Ecco perché l’Art Bonus è una cagata pazzesca (ed è un’offesa per gli imprenditori veri)

Ecco perché l’Art Bonus è una cagata pazzesca (ed è un’offesa per gli imprenditori veri)

Il Comune pensa che i cittadini siano dei bancomat con il cervello in vacanza da una vita. Se l’amministrazione è incapace a tutelare gli spazi culturali, li dia in gestione ai privati. Perché dovrei mettere soldi per la tribuna dello stadio o per festeggiare il Malatesta? Un vero imprenditore apre teatri, finanzia case editrici, costruisce un cenacolo di poeti.

Benvenuti a Rimini, l’ultimo comune “renziano” d’Italia
Rimini, probabilmente l’ultimo Comune renziano d’Italia, spinge a tutta birra sull’Art Bonus, che è l’arte con cui le amministrazioni pubbliche si fanno belle coi soldi degli altri. Ora vi spiego perché l’Art Bonus è una cagata pazzesca e perché se fossi un imprenditore non metterei un centesimo per la questua di Stato.

Ma mi prendete per un pezzente?
Intanto, la questione è di ‘immagine’. L’Art Bonus viene presentato, fin da subito, come una vantaggiosa operazione commerciale, mica culturale. Testualmente. “Art Bonus è lo strumento che permette ai privati di effettuare erogazioni a sostegno della cultura e dello spettacolo garantendo benefici fiscali sotto forma di credito di imposta”. In sostanza: caro privato, dammi qualche soldo ne avrai dei benefici fiscali. Investi soldi che in qualche misura ti ritornano. Più che la figura dell’illuminato mecenate, in pratica, l’imprenditore fa la figuraccia del pezzente. Con applausi civici inviati a mezzo stampa, attraverso la ‘velina’ comunale. Il Sindaco si congratula con l’illustre imprenditore che investe in cultura per ottenere benefici fiscali. Complimenti. Alla faccia – malatestiana – dell’illuminato.

Ma mi prendete per un cretino?
Art Bonus è l’esempio palpabile che in Italia la libera intrapresa in ambito culturale è impossibile. Il Comune decide in che cosa, come e perché un imprenditore – o un libero cittadino – deve investire. Una roba inaudita: visto che metto i soldi, almeno fai fare a me. Invece no. Sono io, Comune, con le pezze al deretano, che ti dico dove tu, libero finanziatore, devi investire. Ma io, dice il libero cittadino, non pago già le tasse? Perché con i soldi che ti do, tu, Comune, non riesci ad assolvere il compito minimo di tutelare i beni culturali pubblici, cioè miei? Perché mi chiedi altri soldi? Mi prendi forse per un cretino? Se non sei in grado di tutelare i beni pubblici, cioè miei, con i miei soldi, sei un amministratore incapace, vai a casa.

Caro cittadino, tu sei il salvadanaio, anzi, il bancomat del Comune…
Più che di un mecenate – che rompe le palle, perché il mecenate è un libero cittadino dotato di libero pensiero – il Comune ha bisogno di un bancomat. Anzi, di una sfilza di bancomat. I bancomat servono per finanziare ciò che vuole il Comune. Cioè, questo:
a) la Tribuna storica dello stadio “Romeo Neri”;
b) la Domus del Chirurgo;
c) Palazzo Valloni (il futuro Museo Fellini);
d) la Biblioteca Gambalunga (o meglio, il “sostegno al patrimonio” bibliotecario e il “sostegno all’attività dell’Archivio Federico Fellini”);
e) il Museo civico (mendicano 100mila euro per le “celebrazioni Sigismondo Pandolfo Malatesta annualità 2017”: ma come, non hanno lo straccio di una idea né il metro di un piano finanziario minimo per festeggiare SPM?);
f) restauro del sipario storico del Teatro ‘Galli’ in restauro.
Ma se io voglio finanziare altro? Non puoi, stai zitto. Tu per il Comune non sei mica un uomo che ama la cultura. Tu sei un bancomat. Che dall’erogazione liberale vuole cavarci dei benefici finanziari. Stop.

L’insostenibile leggerezza dell’Art Bonus
Sfogliando il sito specifico dell’Art Bonus (artbonus.gov.it) scopriamo che l’intervento più caro è quello per la tribuna dello stadio: su 410mila euro richiesti ne sono arrivati 31.200. Per il resto, i riminesi hanno risposto alle proposte del Comune con 0 euro. Tranquilli, vedrete che il Comune tirerà fuori dal cilindro l’illustre imprenditore-finanziatore da dare in pasto alla stampa. Tanto i riflettori sono tutti per Andrea II Gnassing, il Sindaco che spera nei finanziamenti giusti per diventare Ministro del Turismo a Roma.

Ma mi prendete per un allocco? I veri imprenditori fanno questo…
Capisco, il Comune di Rimini ha una idea meramente ‘comunista’ della cultura. Dove il libero cittadino non è un libero creatore di cultura, un creativo, ma un suddito di Stato. Non funziona così, però. Se fossi un imprenditore illuminato – chi investe in squadre di calcio e in carità più o meno cristiana non è un ‘illuminato’, è un politico – finanzierei un teatro, una casa editrice, un museo tutto mio. Fare cultura non significa mettere soldi per avere dei benefici fiscali, ma costruire l’eternità. Come facevano i veri illuminati. Creare un cenacolo di poeti, edificare un tempio alla bellezza, costruire un festival in direzione ostinata e contraria al perbenismo politico attuale, ostile alla burocrazia della cultura che ci tarpa le ali e ci rompe le palle.

Una alternativa concreta: gli spazi pubblici ai privati
Altrimenti, Art Bonus è l’indice dell’incapacità del Comune nel gestire gli spazi pubblici. A questo punto, più che mendicare soldi per mettere le pezze all’insussistenza civica, che il Comune si affidi totalmente ai privati. Sarebbe più giusto per l’amministrazione e più elegante per l’imprenditore. Il quale, più che avere dei meri benefici fiscali vorrebbe avere dei redditi concreti dalla cultura. Perciò: il Museo civico è vecchio come un fossile, ha un traffico di turisti quanto la Groenlandia l’ultimo dell’anno? Diamolo in gestione a un privato. La Biblioteca Gambalunga è un peso civico, con pochi soldi e poche idee (tanto che dal 2009 è assente un direttore)? Che il Comune la faccia co-gestire da un privato illuminato. La necessità aguzza le idee, la passione acuisce il talento. L’Art Bonus, beh, rispeditelo in gola a Franceschini, è meglio.