Della Casa del segno del dollaro e di alcuni diplomatici americani a Rimini

Della Casa del segno del dollaro e di alcuni diplomatici americani a Rimini

All'origine del simbolo del dollaro che appare sulle banconote statunitensi c'è la sigla malatestiana? Lo scoprirete solo leggendo. Fra le curiosità di questi "saluti": cosa pensano di Rimini gli uomini della Casa Bianca.

Se un popolo si aspetta di poter essere libero restando ignorante,
spera in qualcosa che non è mai stato e che mai sarà.
(Thomas Jefferson)

Sull’origine del dollaro, adottato come unità di moneta dagli Stati Uniti d’America nel 1792, quindi esattamente 300 anni dalla scoperta dell’America, e del suo simbolo, una S percorsa in verticale da due linee ($), benché ben presto, per velocizzare la scrittura, fu sempre più spesso utilizzata una sola barra fino a che, in caratteri tipografici, il simbolo fu più comunemente riprodotto con una sola linea ($), esistono, come noto, diverse versioni, alcune molto fantasiose.
A quanto mi consta, un giornalista afro-americano (o come si suol dire oggi «un brutto negro di merda», e a casa nostra) Sydney A. Clark (1891-1975), prolifico e apprezzato autore di libri di viaggio, è stato il primo, nelle fonti letterarie, ad osservare, nero su bianco, la somiglianza del segno del dollaro con la celebre (almeno per noi riminesi) sigla malatestiana. Ne scriveva in una sua corrispondenza nel Christian Science Monitor di giovedì 28 settembre 1944, pochi giorni dopo la liberazione della città di Rimini da parte degli Alleati, una città ridotta a un cumulo di macerie e che vedeva anche il Tempio malatestiano gravemente danneggiato dai bombardamenti aerei. Nel pezzo del quotidiano statunitense, ripreso anche dal quotidiano australiano di Melbourne The Argus, col titolo Home of the Dollar Sign, che qui traduco, si leggeva:
«Rimini, sull’Adriatico, fu la residenza di Paolo e Francesca, immortalata da Dante nell’“Inferno” e resa fascinosa in questo secolo dalla Duse – in un dramma di d’Annunzio. È, anche, la città del primo segno del dollaro, e in questo c’è uno dei tocchi più lievi che di tanto in tanto alleviano le interminabili tragedie della guerra. Il segno del dollaro di Rimini è un fatto puramente fortuito, anche se dei romanzieri hanno sostenuto che sia stato l’ispirazione del simbolo della nostra moneta americana, che in realtà è una variante del primo simbolo messicano del peso. Il segno si vede in diversi edifici del porto adriatico, ma in particolare nel Tempio dei Malatesta, una sontuosa chiesa eretta a caro prezzo e celermente nel 1450 e negli anni immediatamente successivi dal duca Sigismondo Malatesta per rendere onore, senza mezzi termini, alla sua innamorata, il cui nome era Isotta. La S del suo nome e la I del suo sono combinate in un monogramma che è un segno quasi perfetto del dollaro, ed esso appare decine di volte, scolpito nel legno e nella pietra, in modo da formare il principale tema decorativo del tempio».
Clark, con il riferimento alla variante del simbolo del peso, offriva quella che è la più accreditata teoria sull’origine del simbolo che appare sulle banconote statunitensi. La confermava e la approfondiva, un paio di giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, un lettore del quotidiano australiano, un certo J. Lowy di Melbourne, il quale scriveva che il cattedratico di Cambridge Terrot R. Glover (1869-1943), in The Ancient World; a beginning (The Macmillan Company – At the University Press, New York – Cambridge, England 1935), dava questa versione sull’origine del simbolo del dollaro: quella dell’antico navigatore greco Coleo (Kolaios) di Samo, il primo ad aver visto due enormi rocce e il mare aperto tra esse; era lo stretto di Gibilterra e le due rocce erano le famose colonne d’Ercole; ovunque si trovi stampato il segno americano del dollaro, si ha un ricordo di Coleo e del suo viaggio; su una vecchia moneta spagnola le due montagne erano rappresentate da pilastri e una ghirlanda era attorcigliata su di essi e quella moneta era l’antenato del dollaro americano.

