Dignità del suolo: una nuova metrica per progettare città più dense, permeabili e resilienti. Riflessioni sulla forma della città a partire dal PUG di Santarcangelo di Romagna

Dignità del suolo: una nuova metrica per progettare città più dense, permeabili e resilienti. Riflessioni sulla forma della città a partire dal PUG di Santarcangelo di Romagna

"Il consumo di suolo non può essere valutato soltanto limitando le nuove trasformazioni: occorre misurare anche quanto terreno la città restituisce a permeabilità, vegetazione e cicli naturali. Il PUG di Santarcangelo apre una riflessione dell'Arch. Mauro Ioli su densità, impronta edilizia e qualità urbana"

Da molti anni discutiamo di consumo di suolo. È un tema decisivo, e giustamente è entrato al centro delle politiche urbanistiche. Ma oggi, di fronte al cambiamento climatico e alla crescente fragilità degli ecosistemi, quella prospettiva non basta più. La domanda che dovremmo porci è un’altra: non soltanto quanto suolo consumiamo, ma quanto suolo siamo capaci di restituire.
L’assunzione del nuovo Piano Urbanistico Generale di Santarcangelo di Romagna offre l’occasione per una riflessione che va oltre il dibattito locale. Riguarda il modo stesso di concepire la città, il rapporto fra edifici e territorio, i limiti dell’attuale pianificazione e la necessità di una nuova cultura urbanistica.
Le considerazioni che seguono non intendono esprimere un giudizio sulle singole scelte del Piano, ma proporre una riflessione più ampia. Se il Novecento ci ha insegnato a contenere il consumo di suolo, il XXI secolo potrebbe essere chiamato a un compito ancora più ambizioso: restituire il suolo alla città e ai suoi processi naturali.
È questa, in fondo, la sfida che vorrei sottoporre alla discussione.
Come detto, l’assunzione del nuovo Piano Urbanistico Generale di Santarcangelo di Romagna costituisce un passaggio importante per il futuro della città. Sarebbe tuttavia riduttivo confinare il dibattito alle singole previsioni urbanistiche o alle norme che disciplinano il piano. Ogni strumento urbanistico è infatti l’espressione di una determinata idea di città. E ogni epoca costruisce la città secondo l’idea che ha di sé stessa.
Le città medievali rispondevano all’esigenza della difesa; quelle dell’Ottocento esprimevano la fiducia nel progresso e nello spazio pubblico; il Novecento ci ha consegnato la motorizzazione diffusa, l’espansione urbana e una quantità straordinaria di territorio trasformato.
Oggi, nell’epoca del cambiamento climatico, la domanda è diversa e più complessa: quale forma urbana è capace di conciliare l’abitare con la restituzione del suolo ai suoi processi naturali?
È questa, prima ancora delle singole scelte progettuali, la questione che il PUG di Santarcangelo di Romagna pone. Ed è una domanda che riguarda, con poche differenze, anche altri PUG recentemente assunti in Emilia-Romagna, da Riccione ai percorsi ancora aperti del Comune di Rimini.
La pianificazione oltre il piano
La stessa Legge Regionale 24/2017, che ha avuto il merito di introdurre il tema del contenimento del consumo di suolo, mostra oggi i limiti di una stagione culturale che appare già bisognosa di aggiornamento. Non è soltanto una questione normativa. È il modo stesso di concepire il rapporto fra città e territorio che chiede di essere ripensato. Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire questa responsabilità alle sole Regioni. Da troppo tempo si è affievolita una necessaria riflessione organica del Legislatore nazionale sulla disciplina urbanistica, materia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni. L’assenza di un quadro condiviso di principi ha progressivamente accentuato la frammentazione delle politiche territoriali, lasciando che ogni Regione costruisse un proprio modello di pianificazione.
È probabilmente giunto il momento di riaprire anche il cantiere di una nuova legge urbanistica nazionale: non per comprimere le autonomie regionali, ma per ricostruire una cornice culturale e ordinamentale capace di tenere insieme sostenibilità, qualità urbana e identità dei territori.
Le differenze fra le Regioni rappresentano una ricchezza; la cultura urbanistica di un Paese non dovrebbe invece procedere per compartimenti stagni. La penisola è lunga e complessa, ma resta un unico Paese. Un tema che meriterebbe, da solo, un approfondimento specifico.
Oltre il linguaggio della sostenibilità
Da molti anni il lessico dell’urbanistica si è arricchito di parole importanti: resilienza, sostenibilità, rigenerazione, adattamento climatico, neutralità carbonica, infrastrutture verdi.
