L'errore banale è considerare semplicemente la vittoria del NO come un ribaltone politico, una rivolta al Governo Meloni. Se così fosse anche a Riccione e Gemmano, sarebbe uno "schiaffo" ai Sindaci Angelini e Santi?
Ha vinto il NO alla riforma sulla giustizia. Su questo non ci sono dubbi, dato l’ampio scarto di voti. Come non c’è dubbio sulla volontà popolare, perché con quasi il 60% di affluenza è un risultato rappresentativo importante. Ma trasformarlo in un voto politico è un esercizio circense, da qualunque parte lo si guardi.
Il fronte del NO è eterogeneo e trasversale, per prima cosa, perché raccoglie chi effettivamente era contro la riforma ideata dal ministro Nordio, ma anche chi è contro il Governo in generale, chi è contro la Meloni e ovviamente chi è contro il centrodestra per partito preso (in tanti sono pure contro Berlusconi, considerato “padre” della riforma, e molti di questi non sanno nemmeno che è morto nel frattempo). Chi ha vinto di questi? Tutti. Ma chi ha vinto veramente è l’ANM-Associazione Nazionale Magistrati, che su questa riforma ha tirato fuori unghie e artigli come e se non più dei partiti politici. E qui c’è il primo problema del “fronte politico”, perché una delle componenti più forti (e da ieri ancora più potenti), l’anima vera della strategia vittoriosa al referendum, non si schiererà mai in una campagna elettorale, né tantomeno si candiderà in qualsivoglia lista o coalizione, pur essendo un soggetto politico a sua volta. Non ne ha semplicemente bisogno. Non gli serve candidarsi, farsi eleggere, avere responsabilità di governo: ha già tutto quello le serve per amministrare il proprio potere costituzionale, quello giudiziario. Il “fronte politico” del NO, già così, è molto più debole. Se poi si aggiunge la profonda divisione interna al cosiddetto campo largo, si capisce quanto grande sarebbe la debolezza di un progetto politico basato su questa vittoria al referendum (o sulla sconfitta del Sì, idenficandolo unicamente con il centrodestra, che è un errore grossolano che molti politicanti stanno commettendo più o meno consapevolmente).
Dall’altra parte, però, non è che non sia successo nulla, anzi. Il centrodestra di governo, quello forte, unito e compatto dietro Giorgia Meloni, ha accusato il colpo e le conseguenze non sono ancora chiare per nessuno. Le dimissioni della premier sono comunque un’ipotesi, perché al contrario di Matteo Renzi che aveva promesso di dimettersi se avesse perso il referendum costituzionale, lei non ha alcun problema con il suo partito, come invece aveva l’ex premier con il PD. Ma soprattutto lei non ha paura delle elezioni, perché può contare su una coalizione solida (anche se qualche movimento interno si dovrà fare, tra richieste e minacce che non mancheranno nei prossimi giorni e mesi) e anche sulla mancanza di un’alternativa coesa e credibile. Il “fronte del No” non è un avversario alle elezioni e probabilmente non lo sarà nemmeno in futuro. I festeggiamenti di questi giorni sono legittimi, ma finiti i botti, si torneranno a dividere come prima e a capire perché contro i loro nemici i giovani sono andati a votare ma per loro non ci vanno da decenni (non che a destra siano così arrapanti per le nuove generazioni, ma la Meloni ha un seguito importante).
Diverso è invece cosa potrebbe succedere a livello regionale e locale. Intanto, la mappa del referendum cambia diametralmente colore a quasi tutte le Regioni d’Italia, visto che il Sì ha vinto solo in Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Questo significa che tutte le Regioni amministrate dal centrodestra in questo momento si sono “rivoltate”? Può essere, ma è difficile immaginarlo e anche provarlo. Così come è spinoso e scivoloso analizzare il voto del Sud, dove la giustizia ha un peso rilevante nella società, dovendo contrastare le mafie e il malaffare: votare NO a cambiare qualcosa nell’amministrazione della giustizia, come dovrebbe essere letto? Un voto a difesa dei magistrati che combattono le mafie o un voto a difesa dell’attuale sistema della giustizia, che alle mafie fa poco più che il solletico? La domanda è lecita, ma la risposta non sta a noi cercarla. Magari anche in quelle percentuali bulgare di certi Comuni specifici, dove le “persone di buon senso” sono l’80% e i corrotti e i mafiosi (se è vero come diceva qualcuno che votavano Sì) non sono nemmeno andati a votare.
