Il gran ballo delle sedie del PD. Ubaldi criticato solo perché non è dei loro

Il gran ballo delle sedie del PD. Ubaldi criticato solo perché non è dei loro

Il gran ballo delle sedie. Ovvero: come il PD riminese ha trasformato la bulimia di potere in modello di governo. C’è un gioco antico, che si faceva

Il gran ballo delle sedie. Ovvero: come il PD riminese ha trasformato la bulimia di potere in modello di governo.
C’è un gioco antico, che si faceva alle feste di compleanno dei bambini: le sedie musicali. Funziona così: finché c’è musica si gira in cerchio, quando la musica si ferma si corre a sedersi. Chi rimane in piedi è fuori. Ecco, a Rimini questo gioco l’hanno reinventato. Nel PD, però, nessuno resta mai senza sedia. È un gioco win-win: tutti trovano un posto — una presidenza, una vicepresidenza, una direzione, una consulenza, qualcosa — e chi ci rimette, chi resta in piedi, anzi fuori dalle stanze, come sempre, è il cittadino.
Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un tourbillon di nomine che, più che una fisiologica gestione post-elettorale, assomiglia a un esercizio di equilibrio da giocolieri consumati. Un sistema che premia sempre gli stessi, che ruotano vorticosamente in un carosello di incarichi pubblici, parapubblici, partecipati, partecipanti e indiretti. Altro che rinnovamento: qui siamo nel loop eterno dell’incarico perpetuo.
Prendiamo le ultime mosse.
Nadia Rossi, ex consigliera regionale PD, non resta certo a casa: viene nominata amministratore unico di Anthea, società in house del Comune. Di cosa si occuperà? Servizi, manutenzioni, decoro urbano. Insomma, poltrona pesante. Curriculum da dirigente aziendale o da tecnico di settore? No, carriera politica. Ma la militanza nel partito, si sa, è un titolo che vale più di un master in gestione strategica.
Tonino Bernabè, da presidente di Romagna Acque — dove stava dal 2010 — passa armi e bagagli a presiedere Acer, altro ente strategico, questa volta sulle politiche abitative. Lo chiamano “cursus honorum”.
Stefania Saba, ex sindaca PD di Verucchio, diventa vicepresidente di Romagna Acque: anche qui, continuità di presenza.
Patrizia Rinaldis, storica presidente degli albergatori, finisce al vertice del GAL Valli Marecchia e Conca: si direbbe “dal turismo all’agricoltura”, con proteste vivaci e dimissioni a raffica dei diretti rappresentanti delle categorie interessate.
Andrea Corsini, appena terminato il mandato come assessore regionale alla Mobilità, riceve il testimone di presidente di Start Romagna, la società dei trasporti pubblici. Un passaggio tanto rapido quanto prevedibile.
Per non dimenticare e non far torto a nessuno, la nomina a Segretaria Provinciale di Giulia Corazzi, contestualmente Presidente del Consiglio Comunale di Rimini.
A chi chiede conto della concentrazione di ruoli, le risposte del partito oscillano tra l’autoassoluzione e la teoria del “così fan tutti”. Esemplare, in questo senso, la stessa presidente del Consiglio comunale di Rimini Giulia Corazzi. A chi solleva dubbi, risponde: “Non c’è incompatibilità, non c’è motivo che io venga meno al mio ruolo. Oggi la politica è puro volontariato, mentre un tempo un segretario di partito aveva un altro profilo” — che, tradotto, significa: “Una volta c’era anche lo stipendio”. Poi aggiunge: “Il segretario comunale del partito a Rimini è un altro (Giacomo Gnoli), una figura distinta”. Infine, con candida sincerità, conclude: “Il tema non riguarda solo me, si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso”.
Appunto.
C’è chi dice: “Ma almeno sono persone competenti”. Altri: “Non ci sono divieti legali”. E poi c’è il mantra più abusato: “Ma lo fanno tutti”. Tutto vero. Ma il problema non è — o non è solo — la singola nomina. Il problema è il sistema. È la trasformazione delle istituzioni pubbliche in agenzie di collocamento per quadri e dirigenti di partito. È l’assenza totale di discussione pubblica sulla qualità, sui criteri, sulle necessità reali della macchina amministrativa. È la confusione tra carriera politica e incarico tecnico, come se fossero intercambiabili, anzi, automaticamente equivalenti.
E il PD, che ama ergersi a moralizzatore seriale, dovrebbe essere il primo a porsi qualche domanda. Invece fa l’opposto: si autocelebra, si incensa, racconta ogni rotazione interna come una prova di “buon governo”, come se l’alternanza fosse un problema e la cooptazione eterna un merito. Il recente caso Ubaldi — diventato contemporaneamente capo di gabinetto del Sindaco del Comune di Riccione, Segretario provinciale di Italia Viva e imprenditore — ha fatto sobbalzare alcuni. Ma non per le ragioni giuste. Infatti lungi dal giustificare gli avvenimenti serve sottolineare che il PD si è scandalizzato perché Ubaldi non è dei loro. Si è affrettato a precisare: “Troppi incarichi e in conflitto tra loro: imprenditore, di fatto funzionario pubblico, segretario di un partito di maggioranza”. Come se il problema fosse il colore della casacca, non il modello. Ma è un sistema che loro stessi hanno costruito, alimentato e normalizzato negli anni. Non ci si può indignare solo quando la partita si gioca in casa d’altri.
E mentre il PD gioca a Risiko con le poltrone, l’opposizione? Assente. Invisibile. Inesistente. Con la città in apnea — tra crisi turistica, traffico impazzito, edilizia selvaggia, sistema sanitario sofferente, centro storico svuotato — l’opposizione si preoccupa di bagatelle. Dell’anfiteatro. Delle biciclette. Del nome delle rotatorie. Non un’idea forte, non una proposta alternativa, non una visione. Silenzio.
Nel frattempo, il PD continua a non celebrare un congresso degno di questo nome. I vertici si auto- nominano per acclamazione. Uno degli ultimi a fare qualcosa del genere fu Napoleone, Imperatore dei Francesi. Basta crederci. La segretaria provinciale attuale, come già detto, è anche presidente del Consiglio comunale. Niente conflitti? Niente concentrazione di ruoli? Tutto normale.
Ma il problema non è mai personale. Non è nemmeno morale — almeno, non in senso moralistico. È morale in senso politico, in senso civico: è la dignità della democrazia rappresentativa che viene meno. Viene tristemente confermata l’idea che le istituzioni non appartengano più ai cittadini, ma ai partiti. È la credibilità del discorso pubblico, ormai evaporata.
Perché se tutto è lottizzazione, se tutto è “sistemazione”, se ogni poltrona è un premio o una tappa, allora tutto perde senso: il merito, il servizio, il progetto. Resta solo la gestione del potere. Resta la distribuzione a pioggia. Restano i soliti nomi in camicia fresca e la musica che non si ferma mai.
Nel gioco delle sedie musicali alla riminese, le sedie non mancano mai. A mancare, sempre più spesso, è la vergogna.
Stefano Casadei
Segretario Provinciale Azione Rimini

 

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