Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore della guerra e committente di Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti e Piero della Francesca: nel libro di Giovanni Rimondini pubblicato su Amazon
GABRIELLO: “Perché Amazon?”
PROFESSORE: “Perché Amazon è il mezzo per entrare nel mercato nazionale e internazionale dei libri, per avere accesso alla domanda di libri di storia e di arte la più ampia possibile”.
GABRIELLO: “E hai avuto successo?”
PROFESSORE: “No”.
GABRIELLO: “Ah”.

Particolare del volto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, opera di Piero della Francesca, conservato al Louvre. Ha subito vivo il Malatesta un’operazione di magia nera con graffi agli occhi e alla bocca perché il signore di Rimini non vedesse e non parlasse.
PROFESSORE: “Non ho trovato la parola magica per aprire la caverna di Aladino. Voglio dire che contavo ingenuamente sui numeri abbastanza elevati di lettori di un paio di miei articoli pubblicati in Rimini 2.0. e su altre simili fonti. Un mio articolo diligente ma non originale dedicato alla scoperta della via romana via Aretina da Ariminum ad Aretium, presso Villa Verucchio, aveva avuto 50 mila visite. In genere i miei articoli in Rimini 2.0 erano visitati in media da 7 mila utenti, ma di recente un paio di miei articoli veramente impegnati e in gran parte originali sulla Dea Madre di Verucchio e sulle centuriazioni romane come sistemi idraulici, sono precipitati molto sotto le mille visite. Come dire che la dimensione comunicativa delle mie pubblicazioni mi è completamente ignota.
E comunque sia bisogna capire concretamente chi sono i clienti di Amazon, come cercare e trovare la domanda.

Il leitmotiv architettonico del Rinascimento riminese ipotizzata creazione di Leon Battista Alberti e di Piero della Francesca

La grande cupola di Santa Maria del Fiore, opera massima di Filippo Brunelleschi, l’architetto che ha inaugurato il Rinascimento, autore di Castel Sismondo a Rimini
Certamente non ho più ormai il tempo per condurre questa ricerca – ho appena computo 84 anni, l’età statistica delle partenze – ma i giovani storici a cui ho pensato potrebbero riuscire a trovare il modo di vivere del loro lavoro di storici senza doversi impiegare nell’insegnamento o in altro mestiere.
Certo se avessi scritto in inglese il mio testo, o l’avessi fatto pubblicare tradotto in inglese, ipotizzo che il numero dei miei clienti sarebbe stato alto. In ogni caso chi vivrà potrà continuare questa strategia di sperimentazioni facendosi aiutare anche dalle analisi degli esiti fallimentari”.
GABRIELLO: “Ma forse per il tuo libro esiti fallimentari è ancora troppo presto da dire. Ci sono ancora da calcolare gli esiti di vendita delle “fetes d’hiver” come dicono in Francia i neogiacobini al posto di feste di Natale. Sono d’accordo con te che bisogna analizzare la domanda dei libri su Amazon tenendo conto anche di un ventaglio di piste, della popolarità o diffusione in Italia e nel mondo degli argomenti riminesi malatestiani. Certamente Rimini e i Malatesta sono di interesse culturale nazionale; nella Divina Commedia ci sono i due cognati Paolo e Francesca; viene ferocemente insultato il fondatore della dinastia Malatesta da Verucchio – il mastin vecchio e il nuovo da Verucchio – e il suo primogenito o terzogenito Malatestino; poi l’altro figlio Giovanni zotto o Gianciotto, che non appare di persona, ma ci vien detto che è ghiacciato nella parte più profonda dell’inferno: la vendetta di Dante per le sue disgrazie politiche causate a Firenze anche dai guelfi Malatesta al seguito di Carlo di Valois.

