai propri consulenti: “Qual è il tempo medio per completare una procedura edilizia, per quanto articolata, nel Comune di Rimini?”. La risposta, da decenni, resta sostanzialmente la stessa, spesso accompagnata da un imbarazzato colpo di tosse: “qualche anno”.
E così, di quel potenziale investitore disilluso, si intravede soltanto la schiena mentre si dirige verso altre località concorrenti.
Questa è la realtà, anche se può non piacere. È inutile affidarsi a comunicazioni di facciata: basta guardarsi attorno per capire come, ogni giorno, Rimini perda competitività. Una responsabilità che ricade su amministrazioni in carica da troppo tempo. E la tipologia dei condhotel, a lungo avversata, non è certo la causa principale.

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