Sono parole necessarie. Ma una disciplina non si giudica dal lessico che adotta. Talvolta il linguaggio rischia persino di sostituire la riflessione. Una disciplina si giudica soprattutto dalle forme che produce. Ed è qui che emerge una contraddizione. Continuiamo a dichiarare che il suolo è una risorsa limitata e non riproducibile, ma progettiamo ancora edifici che lo occupano secondo modelli insediativi ereditati dal secolo scorso.
Ci occupiamo dei metri quadrati edificati molto più di quanto ci preoccupiamo dei metri quadrati di terreno sottratti alla permeabilità, alla vegetazione, all’infiltrazione naturale delle acque e alla mitigazione climatica.
È utile chiedersi se non sia arrivato il tempo di cambiare prospettiva. Per oltre un secolo abbiamo misurato la città attraverso i volumi, le superfici, gli indici edificatori e le altezze.
Forse il XXI secolo dovrà imparare a misurare la qualità della città anche in un altro modo: attraverso la quantità di suolo che riesce a restituire.
La forma della città
Questa intuizione attraversa gran parte della migliore cultura urbanistica del Novecento. Dal Bauhaus a Le Corbusier, passando per Richard Rogers e, per altri aspetti, Jane Jacobs, riaffiora una medesima convinzione: costruire città più dense non significa necessariamente comprimere la qualità urbana, ma può voler dire ridurre l’impronta dell’edificato sul terreno, liberando spazio per la natura, per le relazioni e per lo spazio pubblico.
La densità urbana, quindi, non deve essere interpretata come semplice aumento della quantità costruita.
Può rappresentare, al contrario, uno strumento per restituire qualità al territorio. Per questo motivo l’altezza degli edifici è stata spesso fraintesa. Non rappresenta un valore in sé. Né un fattore negativo. Può diventare, invece, uno strumento per diminuire l’occupazione del suolo. Un edificio che sviluppa il proprio volume in verticale può lasciare maggiore spazio al terreno, consentendo alberature di alto fusto, continuità ecologica, infiltrazione delle acque meteoriche, riduzione delle isole di calore e migliore qualità ambientale.
Il terreno liberato non è un vuoto. È un’infrastruttura ecologica.
L’edilizia dei nani
Anni fa avevo definito provocatoriamente questo modello insediativo “l’edilizia dei nani”. Era un’espressione volutamente ironica, priva di qualsiasi intenzione denigratoria, ma descriveva una tendenza reale: edifici bassi, estesi orizzontalmente, incapaci di instaurare un rapporto virtuoso con il terreno sul quale sorgono. Oggi quella provocazione mi appare molto meno paradossale di allora.
Nel frattempo è cambiata la domanda. Non ci chiediamo più soltanto quanto costruire. Ci chiediamo quale rapporto debba esistere fra l’edificio e il suolo. Se il terreno è una risorsa ecologica prima ancora che fondiaria, allora la forma dell’architettura diventa essa stessa una scelta ambientale.
Non propongo semplicemente una città più alta. Propongo una città che poggi meno pesantemente sul terreno. Il problema non è l’altezza. È l’impronta che lasciamo sul suolo. Il vero tema non è il numero dei piani. È la dignità del suolo.
Una nuova metrica dell’urbanistica
Per questo motivo credo che dovremmo iniziare a valutare i progetti non soltanto per la superficie che costruiscono, ma anche per quella che restituiscono al ciclo naturale. Se così fosse, anche il dibattito sul PUG di Santarcangelo, come su altri strumenti urbanistici analoghi, assumerebbe un significato diverso: culturale e politico, prima ancora che tecnico.
Non sarebbe soltanto la discussione intorno a uno strumento urbanistico comunale. Diventerebbe l’occasione per domandarci se la cultura della pianificazione italiana sia davvero pronta a cambiare metrica. Per oltre mezzo secolo abbiamo cercato di limitare il consumo di suolo. Era giusto. Oggi, però, non basta più.
La vera sfida è restituire il suolo alla città
Una sfida che vada oltre la critica ai singoli PUG, ancora troppo appesantiti da procedure e adempimenti burocratici, e oltre i limiti che la stessa L.R. 24/2017 manifesta rispetto alla complessità della fase storica che stiamo vivendo.
Una sfida capace di introdurre un nuovo indicatore della qualità urbanistica: non più soltanto il contenimento del consumo di suolo, ma il suolo restituito come parametro progettuale.
Una sfida culturale e politica
Questa potrebbe diventare una vera sfida: per la migliore cultura tecnica e per una politica capace di misurarsi con la complessità del presente. Non so quanti consensi raccoglieranno queste riflessioni. L’esperienza, tuttavia, insegna che le idee solide, soprattutto quando trovano conferma nella pratica, possono progressivamente trasformarsi in patrimonio comune. Patrimonio di tecnici consapevoli e di amministratori avveduti.

COMMENTI