Il magnifico portale delTempio malatestiano, opera imperiale di Leon Battista Alberti per Sigismondo Pandolfo Malatesta, progettato a Fabriano nel 1450

Ritratto di Castel Sismondo opera di Piero della Francesca 1451
Nel Trecento abbiamo avuto la grande scuola riminese di pittura, indagata con numerose stimolanti novità storiche da Oreste Delucca; per la presenza nei musei degli States di “fondi oro” riminesi è argomento di interesse culturale americano. Nel ‘400 il Rinascimento fuori di Firenze, dobbiamo contare sulla straordinaria presenza personale a Rimini dei tre grandi artisti prospettici Filippo, Leon Battista e Piero.
Ma tu speri che l’interesse per questi grandi argomenti sia in grado di creare una domanda corposa e una conseguente vendita che dia il mezzo per vivere a…quanti sono i giovani e i vecchi storici riminesi?”
PROFESSORE: “Il numero non lo conosco, forse sopra la decina. Che vi sia trippa per tutti in Amazon lo spero, non ne sono sicuro e certo non riuscirò a vedere se mai qualcuno la prosegue, come andrà a finire questa ricerca sulla domanda Amazon; aggiungi anche tra gli argomenti di interesse culturale forte gli etruschi di Verucchio e i monumenti romani: l’Arco, il Ponte, l’Anfiteatro”.
GABRIELLO: “Al momento Sigismondo Malatesta sembra riscuotere un interesse americano ma solo come il cattivo dei cattivi; così è rappresentato Il rinascimento cattivo di Alexander Lee, il giovane storico degli States che sostiene con ingenua sicurezza la tesi colpevolista di papa Pio II, che presentò Sigismondo Malatesta come il più criminale di tutti, il traditore…”

La ‘facciata’ di Castel Sismondo opera di Filippo Brunelleschi Firenze 1435, Rimini 1438
PROFESSORE: “Traditore, dici? Certo è stato un traditore, come tutti. ‘Tradire’ era ed è sempre stato uno strumento fondamentale, un modus operandi praticato da tutti, nel ‘400 ma anche oggi nelle strategie politiche – ricordi: Letta stai sereno? -. Sorvoliamo volentieri i fatti spiacevoli della nostra storia nazionale: ma se ci fermiamo, troviamo nel secolo passato che l’Italia tradisce due volte la Germania, con la quale era alleata, una volta prima della prima guerra mondiale, e poi una seconda volta alla fine della seconda guerra mondiale. Ma non è la sola a tradire. Stalin tradisce i Comunisti internazionali quando si allea con Hitler; Hitler tradisce Stalin quando invade la Russia e poi tutti i patti di pacificazione che aveva firmato… I Tedeschi li abbiamo traditi per la necessità di seguire i nostri interessi vitali o quelli che credevamo fossero i nostri interessi vitali…Hitler nei suoi Discorsi a tavola dice che in futuro bisognerà tagliare in Italia ogni albero per farne una lastra da soleggiare per riscaldare il clima della Germania. E pensa che anche nel secolo precedente quello passato, i due Napoleoni fecero versare il sangue francese per la nostra unità nazionale. E noi tradimmo i Francesi nell’alleanza con l’Austria e la Germania ad unificazione avvenuta. Insomma per “sacro egoismo” tutti tradiscono tutti”.

Castel Sismondo con la c.d. ala di Isotta che mostra i resti di un raro e lungo balcone

Rendering di Giovanni Maccioni: in alto a sinistra l’ala di Isotta completata
GABRIELLO: “Il “sacro egoismo” delle nazioni effettivamente fa parte della storia quasi sempre non detta e non scritta e certamente è vero anche per le altre nazioni e stati. Però che Sigismondo fosse ‘cattivo’ e a volte anche crudele con i poveri contadini del nemico e con i suoi guerrieri lo hai scritto anche tu, quando tagliò le mani ai quattro disertori inglesi e il papa Pio II affermava di averne visti due”.
PROFESSORE: “E poi, devo confessare, nel mio libro, suggestionato da Gaspare Broglio, ho attribuito alla Fortuna, al karma, al Fatum di Sigismondo Pandolfo il tradimento e la sua ‘disfatione’, la rovina dello stato che i Malatesta suoi antenati avevano consolidato in due secoli, sull’orma della pentapoli marittima bizantina tra Romagna e Marche. Si può e si deve interpretare politicamente questa sfortuna del Malatesta e attribuirla piuttosto ad un fenomeno complessivo strisciante, dopo le sconfitte dei secoli XII e XIII, una lenta ma costante ripresa della fazione ghibellina sempre in conflitto con la parte guelfa. Mi rendo conto che per semplificazione storiografica non sto rispettando in possibili alternative e in tutti i dettagli la verità storica che è assai più complessa di una semplificazione. Sigismondo Pandolfo tradisce due volte il ghibellino re Alfonso di Aragona – imparentato con gli imperatori Svevi, i cui discendenti Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia si imparenteranno con gli imperatori Asburgo – e lo fa per mettersi al sevizio della guelfa Firenze, secondo la tradizione guelfa della famiglia Malatesta. Quella Firenze dominata da Cosimo il Vecchio che non lo stima e lo tradisce perché tanto stupido com’è è destinato alla sparizione”.
GABRIELLO: “Sì questo argomento della continuità guelfa-francese e ghibellina-imperiale che durano dopo il momento iniziale nella casa sovrana riminese sembra interessante e anche se non sempre riscontrabile”.

