La notte (rosa) di Castelsismondo: il professore contro la “cementata” davanti alla creatura di Brunelleschi

La notte (rosa) di Castelsismondo: il professore contro la “cementata” davanti alla creatura di Brunelleschi

La "cementata con marmo rosa davanti al castello è sbagliata, tra l’altro perché ruba la scena all’unica opera ossidionale superstite di Filippo Brunelleschi". Giovanni Rimondini verga su Ariminum una stroncatura galattica all'opera che palazzo Garampi considera invece un capolavoro. E sostiene che "se si fosse cominciato a scavare il fossato dalla parte del fiume, l’apparizione della “piramide” descritta da Roberto Valturio e il modificarsi delle proporzioni dell’edificio, con il recupero di almeno un terzo dell’altezza, avrebbe certamente guadagnato consensi". Ma il sindaco ha deciso diversamente.

Una “costruzione di cemento rivestita di marmi rosa” che “allude alle ‘notti rosa’ e al progetto di trasformare Rimini in un enorme night“. Inorridisce il prof. Giovanni Rimondini per quello che palazzo Garampi considera invece un capolavoro. Lo scrive sull’ultimo numero di Ariminum e riempie una pagina di stroncature. Parte dal giudizio non meno tagliente pronunciato da Vittorio Sgarbi “con serena determinazione”, che ha condannato “sia le addizioni moderne al ponte di Augusto e Tiberio, sia la cordonata di cemento e marmo rosa davanti a Castel Sismondo”.

Rimini modello circo Barnum, luna park o grande night, le definizioni si sprecano, ma per Rimondini è quest’ultima la più calzante, anche perché ha bene in mente i “demenziali strumenti per suoni o rimbombi bassi, che fanno del male fisico a chi li ascolta, fino alle quattro di mattina” che si sono ascoltati l’ultimo giorno dell’anno in piazza Cavour.

Ma è la “cementata con marmo rosa davanti al castello” che proprio Rimondini non digerisce. In quanto “sbagliata, tra l’altro perché ruba la scena all’unica opera ossidionale superstite di Filippo Brunelleschi“. Prosegue il professore, profondo conoscitore della storia e dell’arte di Rimini: “Si era presentata l’occasione, dopo spostate con illuminato provvedimento le tende del mercato, di sperimentare l’apertura del fossato, coinvolgendo la ‘gente’ nei cantieri di scavo – come era stato fatto per il cantiere di restauro del castello negli anni ’70 –, perché si abituasse alla comparsa dell’enorme vuoto e alla modifica forse inquietante di gran parte della tradizionale e rasserenante immagine della città”. Apertura del fossato che anche l’attuale sindaco Gnassi aveva sposato in pieno, salvo poi cambiare idea e contraddire una serie di atti amministrativi e decisioni politiche importanti.

“Se si fosse cominciato a scavare il fossato dalla parte del fiume, l’apparizione della “piramide” descritta da Roberto Valturio, sotto la torre dove attualmente hanno messo un ascensore, e il modificarsi delle proporzioni dell’edificio, con il recupero di almeno un terzo dell’altezza, avrebbe certamente guadagnato consensi”. Ne è convinto il prof. Rimondini. “Se poi le macerie della Cattedrale di Santa Colomba, usate da Francesco Romagnoli per riempire il fossato, avessero restituito qualche epigrafe, qualche ornamento d’altare in pietra di San Marino, qualche capitello bizantino – il primo edificio era del VI secolo –, qualche scultura duecentesca, allora tutti avrebbero capito che valeva la pena riaprire il fossato”. Ma è stata la decisione di scavare che è mancata.

La seconda parte dell’analisi di Rimondini riguarda l’ossessione felliniana degli amministratori locali. Sì, perché ora si è deciso di dedicare “ben tre musei e aree centrali” a Federico Fellini: “l’edificio dell’ex cinema Fulgor, l’area di piazza Malatesta con il Teatro del Poletti e il giardino dietro l’Arengo chiamato “Giardino di Francesca” – che c’entra Francesca da Polenta in Malatesta con Fellini? –, e incredibile persino Castel Sismondo, opera documentata di Filippo Brunelleschi, sono trasformati in due musei felliniani e un’area circense felliniana”.

Inorridisce ancora il professore, e forse se potesse scrivere su di una pagella il rendimento in storia di Rimini dimostrati dal sindaco e dalla sua squadra… non sarebbe di certo una promozione. “Rimini, ricordiamo agli immemori, è stata fondata dai Romani nel 286 a.C., è stata base di Giulio Cesare nella guerra civile del 49 a.C., capitale per due secoli dello stato malatestiano che si estendeva da Bertinoro ad Ancona, centro del ’300 pittorico noto in tutto il mondo, città del Rinascimento di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti, centro nazionale di balneazione dall’800, città martire della seconda guerra mondiale, non è nata con Fellini né può sensatamente essere fellinizzata“.

Rimini come un paesello che prende il nome dall’unico personaggio di riferimento? “L’operazione dell’Amministrazione equivale a chiamare la città “Rimini Fellini”, come si chiama San Mauro Pascoli. Che rapporto c’era tra Rimini e Fellini? Ma vi sembra che Amarcord, che oggettivamente descrive Rimini come un paesino manicomio di mostri e mostresse, sia un gesto d’amore per la nostra città? E vi ricordate quanto bene hanno voluto i Riminesi a Fellini, quando sindaco e albergatori gli hanno promesso il regalo di una casetta sul porto che poi non c’era?”

Chi non conosce si documenti, e poi capirà. “Si riprenda in mano Rimini. Diario di un cambiamento. Viene illustrato con disegni il progetto di sacrificare il palatium magnum di Malatesta da Verucchio, detto il Centenario (1212-1312), o anche con l’insulto di Dante “il mastin vecchio”, che è rimasto compreso nell’involucro quattrocentesco, ma ancora visibile, e tutta l’opera documentata di Filippo Brunelleschi – l’architetto della Cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze, per chi non se lo ricordasse – alla ricostruzione dei set cinematografici dei film di Fellini. Operazione assurda anche se fatta altrove, perché la magia del cinema e del teatro consiste proprio nel trasformare stracci, vetri e quinte di cartone in sete, gioielli e scene di sogno e la presentazione dei set dove i film sono stati girati riconduce le sete, i gioielli e le scene di sogno a stracci, vetri e cartoni dipinti”.