“La politica ha smesso di dare risposte alla cittadinanza e l’astensione al voto alimenta il meccanismo perfetto perché si continui così”

“La politica ha smesso di dare risposte alla cittadinanza e l’astensione al voto alimenta il meccanismo perfetto perché si continui così”

"Ci stanno abituando piano piano a non contestare, a discutere sottovoce in stanze lontane dai riflettori, mentre ci ripetono che per fare carriera bisogna essere ragionevoli. Ed è vero, se sei ragionevole i vantaggi sono sempre tanti. Ma a quel punto ti sei venduto"

Caro Diario,
parto da un’evidenza banale e decisamente risaputa, ma che a mio avviso pochi affrontano davvero: la politica ha smesso di dare risposte alla cittadinanza. I programmi sono diventati illeggibili, volutamente complessi per proteggersi dal giudizio invece che utili a spiegare l’indirizzo politico. In questo vuoto si è insediata una forma di delegittimazione della partecipazione, finalizzata a garantire la governabilità senza dover rendere conto a nessuno.
La prima domanda che sorge spontanea è: di chi è la colpa, tra chi governa e chi si rifiuta di partecipare alla vita democratica della propria città, regione, stato? Ho capito che in realtà non è la domanda giusta, ma come le due cose si alimentino a vicenda: l’astensione è nata come sintomo ma è diventata causa, il meccanismo perfetto perché quella politica continui a non rispondere a nessuno.
Ho voluto analizzare le ragioni, che sono diverse per parte politica.
C’è una destra reazionaria che si richiama senza vergogna a un passato sconfitto dalla storia, che per questo riesce a parlare ai suoi con un linguaggio diretto, quasi tribale. Poi quando sale al governo disattende sistematicamente quello che ha promesso, generando malcontento ma in maniera contenuta, perchè i suoi elettori hanno la convinzione che sia meglio questa politica che lo spettro dei comunisti (chi la pensa diversamente è un comunista, sempre).
Poi c’è un centrosinistra che ha perso la capacità di selezionare la propria classe dirigente, che riempie liste e consigli comunali di Yes Man incapaci di contraddire il potentato di turno. Per la destra, verticistica per natura, l’obbedienza è quasi scontata. Per un partito che si dice democratico dentro ad una coalizione plurale, non dovrebbe essere così.
E qui sta il nocciolo della questione: non si rappresentano più i cittadini che ti hanno votato, si mantiene in vita un sistema che ha permesso di essere votati. La rappresentanza diventa un’astrazione. Basta guardarsi l’incredibile (in senso ironico) intervento del consigliere Carminucci sulle piscine e il nuovo piano spiaggia, lo si trova facilmente sul canale Youtube del Consiglio Comunale, che con un sofisma lungo e strutturato, citando Langer e i principi dell’ambientalismo, ha voluto dimostrare che l’antropizzazione e la svendita della spiaggia sono in realtà un successo ambientale.
Penso a quei comuni, Rimini incluso, dove il candidato sindaco minaccia di non firmare l’apparentamento di una lista pur di escludere chi non è gradito, pur di annacquare un dissenso che potrebbe anche essere costruttivo. Non ha mai fatto tanto scalpore perché il tutto viene spesso letto come gioco di potere, proprio quei giochini che nauseano sia l’elettorato che chi si è speso come attivista. Questo meccanismo lo trovo profondamente antidemocratico e indegno di una parte politica che ha fatto della partecipazione la propria bandiera storica.
E qui arriva la cosa che mi disturba più di tutte: la doppia moralità, il senso di impunità che imperversa nella politica locale ma non solo lì. Si denuncia, giustamente, i crimini del ventennio. Ci si iscrive all’ANPI, si polemizza sui gadget nostalgici venduti nei negozietti e con la stessa faccia si insulta chi non è allineato, si fa di tutto per delegittimarlo, si reagisce con violenza verbale alla critica, si fa pagare a qualcuno il solo fatto di pensarla diversamente. Fa quasi sorridere, se non fosse tragica, l’ironia che siano proprio gli stessi che si indignano per i simboli del passato mentre replicano, nel presente, la stessa logica di chi va zittito e messo ai margini.
Ci stanno abituando piano piano a non contestare, a discutere sottovoce in stanze lontane dai riflettori, mentre ci ripetono che per fare carriera bisogna essere ragionevoli. Ed è vero, se sei ragionevole i vantaggi sono sempre tanti. Ma a quel punto ti sei venduto.
Caro Diario, in questo mondo senza ideologie, senza bussole morali, dove si sta imponendo una preoccupante logica del più forte andrebbe ripensato il modo in cui si costruisce il pensiero, la discussione, il confronto. So che è da qui che bisogna ripartire. Non dai gadget, non dai simboli e nemmeno nelle liturgie stantie utili a coprire il vero volto del potere. Dalle idee, dal coraggio di dirle, dall’ascolto dei territori, dal rispetto per il mondo in cui viviamo. Da quella frase che, letta la prima volta a 16 anni, ha segnato da sempre la mia vita:
“Siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro ogni uomo, in ogni parte del mondo”
Stefano Benaglia

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