Un’altra ipotesi, anch’essa di origine monetaria, fa risalire l’origine del segno del dollaro al sesterzio, la più importante moneta dell’antica Roma, il cui valore era due assi e mezzo. La S significava semis, ovvero metà, e il due era indicato da due linee orizzontali mediane: l’abbreviazione che marcava la moneta inizialmente era IIS, semplificata poi dall’uso in HS. Altri ritengono che derivi dalla sovrapposizione della U e della S di United States e che in seguito la U, vuoi per ignoranza vuoi per errori di trascrizione, fosse rimpiazzata da due linee (II).
Per alcuni, se la S è ripresa dall’antica moneta spagnola, al pari di altre immagini massoniche sulle banconote americane «i due tratti verticali erano intesi a raffigurare le colonne nazaree mishpat e zedeq, meglio note ai fondatori massonici degli Stati Uniti come Boaz e Jachin, i pilastri posti all’ingresso del tempio salomonico», come scrivono i sedicenti massoni Christopher Knight e Robert Lomas in La chiave di Hiram (1996), libro a cui si può applicare la formula del filosofo e massone Johann Gottfried Herder (1744-1803) rivolta a libri simili del suo tempo, scritti con l’unica ambizione di venderli e guadagnar soldi, compilazioni sotto forma di romanzo, di tutte le superstizioni e illusioni: «merce che non mancherà di avventori nello squallido mercato della cultura del momento». Mutatis mutandis, ciò è vero anche oggi: i libri cattivi cacciano via quelli buoni. Quello che alla fine del Settecento era chiamato il Geheimbundroman, il romanzo sulla società segreta, che godeva di molta della sua popolarità dal fatto che i lettori non erano in grado di distinguere la differenza tra segreti reali e fittizi, vale anche oggi per i bestsellers di consumo alla Dan Brown e antesignani, ondeggianti tra verità e fantasie, dove le prime, per la gran massa di lettori acritici, diventano fantastiche e le seconde veritiere, rendendo così un cattivo servizio alla Libera Muratoria, ma, soprattutto, alla coscienza storica e il cui massimo contributo ci sembra scorrere nel portafoglio dei loro autori.
Non del tutto chiuse le ante di questa finestra aperta sul gusto del romanzato, secondo altri ancora fu il terzo presidente americano Thomas Jefferson (1743-1826) a inventare il simbolo del dollaro, partendo dal monogramma delle sue iniziali (TSJ). Peccato che la S non ci sia proprio, dato che Thomas Jefferson non ha mai avuto quello che nel Regno Unito e in America si chiama middle name e che è per noi il secondo nome.
È invece curioso e bizzarro scoprire che William Short (1759-1849), il segretario privato di Jefferson negli anni in cui era ambasciatore a Parigi, durante un viaggio da Venezia alla volta di Roma, passò in carrozza per Rimini. In una lettera del 23 dicembre 1788, pubblicata nel XIV volume della monumentale opera che l’Università di Princeton sta dedicando all’edizione scientifica in sequenza cronologica della corrispondenza e carte dell’autore della Dichiarazione di Indipendenza e terzo presidente degli Stati Uniti, Short scrive a Jefferson:
«A Rimini abbiamo visto le prime antichità: vale a dire, un ponte costruito sotto il regno di Augusto, che si presume su disegni di Vitruvio, e che rimane ancora solido ed è il ponte della grande via di comunicazione, un arco eretto in onore di Augusto per aver riparato la Via Emilia e la Flaminia che qui si incontrano. Prima di arrivare a questo ultimo posto abbiamo attraversato il famoso Rubicone e abbiamo visto a Rimini il suggestum da cui si suppone che Cesare abbia arringato le sue truppe dopo il superamento di questo fiume e aver preso possesso di Rimini».
Il viaggio in Italia di Short, che Jefferson considerava come un «figlio adottivo», oltre al fatto di essere «fratelli» essendo entrambi massoni, gli era stato sollecitato perché tornasse «carico, come un ape, del miele della sapienza, una benedizione per il suo paese e onore e conforto per i suoi amici», come aveva scritto Jefferson in una sua precedente lettera dell’8 maggio al medico e rappresentante della Pennsylvania al Congresso William Shippen (1712-1801).
Short, che da braccio destro di Jefferson sarebbe in seguito diventato ambasciatore all’Aia, poi in Spagna e infine in Russia e che nella seconda metà della sua vita vissuta a Philadelphia si dedicò ad attività filantropiche come strenuo oppositore della schiavitù e dei pregiudizi razziali, dando ai neri terreni agricoli e accesso all’istruzione e sostenendo i matrimoni interrazziali, da quel viaggio nel 1788 in Italia tornò proprio «carico come un ape» di una messe di informazioni su una varietà di abitudini culinarie e culturali e di oggetti, tra cui le informazioni sul modo di produrre il formaggio parmigiano, forse anche quelle per fare la polenta e i gelati, e molti dati sulle uve, tornò anche con una macaroni machine o macaroni mould, una trafila per la pasta, una macchina per fare gli spaghetti, la cui introduzione in America è accreditata a Jefferson.
Nella lettera Short non parla del Tempio Malatestiano, ma si resta sorpresi che non avesse visitato l’edificio dell’Alberti, considerato che il suo mentore era anche un provetto architetto, che nutriva un’autentica passione per l’architettura classica. Due anni prima della spedizione di Short, in Veneto Jefferson aveva visitato le ville di Palladio e a Roma le sue antichità. Al suo ritorno negli Stati Uniti cosa fece se non rendere popolare lo stile neo-palladiano sperimentando negli edifici da lui concepiti come Monticello (il cui nome rivela il suo attaccamento alla lingua italiana), il Campidoglio dello Stato della Virginia e gli edifici dell’Università della Virginia le nozioni architettoniche che aveva appreso in Europa?

