Imprenditori riminesi da “terzo mondo”. Investono nel sociale e dimenticano la cultura

Imprenditori riminesi da “terzo mondo”. Investono nel sociale e dimenticano la cultura

Riflessione feroce in calce alle ‘bordate’ di Giorgio Grassi, patron del Rimini Calcio. Secondo lui, l’imprenditoria locale ha paura del rischio. Ha ragione. Ecco perché. Attendiamo il ritorno di un Malatesta.

“Vuoto totale”. E Maggioli s’incazza…
Finalmente si parla di qualcosa di interessante. A dire le cose come stanno c’è voluto Giorgio Grassi (nella foto), uno che parla poco – non ha neppure il cellulare d’ordinanza quando imprenditori pari a lui ne hanno almeno una decina – ma quando parla, di solito, spacca il capello in quattro e rompe le palle a troppi. Il guru dei palloncini, l’inventore della Grabo, da tempo, con non pochi ostacoli – bussate al Comune di Riccione, Giunta Tosi Uno – tenta di investire nel calcio. Secondo la sua visione ‘all’americana’ il calcio – lo sport in generale – può diventare veicolo e volano per grandi temi etici. Zampettare in undici su un campo d’erba buona è un buon pretesto per cambiare vita in meglio: questa, brutalmente, è l’utopia di Grassi. Affari suoi – in tutti i sensi. Ora Grassi è il patron, come si dice, del Rimini Calcio ed è stata piuttosto interessante la sua uscita ‘a gamba tesa’ nell’ultima conferenza stampa della compagine sportiva. Ha attaccato l’imprenditoria riminese, definita – cito dal Corriere di Romagna – “un’imprenditoria da terzo mondo, con un vuoto totale dal punto di vista progettuale”. In sintesi, “sta prevalendo la paura del rischio”, dice Grassi, che rischia i suoi soldi nello sport e nel sociale. Il tema è il medesimo che stiamo titillando da un po’ su questo giornale: dove sono gli imprenditori riminesi, cosa fanno, come redistribuiscono i loro incassi – a tratti, anche piuttosto lauti – sul territorio? Paolo Maggioli, che è la guida di Confindustria Romagna ed è l’amministratore delegato del Gruppo Maggioli, se l’è presa con Grassi. Ha detto, tra l’altro, che lui, con la sua azienda, fa beneficenza culturale tramite l’Art Bonus, lo strumento dello Stato che serve a far fare bella figura agli imprenditori: ciò che investono, infatti, in parte gli ritorna in sgravi fiscali. Ecco, proprio questa è la dinamica imprenditoriale sbagliata. Art Bonus, infatti, è lo Stato che usa gli imprenditori come carte di credito ad uso proprio: se vuoi mettere dei soldi, mettili qui, dove servono a me. Poi, stai zitti e pensa al tuo portafogli.

Troppo comodo investire nel sociale. Costruite teatri e case editrici, finanziate poeti….
Il Comune di Rimini, ad esempio, chiede soldi per rifare il trucco al Palazzo dell’Arengo, per rifilare il sipario del ‘Galli’, per rimettere in sesto la Domus del Chirurgo e – visto che di calcio si parla – per restaurare la “tribuna storica dello Stadio Romeo Neri”. Ma quando mai un imprenditore obbedisce ai diktat di Stato? Se un Comune non è in grado di gestire un ‘servizio pubblico’, fa bene ad affidarlo a terzi, a privati. I quali, secondo le leggi del mondo e del mercato, cercheranno di far profitto e di far bene le cose. Se le cose vanno male – qui sta il rischio – ci s’inventerà altro. Non è vera vita quella di chi attende il bonus di Stato per l’eternità e sogna il ‘reddito di cittadinanza’. Nella vita, quella vera, bisogna amare alla follia, soffrire, osare. Osare, già. Questo è il pungolo maneggiato da Grassi che ha mandato su tutte le furie Maggioli: quanto osano gli imprenditori? Chi dalla vita ha avuto talento, fortuna e soldi, cosa fa per ricambiare la vita? Niente. O quasi. Di solito i megaimprenditori investono nell’ennesima villa, reinvestono nella propria attività – quattrini che foraggiano quattrini – eventualmente, quando va bene, firmano un assegno per la Caritas, giusto per sentirsi a posto con la coscienza, oppure si fanno la squadra di calcio. Sperando, magari, in un ‘aiutino’ da parte delle amministrazioni pubbliche. Dove sono gli investitori che aprono teatri, che gestiscono spazi museali, che sponsorizzano case editrici? Perché un imprenditore illuminato al posto di pagare la mensa ai migranti non adotta un poeta, pagandogli lo stipendio solo perché scriva un capolavoro? Siamo passati da un sistema di vita ‘rinascimentale’ – ovvero: investire nel bello – a un sistema di vita ‘sovietico’ – cioè: investire nel ‘sociale’, nel quieto vivere, per avere gli applausi dei kapò del qualunquismo. Che tristezza. La cultura riminese è allo sfascio, denudata, in disarmo, e gli imprenditori si appuntano alla camicia la spilletta dell’Art Bonus. L’impresa, ormai, è l’ancella del perbenismo. Davvero, è ora di ripensare l’imprenditoria ‘alla riminese’, ci vuole una conversione totale verso la vita. Attendo un imprenditore che abbia il coraggio di aprire una casa editrice per poeti, un rifugio lirico contro la catastrofe della Storia. All’orrore si risponde con il bello. Ma nel centenario del Malatesta, un Malatesta è ancora lontano dal sorgere.