E lo chiamano parco (del mare)

E lo chiamano parco (del mare)

Cemento in abbondanza, alberi segati e ritardi clamorosi sui tempi di realizzazione. Ma che "cartolina" è il nuovo lungomare di Rimini? Lettera.

Siamo nei primi giorni di giugno e reduci dai momenti difficili della pandemia. Il turismo stenta a riprendersi gli ormai esigui spazi dovuti alla monotona offerta riminese, e a ciò si associa lo stato del cosiddetto parco del mare (!). Diffuso anche in altre frazioni dove le giuste lamentele degli operatori turistici anche per i ritardi di realizzazione, formano un coro unanime inascoltato da un’amministrazione piena per idee di un fulgido avvenire.
A tal proposito il cantiere di marina centro, perché di ciò si tratta, è ancora in alto mare e pessimo biglietto da visita per i turisti, e non solo, che transitano in quel sito. I quali possono ammirare l’azione della tradizionale motosega, elemento caratteristico e ricorrente del nuovo rinascimento riminese, oltre ad un altro elemento di cui parleremo in seguito.
I buoni progetti nascevano tenendo conto delle peculiarità, delle presenze pregresse di ogni caratteristica, sapendosi perfettamente adattare alle stesse. La storia passata, ma non troppo recente specie a Rimini, è piena di questi esempi contrari.
Qui da noi non usa così; e dopo ciò che è accaduto in Piazza Malatesta, a Porta Galliana e diffusamente altrove, qui si ripropone.

Non siamo in presenza di una potatura “creativa” che ha coinvolto molte piante cittadine, ma una vera e propria eliminazione; sebbene in corso d’opera, lo si desume dal fatto che la sventurata pianta ha avuto il torto di nascere e vegetare in un punto ostile ad un progetto di scarso valore architettonico ed ambientale. La prova? Il suo tronco non è perimetrato da una protezione di tavole di abete al pari di quelle “graziate”, ma non come la vicina sicuramente destinata alla stessa fine. Chissà se anche in questo caso esista o meno una perizia che abbia accertato l’assenza di nidi di volatili; ma si sa il mandato sindacale è in via di scadenza e la priorità è inaugurare. O meglio reinaugurare dato che ciò era stato già ufficiato l’anno passato.
Poi guardando bene il resto non sfugge la solita colata di cemento, quello buono si intende, e di buon spessore, che associato alla motosega giustiziera di incaute nascite arboree, pongono il dubbio di come questo si possa coniugare con la parola “parco” termine di tutt’altro significato. Basterebbe leggerne il significato nei dizionari per capire che qui siamo dinnanzi ad un’altra cosa, ma le definizioni esotiche ed estemporanee che hanno accompagnato le mirabolanti creazioni garampiane decennali cittadine, spesso travisano una cosa per un’altra. Più onestamente sarebbe meglio parlare di un pezzo di “lungomare raffazzonato”.

Ma torniamo al cantiere in essere in stagione turistica. Dato il folto numero dei molti curiosi che stazionano per assistere allo svolgersi dei lavori, peraltro tipici dei cantieri pubblici di ogni città, potrebbe costituire un richiamo per questi utenti cosiddetti “umarell”; una sorta di turismo cantieristico visti i molti ed interminabili in giro per la città ed il territorio, e di cui non si intravvede una fine specie a breve. Associamo questa iniziativa alle tante altre stanche, banali e ripetitive offerte estive. Cerchiamo quindi di cogliere un aspetto positivo della triste realtà, non inventiamoci altro ma valorizziamo le nostre risorse.

Salvatore de Vita

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