Il signor Franco Spaggiari di Piacenza, proprietario di Caste S.Pietro in Cerro, mostra la bombardiera con le “tacche Albertiane”
PROFESSORE: “Mi fa piacere che ti appaia un’ipotesi ragionevole. Lentamente e decisamente il ghibellinismo stava imponendosi anche nel’400 e apparirà mutatis mutandis nei futuri secoli: Milano la grande città guelfa, che aveva sconfitto l’imperatore Federico I di Svevia, con i Visconti e poi con gli Sforza era diventata ghibellina, e la stessa Firenze l’altra grande città guelfa e filofrancese era diventata ghibellina con Cosimo de Medici, che aveva programmato la strategia della sua famiglia per le generazioni seguenti in prospettiva imperiale. E ribadisco proprio questo ‘tradimento’ mediceo spiega la mancata difesa di Sigismondo Pandolfo da parte dei Fiorentini per due volte salvati dal Malatesta dall’aggressione mortale aragonese del re di Napoli che voleva asservire Firenze, iniziando con una testa di ponte a Piombino in Toscana.
Ma anche la Chiesa che era al vertice della parte guelfa sua creatura, al tempo di Sigismondo Pandolfo, aveva un papa scopertamente ghibellino, quel Pio II, che era stato segretario di un imperatore Asburgo, e che avrebbe voluto rimettere al potere i nobili a Siena. Ma c’era dell’altro nella sua rabbia: aveva trasformato un dissidio politico con il suo vicario riminese in un’offesa personale e mortale, e il suo odio per Sigismondo Pandolfo sembra in effetti una sorta di affare del cuore come quello progettato da un’amante rifiutata dal signore di Rimini”.
GABRIELLO: “Bè questa ambivalenza amorosa, senza un fondamento documentale di sorta, mi sembra molto improbabile”.
PROFESSORE: “Va bene è improbabile. Sempre semplificando la storia nazionale, in questa carrellata secolare dei tradimenti italici, possiamo vedere anche in forme molteplici e diverse il conflitto guelfi e ghibellini: si riconoscono nelle simpatie e nelle alleanze tra italiani filofrancesi e italiani filospagnoli e filotedeschi, a volte fatte corrispondere a un conflitto tra innovatori e tradizionalisti, ma anche tra rivoluzionari e reazionari, sia in campo politico che in campo culturale. Questi conflitti in vari modi attraversano i secoli, fino al Fascismo ‘ghibellino’ filotedesco che si è battuto contro il Socialismo e il Comunismo riformatori e rivoluzionari nel secolo passato. E la destra reazionaria è tuttora in auge, anzi è al governo con la sua fedeltà borgatara ai ricchi e potenti, ai quali perdona l’evasione fiscale…”