Andando più nel piccolo, poi, le dinamiche sono ancora più confuse, ma proprio per questo lasciano spazio a conseguenze più profonde. Nel riminese tanti Comuni hanno visto una prevalenza di Sì, la stessa provincia è la terza in Emilia-Romagna per la percentuale del Sì. E questo è avvenuto anche in Comuni amministrati dal centrosinistra, per cui se vale il ragionamento per le Regioni amministrate dal centrodestra, allora anche a Riccione si sono “rivoltati” alla Sindaca Angelini? O ancora di più, si sono “rivoltati” a Riziero Santi, tra i maggiorenti del PD da decenni ormai e Sindaco nella Gemmano del Sì?
Questi ragionamenti, proprio perché non sono replicabili a tutti i casi, appiano furbi, ma inconsistenti.
Diverso è ragionare in prospettiva. Perché se il “fronte del NO” non esiste come soggetto politico, il “fronte del Sì” ha più possibilità di diventare qualcosa di concreto nel breve periodo. Intanto perché c’è una coalizione già collaudata, matura e presumibilmente stabile nel tempo. E poi perché chi non si sente rappresentato dal centrodestra ma ha votato Sì, si sente escluso dal “fronte del NO”, che continua e continuerà a ribadire il concetto “noi contro di loro” all’infinito. Nelle vesti di elettori, chi potrebbero scegliere: quelli che anche se nemici storici o comunque diversi, hanno almeno una battaglia in comune con loro, o quelli che si dicono della stessa famiglia, i compagni appunto, ma li hanno etichettati come persone prive di buonsenso se non addirittura criminali e amici dei criminali?
C’è un margine di crescita importante, ma sta al centrodestra costruirlo e conquistarlo. Nemmeno a loro basta il “fronte del Sì” come leva, devono strutturare una proposta unitaria che riesca però a coinvolgere anche quanti non si sentono rappresentati da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. A livello nazionale già ci stanno lavorando, anzi, ci stavano lavorando già durante la campagna referendaria. E a livello locale?
A Rimini, per esempio (ma anche a Riccione che è già contendibile da anni), qual è la strategia? Analizzare il voto, e quindi la sconfitta, e rilanciare il solito impegno a costruire una alternativa credibile, perché l’alternanza è un bene per la democrazia, perché le sinistre governano da troppo tempo e hanno ormai ingessato lo sviluppo della città dovendo rispondere a molteplici interessi contrapposti, privando l’azione di governo cittadino di una visione che porti tutti a un nuovo livello, lasciando indietro chi invece vorrebbe mantenere il suo orticello?
Una bella favola, ma senza lieto fine. Perché alla fine ha vinto e vince sempre la sinistra. Bisogna cambiare qualcosa. Bisogna strutturare questa proposta, con una classe dirigente che non solo abbia la capacità di attrarre sia nuove figure (abbiamo visto quanto abbiano pesato le dichiarazioni e gli scivoloni dei fedelissimi della Meloni) sia quella parte della comunità non rappresentata normalmente dal centrodestra, ma che essa stessa sia già rappresentativa di questa parte della comunità. Si può partire da questa sconfitta per dialogare con gli altri “perdenti” del Sì. Perdenti al referendum, ma possibili vincitori alle elezioni. Questa battaglia, condotta assieme per una riforma ritenuta necessaria, è stata anche una battaglia contro la sinistra. Qui non c’è l’ANM che si defila dalla sfida elettorale, qui non c’è il campo largo che alla prova dei fatti sono tre-quattro orticelli recintati che stanno bene da soli. Qui c’è davvero un fronte comune che ha condotto una battaglia identitaria portando avanti la propria idea di giustizia. E questo nonostante a Meloni, Tajani e Salvini molti non hanno mai portato un voto in vita loro.
Il problema è quello di sempre, però: il centrodestra locale avrà la maturità e l’umiltà di costruire un’alternativa credibile che si dimostri ancora più coesa delle ultime coalizioni del centrosinistra, sempre più variegate e civico-democratiche? Avrà il coraggio di farlo subito, non a ridosso delle elezioni? Avrà la forza di battagliare per due anni, costantemente e nel merito, con l’amministrazione in carica e con le due anime del PD locale (i “melucciani” e i “gnassiani” o come volete chiamarli), ma anche con i propri referenti a livello governativo per avere supporto e conferme che il loro modo di amministrare la cosa pubblica è davvero migliore?


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