Se si riuscisse a costruire — con intelligenza, competenza e lungimiranza — le condizioni per un voto libero, consapevole e coerente verso una proposta alternativa, si aprirebbe una fase nuova.
“Dú vót chi vaga?” La sfida che può cambiare Rimini.
Ho letto con attenzione alcune autorevoli analisi sull’esito referendario relativo alla riforma del sistema giudiziario. Da queste riflessioni sono nati alcuni pensieri che provo qui a sintetizzare.
Mi interessa, in particolare, soffermarmi su un piano locale: le prossime elezioni amministrative del Comune di Rimini, nella primavera del prossimo anno. La prevalenza del NO, anche in questo Comune — a differenza di numerosi altri della provincia — rappresenta, a mio avviso, un’opportunità per il centrodestra.
Sì, proprio un’opportunità. Una vittoria dei SÌ avrebbe potuto generare un’euforia autoreferenziale nelle componenti del centrodestra, con il rischio di rafforzare atteggiamenti conservativi e chiusure identitarie controproducenti. Esattamente ciò che, a Rimini come altrove, va evitato se si vuole costruire un’alternativa credibile all’attuale governo della città. In altre parole, scelgo di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Perché il cambiamento a Palazzo Garampi è possibile. Ed è auspicabile. Ma solo a determinate condizioni, da costruire e condividere in tempi rapidi.
La prima riguarda l’individuazione di un candidato sindaco di alto profilo: una figura credibile, autorevole, immediatamente riconoscibile come competitiva, anche oltre i confini delle dinamiche locali e di partito. In altre parole: “no perditempo”, se davvero si vuole competere con determinazione e concrete possibilità di successo.
La seconda è tanto evidente quanto decisiva: il centrodestra, da solo, non basta. Non è sufficiente a raggiungere la maggioranza, anche a causa di fenomeni consolidati di differenziazione tra voto politico e voto amministrativo, spesso alimentati da reti relazionali e interessi specifici. Un fenomeno legittimo, ma che incide profondamente sugli equilibri elettorali. Da qui la necessità di allargare il perimetro dell’azione politica a componenti civiche e non strettamente partitiche, come fanno da tempo — e in modo significativo — le coalizioni di centrosinistra.
In questo contesto, il programma elettorale dovrà proporre soluzioni concrete e condivisibili, pensate per rendere la città più vivibile e aperta alle opportunità di tutti.
La terza condizione si riassume in un’espressione dialettale efficace attribuita al compianto Aureliano Bonini, che qui diventa una vera e propria metafora politica: ‘Dú vót chi vaga?’. È la frase di chi, da sempre, governa la città e finisce per percepirsi come naturale depositario del consenso. È il riflesso di un convincimento radicato: non esiste alcuna alternativa.
Eppure, è proprio qui che si gioca la partita. Se si riuscisse a costruire — con intelligenza, competenza e lungimiranza — le condizioni per un voto libero, consapevole e coerente verso una proposta alternativa, si aprirebbe una fase nuova. Non solo un cambio di maggioranza, ma un passaggio di qualità democratica per l’intera comunità: l’avvio di un nuovo corso, capace anche di sviluppare relazioni proficue con un governo centrale che si immagina in continuità con l’attuale.
Una risposta nuova e alternativa.


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