Castello di San Piero in Cotto Piacenza, il graffito con le “tacche albertiane”
GABRIELLO: “Guarda caro che se vuoi fare dei Malatesta degli antifascisti e dei progressisti, attraverso il guelfismo, dovrai affrontare delle belle tempeste storiografiche…Pensa a Cleofe Malatesta Paleloghina, despina di Morea e imperatrice di Costantinopoli dei Malatesta di Pesaro imparentati con le famiglie ghibelline dei Montefeltro e dei Colonna, e alle parentele abbastanza strette dei Malatesta coi granduchi della Moscovia e persino con il padiscià turco Maometto il conquistatore…e poi definire il fascismo con categorie politiche ed economiche di prospettiva soggettiva compromette la tua posizione oggettiva di storico”.
PROFESSORE: “Bè, la “fedeltà ai ricchi” a mio avviso ha anche un aspetto borgataro, fondato, non dico sul solo spirito servile, ma sul ‘rispetto’ che sempre hanno avuto e hanno i fascisti per i ricchi in quanto capaci di produrre e mantenere ricchezza.
Persino oggi, malgrado i ‘ricchi’, che in Italia non pagano le tasse, trasferiscano all’estero i loro capitali e le loro aziende.
Ma Benito Mussolini, in questo ambito politico ed economico servile, almeno una volta si ricordò di quello che aveva professato da giovane socialista. E fu quando fondò l’Istituto di Ricostruzione Industriale – l’IRI – certamente per salvare con i fondi dello Stato le industrie private decotte, ma soprattutto per inventarsi e imporre lo Stato come soggetto principe anche in economia. Questa novità economica strutturale, l’invasione del pubblico in un’area che i ‘ricchi’ volevano restasse privata, un vulnus che i politici e gli economisti liberali non gli hanno mai perdonato, ha dato origine a quell’Industria di Stato che ha fatto nel dopoguerra per decenni la fortuna economica del nostro paese. Naturalmente i liberali ne hanno parlato male.

Castel Sismondo Rimini,la torre verso il fiume con le alte scarpe che scendono fino alla battagliera del fossato, giustificando l’immagine valturiana dell’effetto piramidi.
E tieni presente, Gabriello, che la fondazione dell’IRI è stata comunicata il 24 gennaio 1933, mentre il New Deal, che in America impegnava lo Stato Federale nell’economia per il superamento della terribile crisi finanziaria ed economica del 1929, venne divulgato dal neopresidente Franklin Delano Roosevelt con una serie di “messaggi radiofonici” a partire dal 12 marzo1933. Nel campo internazionale, lo Stato-Partito Comunista Sovietico dominava totalmente l’economia dalla vittoria dell’Armata rossa sull’Armata bianca nel 1921.
Chi avrebbe mai immaginato che un’aristocrazia di boiari criminali, finito ‘improvvisamente’ il regime sovietico, avrebbe privatizzato con feroce determinazione e coinvolgimenti di lobbies sovietiche l’economia statale comunista?”
GABRIELLO: “Mi sembra evidente che la Fortuna, se non vogliamo dire la Provvidenza, ha alla fine ragione di tutto. E i corpi della famiglia imperiale dei Romanov, assassinati dai bolscevichi, sottratti alle sepolture anonime dei boschi di Porosenkov, riconosciuti tramite il dna, sono stati deposti in sepolture marmoree in una nuova cattedrale. Santificati dalla chiesa greca ortodossa russa.
I Romanov sono imparentati con tutte le case regnanti d’Europa, e, come tu hai ricordato, in quanto dinastia di zar avevano un legame con le case Malatesta, Gonzaga, Este, da Varano, attraverso la già citata Cleofe Malatesta, basilissa e despina di Morea, moglie di Teodoro Paleologo figlio dell’imperatore di Bisanzio Manuele II, e zia di Zoe poi Sofia Paleologhina, figlia di suo cognato il principe imperiale Teodoro, fuggita con la famiglia in salvo a Roma e adottata da papa Sisto IV. Zoe poi chiamata Sofia, con la mediazione del cardinale Bessarione, sposa il granduca di Mosca Ivan III e, erede di Augusto, trasmette ai sovrani della Moscovia il titolo imperiale”.
PROFESSORE: “Ad essere precisi la parentela effettiva dei Malatesta è con l’antica dinastia dei Rurikidi finita nel 1598, e fu Ivan IV, nipote di Sofia, detto il Terribile a conferire un carattere imperiale, con il titolo di zar – da Caesar – ai sovrani della Moscovia. Dopo il periodo dei torbidi nel 1613 i boiari elessero Michele Romanov, figlio del patriarca di Mosca, e questa famiglia con alterne vicende, ampiamente germanizzata, durò al potere fino alla rivoluzione sovietica. E’ vero quello che dici, questa presenza imperiale contraddice o forse arricchisce ed estende l’ambito di una storia che lo ammetto non fu solamente guelfa.
Ma Lello io non mi illudo di scrivere verità assolute per l’eternità, mica penso di essere Dio, l’unico soggetto assoluto anche della storia, eventualmente esista; non mi permetto di dire: “E’ stato così” e tanto meno “è stato così perché lo ha detto il Tonini” o peggio “perché lo dico Io”. Scrivo sempre cercando di rispettare rigorosamente una serie di verità che ci arrivano dal passato nei documenti; per noi esseri umani limitati nel tempo e nell’intelligenza, la verità appare articolata, prospettica e anche molto ipotetica, ma pure abbiamo l’assoluta necessità di rifuggire dai falsi e dalle generiche approssimazioni. Inoltre ho sempre presente che il provvisorio steso al meglio, se è ben fondato, produce le novità.
Una storia deve essere ricostruita con cura, e tuttavia ci si può aspettare proprio con le positive novità che sia subito superata”.

