Le due città romagnole sono tra le 23 candidature pervenute e attendono con ansia l'esame delle loro proposte
Forlì e Cesena si sono candidate insieme come Capitale Italiana della Cultura per il 2028, presentando un dossier congiunto al Ministero della Cultura sotto il nome “Forlì-Cesena per la Cultura 2028”. Un progetto ampio – si può vedere anche sul sito già attivo – che coinvolge circa 40 Comuni, focalizzato su “Sentieri della Bellezza”, innovazione (AI, aerospazio) e rinascita territoriale per un futuro di crescita culturale e sociale.
Le due città romagnole sono tra le 23 candidature raccolte e attendono con ansia l’esame delle loro proposte. Come noto il percorso prevede la selezione di 10 finaliste, ma il termine fissato inzialmente per il 18 dicembre 2025 è stato prorogato al 20 gennaio 2026. Ancora pochi giorni, quindi, e si scoprirà se il progetto verrà ammesso alla selezione finale.
La candidatura di per sé dice poco a livello politico, ma se dovesse andare in porto – al di là dell’ovvia ricaduta positiva su tutta la Romagna – avrebbe l’effetto del classico “schiaffone” per Rimini. La città di Fellini (che a volte forse si rigira nella tomba per come viene gestita la sua eredità dai suoi concittadini) aveva infatti tentato, con il suo arrembante “Vieni Oltre”, di accaparrarsi il titolo che nel 2024 aveva conquistato Pesaro, la città – tra gli altri – di Rossini, dove tutta la macchina culturale e artisticia ancora oggi si muove all’unisono e in perfetta armonia con il lascito dell’illustrissimo compositore. Già questa semplice valorizzazione del proprio passato basterebbe a far capire la differenza tra una città culturale, che sulla cultura ha costruito un’industria, e una città che ha avuto un passato forse anche più ricco: Fellini è un caso a parte, spesso inspiegabile tanto è assurda la mancanza di una vera iniziativa culturale che ne porti il nome, da un festival cinematografico a un centro studi, un corso di laurea o altre iniziative, ma andando a ritroso ci sono anche le vestigia romane di Rimini che potrebbero essere un volano eccezionale, visto che non hanno nulla da invidiare ad altri centri, peccato che qui l’Anfiteatro sia l’esempio plastico della loro non-valorizzazione.
Differenza con Pesaro, su questi fronti, abissale. E a ribadirlo è stato il titolo di Città della Cultura: a Pesaro sì, a Rimini no. Fine dei giochi.
E arriviamo a Forlì e Cesena, due centri culturali che fanno invidia per quento raccontano ogni giorno e per come hanno saputo valorizzare non solo l’esistente/ereditato, ma anche produrre a loro volta cultura. Due centri di potere, a loro volta, che “fanno a spintoni” con Rimini da sempre, soprattutto da quando esiste la Regione Emilia-Romagna. Il distacco dalla Provincia di Forlì è ancora uno smacco che oltre il Rubicone non sopportano, per cui ogni occasione è buona per ribadire il ruolo decentrato e periferico di Rimini: vale per la viabilità come per gli investimenti, vale per le rappresentanze come i premi. E ora c’è il rischio che valga anche per la cultura. Perché se dovessero vincere il titolo, per Rimini sarebbe un doppio schiaffo: stretta tra Pesaro (2024) e Forlì-Cesena (2028) si sveglierebbe povera anche su questo versante, ma soprattutto ininfluente. Anche perché, se dovesse arrivare quel titolo, catalizzerebbe tutti gli investimenti regionali, giocoforza (e sarebbe assurdo che Bologna non enfatizzasse e sfruttasse quel plus). Proprio nel momento in cui Rimini avrebbe e potrebbe tutto per aumentare la sua produzione culturale. Se vorrebbe, ovvio. Perché per ora la volontà – ripeteremo all’infinito il caso dell’Anfiteatro mezzo nascosto e sepolto sotto una struttura privata – non è stata all’altezza del potenziale.
Quel genio di Cardellini parlava di “botta d’orgoglio” – espressione rimasta negli anni a simboleggiare il cambiamento a Rimini – ma qui si rischia di fermarsi alle botte. Da Pesaro e forse da Forlì-Cesena.


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