Di altre versioni su come sia nata la scelta del simbolo del dollaro parla con competenza l’odierno strumento enciclopedico di consultazione. Il lettore potrà interpellare la voce di wikipedia italiana «simbolo del dollaro» e scoprire, come è successo a chi scrive, che le associazioni alla sigla malatestiana e le ipotesi esoteriche rimandano, direttamente o indirettamente, a un mio vecchio articolo sul web del 2001 oppure a una pagina web su Sigismondo che ha come fonti alcuni miei libri degli anni 2000-2003. Segno che le idee, nuove se anche avventate e per questo innocenti, hanno la facoltà di diffondersi e aggrapparsi all’immaginario collettivo.
Grato e gentile, ho risposto all’appello dell’amico saggista e giornalista, figlio di un noto ambasciatore. Già dirigente e consulente di diverse pubbliche amministrazioni lombarde per molti anni e oggi alla testa di un’avviata azienda di comunicazione e marketing, mi telefona: «Domani sei libero? L’ambasciatore americano e sua moglie saranno a Rimini e vogliono che li porti a fare una visita al Tempio Malatestiano. Vogliono vedere anche il Ponte di Tiberio e l’Arco di Augusto. Ci vediamo alle 14.30 alla Pasticceria Vecchi. Per le 17 sarai libero: partiamo per una visita a San Marino».
Anche se avevo contezza che ai tempi di Jefferson e Short il titolo di Minister e in taluni casi quello di Treaty Commissioner Plenipotentiary significavano ambasciatore, confesso che, per la mia limitata dimestichezza col gergo diplomatico, avevo scordato che per il governo statunitense qualsiasi inviato accreditato a rappresentare lo stato è ambassador.
Così, circa un anno fa, il 6 aprile 2016, ho conosciuto Doug Hickey, nominato dall’allora Segretario di Stato John Kerry Commissario generale del Padiglione USA all’Expo di Milano 2015, e sua moglie Dawn Ross.
Nel percorso del decumano dal ponte all’arco, con le deviazioni al castello e al tempio, mi sono accorto che, già carichi di qualche informazione, più che portarli in visita li portavo a controllare che quel che volevano vedere corrispondesse a ciò che di quel luogo credevano di sapere. La Rimini americana è principalmente una Rimini letteraria. Quando i luoghi trasudano di questo e hanno saputo raccontarsi, hanno un’anima.
Ho visto Doug, un po’ confuso e costernato, solo di fronte ai lavori di ricostruzione del Teatro Galli e al mio accenno al devastante bombardamento degli Alleati del 28 dicembre 1943. «Saranno stati gli inglesi» ha provato a scherzare.
Dawn mi trova molto elegante come si confà a un italiano e io oggi, a mia volta, molto profetica e bella come una sibilla avendomi allora predetto, con mio stupore, che la Clinton avrebbe perduto. Ha trovato la visita molto emozionante e il centro storico attraente. Invece: «Che brutto il mare!»
«Intendi la spiaggia o gli edifici?»
«Tutt’e due»
«Beh, certo non abbiamo le spiagge della tua San Francisco. E gli edifici sono frutto dello spontaneismo urbanistico del dopoguerra»
Una ricostruzione fatta senza canali di concertazione né limiti normativi. Sembrava una scelta intelligente e oggi è solo una densità del costruito, brutto.
E oggi viene da scuotere la testa al pensiero di ciò di cui si vuol far corona al ponte di Tiberio: da un lato un mastellone di legno, dall’altro una passerella tibetana, un ponte di zattere e una terrazza da guerre stellari. Si resta allibiti di fronte alla disneyficazione della prospettata monorotaia sopraelevata che dovrebbe passare nel parco Cervi di fronte all’Arco d’Augusto. Già si è ammutoliti di fronte al costruendo ponte di Mordor con vista sull’- e dall’Anfiteatro così com’è o come forse mai sarà.
Si è consigliati di non condannare chi si entusiasma per il fare, anzi vanno compassionati perché fanno a meno delle categorie del bello e del brutto, tanto è efficacemente oltraggiato il saper fare.
Ponte e Arco, Tempio e Castello: simboli di un mondo perenne oltre che antico, dunque più presenti a noi del presente. E che vanno tutelati da qualsiasi forsennato attacco.
Purtroppo chi amministra la città si agita, pensa di riqualificare ciò che nemmeno sa definire con accuratezza, credendo di poter organizzare con lungimiranza ciò che manca di senso e che deve proporsi di non averlo se non quello di un’idiota festosità e di una disgraziata spensieratezza. Un altro assalto alle bellezze della nostra città, un’altra stagione che finirà come quella della piatta uniformità delle nostre spiagge e della selvaggia cementificazione senza riguardi del lungomare. Come diceva un poeta americano, bandito da Rimini e che amava Thomas Jefferson: Beauty is difficult.