Giovanni Maccioni, veduta a volo d’uccello lato monte, ricostruzione di Castel Sismondo al tempo di Sigismondo Pandolfo e del Brunelleschi. In questa parte del castello si nota il riutilizzo delle mura comunali del secolo XIII e delle due ali del fratello Galeotto Roberto.
GABRIELLO: “Fammi un esempio”.
PROFESSORE: “Ma mi sembrano evidenti nelle loro logiche e contraddizioni proprio in questa sintesi generale dei grandi fini consapevoli e inconsapevoli della politica italiana del ‘400. La vediamo comporsi come il risultato di finissime strategie politiche e militari come quelle coscienti e realistiche degli astuti Cosimo de Medici e di Federico di Montefeltro, alleati col papa e con il re di Napoli Alfonso di Aragona, e contrastare con le strategie piuttosto oscillanti di Sigismondo Pandolfo, unite con quelle incerte dei suoi alleati finali francesi angioini. La Fortuna per il contemporaneo Broglio, dopo le prime vittorie malatestiane e angioine, smette di favorire il signore Malatesta e decide per la vittoria aragonese. Irrazionale è stata la scelta di Sigismondo Pandolfo di sposare una signorina nessuno, lui che era un grande di famiglia quasi sovrana e che aveva il dovere di mantenere il suo status politico e sociale, aveva fatto una scelta assurda e incomprensibile che i grandi dell’Italia, compresi i suoi parenti Gonzaga – escluso però Borso d’Este – non gli hanno perdonato. Anche Sigismondo Pandolfo si sentiva nelle mani della Fortuna – che nella traduzione delle epigrafi greche del Tempio Malatestiano fatta da Federicomaria Muccioli appare col suo nome greco Tyche –. Ma tutto sommato la grande storia complessiva del Malatesta, come sopra affermato, non è priva di fondamentali coloriture guelfe che veicolano, come si è detto, anche sensi cristiani, mescolati però sicuramente all’epicureismo e forse anche, ma ne sono meno convinto, al neoplatonismo pagano. In questo modo tutt’altro che lineare leghiamo nello sfondo la storia di Rimini con quella nazionale ed europea nella fase rinascimentale”.

Giovanni Maccioni, veduta di Castel Sismondo a volo d’uccello dal lato della città.
GABRIELLO: “A proposito. E il grande amore con Isotta?”
PROFESSORE: “Bè, ti capisco, l’ho un poco silenziato nell’area dei sentimenti amorosi che certamente non mancarono ma senza il valore che oggi i neoromantici attribuiscono all’amore. Anzi ho rifiutato completamente la dimensione romantica che anche Augusto Campana nella sua scheda Treccani su Isotta aveva mantenuto, pur facendo notare che la piccina grassotella e forse anche bellina era astuta e aveva un piano per farsi sposare. Ma come facciamo a non tenere conto dei continui “tradimenti” di Sigismondo Padolfo che Isotta stessa gli rinfacciava, anche per lettera. Sigismondo ‘tradiva’ Isotta persino nei momenti aurorali del suo innamoramento. Come un pascià turco il Malatesta aveva un harem di fatto. Quando voleva una donna, avrebbe commentato Cosimo de Medici, la prendeva subito, dov’era e com’era. Se il grande amore con Isotta, iniziato qualche anno prima, si era consumato nel 1446, il figlio Roberto gli era nato a Fano nel 1441 e 1442 e il rapporto con la madre Vannetta Toschi non si era mai interrotto, vien da credere che continuasse nella casa dell’amante quando il signore stava a Fano. Nel 1442 dalla seconda moglie legittima Polissena Sforza gli era nata Giovanna, che sposerà un da Varano signore di Camerino, e da altre donne che non conosciamo aveva avuto e avrà ancora altri figli. Lo possiamo ipotizzare perché a Rimini esisteva un’altra casa dei bastardi di Sigismondo sotto la direzione di una parente della casa Malatesta di Sogliano, probabilmente una sua vecchia amante. Aveva poi un’altra amante fissa Gentile di Giovanni da Bologna che stava a Rimini coi suoi figli nella terza casa dei bastardi di Sigismondo”.
GABRIELLO: “Tutto questo però non spiega lo sfarzo letterario che Sigismondo volle nel racconto del suo amore con Isotta”.

Giovanni Maccioni, veduta del fossato dal basso, tra l’ala di Isotta e il ponte morto dell’ingresso verso la città.
PROFESSORE: “Vero anche questo; ma intanto le lodi reiterate di Isotta, bella, coltissima, famosa in Italia, vanno prese come le lodi che i poeti di corte spalmavano sul narcisismo di Sigismondo Pandolfo, quando lo dicevano superiore a Cesare e ad Augusto. Tutte strampalate menzogne.
E poi guarda al modello classico di questa poesia di corte, i due amanti e poi sposi vengono lodati in coppia come gli dei olimpici, ma si tratta di una coppia dove il genio è Sigismondo Pandolfo e la paredra splende di luce riflessa”.
GABRIELLO: “Sarà, ma credo che la gente preferisca pensare al grande amore di Sigismondo e Isotta. E tu sei anche famoso presso pochi di noi ‘chierici’ per avere demolito il valore storico della morte contemporanea di Paolo e Francesca. Un altro grande mito popolare. Francesca sarebbe morta qualche anno prima di Paolo. No, non perché lo dici tu, ma per un documento del 1288, dico bene? Ma qui oltre alla zenta devi vedertela con i Dantisti, coltissimi, che nemmeno ti hanno voluto leggere”.

Giovanni Maccioni, studio del ponte morto ricostruito secondo la descrizione di Roberto Valturio, a partire dal disegno di Andrea Zoli 1825.

Una delle torri di San Clemente, le “trigone” attribuite qui a Leon Battista Alberti, descritte nell’ Architectura; torri a contrafforte adattate alla cortina scarpata, presenti anche a S.Andrea in Besanigo e a Montiano, sperimentazioni albertiane fatte da Sigismondo Pandolfo nei suoi castelli minori. Insieme alle “tacche albertiane”, si tratta di novità assolute nell’ambito poco conosciuto dell’architettura ossidionale di un grande architetto, probabilmente in gara con Filippo Brunelleschi a Firenze nel 1435 o 1436. Prima o poi, magari senza ricordare chi le ha scoperte, entreranno nel regesto dell’Alberti.
PROFESSORE: “Coltissimi e illustrissimi pataca che vanno dietro ai luoghi comuni della tradizione senza nemmeno accorgersi che si tratta di falsità. Ma la tradizione va sempre rivista e pulita da quanto si trascina dietro di falso”.
GABRIELLO: “Ma adesso tu parli come se fossi il dittatore della cultura riminese e non lo sei. Capisci perché a Rimini non hai venduto su Amazon?”
PROFESSORE: “Ma le cose possono cambiare, devono cambiare se Rimini non si accontenterà del miserabile destino di paesone delle culone tettone e dei pataca in camicia nera come la descrive Fellini in Amarcord. Dalla sua grande archeologia, dalla sua grande storia dipende il grande futuro di Rimini”.


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