Il dibattito sulle colonie abbandonate non merita la superficialità con cui viene liquidato. Parlare di "vincoli inutili" è un atto di arroganza culturale, un modo per mascherare con il verbo del "fare" la consueta voglia di radere al suolo ciò che non si capisce o non si sa più gestire
Premessa: Il dibattito sulle colonie abbandonate non merita la superficialità con cui viene liquidato. Parlare di “vincoli inutili” è un atto di arroganza culturale, un modo per mascherare con il verbo del “fare” la consueta voglia di radere al suolo ciò che non si capisce o non si sa più gestire. Le colonie marine della Riviera sono testimonianze architettoniche, sociali e urbanistiche che raccontano la storia del nostro territorio meglio di qualsiasi brochure. Sono beni pubblici, che la pubblica amministrazione ha abbandonato per decenni, e che ora qualcuno vorrebbe spazzare via in nome di un “rilancio” che somiglia più a una lottizzazione.
Il Kursaal: cancel culture con 80 anni di anticipo
Per capire cosa significhi cancellare la memoria in nome del modernismo, non è sufficiente liquidare con battute di facile presa, ma serve rileggere la storia dell’abbattimento del Kursaal. Non fu un gesto di riqualificazione, ma un atto di giustizia sommaria ideologica: si volle eliminare un simbolo del passato senza alcuna visione del futuro. Rimini, con un anticipo di ottant’anni sulla “cancel culture”, decise di abbattere ciò che riteneva imbarazzante, scomodo o semplicemente fuori moda, in nome di un’idea rozza e semplificata di progresso. La demolizione del Kursaal è decisa il 13 marzo 1948, dal Consiglio comunale riunito in convocazione straordinaria ed urgente. Il sindaco ing. Cesare Bianchini (PCI) dirige i lavori, a cui assistono 28 dei 40 consiglieri eletti. Soltanto PCI e PSI sono favorevoli, esprimendo i 18 voti con cui passa la delibera: i due gruppi in Consiglio contano però 27 componenti. Quindi, nove di loro non sono presenti alla seduta. Il 3 febbraio ’48, la Giunta socialcomunista propone, ufficialmente e all’unanimità, la demolizione del Kursaal, scrivendo che così si vuol «dare a Marina centro più ampio respiro ed il carattere di grandiosità che è indispensabile presupposto per la creazione della grande spiaggia internazionale». Si opporrà strenuamente Il DC Giuseppe Babbi, anche a nome dell’Azienda di Promozione Turistica che osserva che la deliberazione della Giunta «non riesce a giustificare la necessità della demolizione che personalmente considera un errore», in quanto «danneggia e non agevola la valorizzazione della spiaggia».
Il Sindaco Bianchini risponderà che il Kursaal è una bruttura che è d’uopo eliminare. Inoltre, la cifra necessaria (7 milioni), per la sua precaria sistemazione, può essere meglio utilizzata «nella costruzione di case popolari.
Intellettuali e artisti si schiereranno contro la demolizione. Se ne fa interprete Luigi Pasquini, intellettuale e pittore, che dalle colonne del Carlino prova un accorato appello: Vecchio Kursaal, addio! (…) Ricordo il brivido che provai nei giorni tragici della guerra, quando i Tedeschi demolivano le ville alla Marina per fare fortilizi. Si sparse la voce: “Spianano anche il Kursaal”. Ma non era vero. Uscisti salvo: dalle mine e dalle bombe, Kursaal coraggioso. Ora pagherai caro quel tuo gesto. La tua stagione è finita, come la giovinezza, che ha una sola stagione.
La Camera del lavoro il 3 marzo comunica al sindaco che stante la grave disoccupazione, gli operai inizieranno immediatamente i lavori di demolizione. Il sindaco risponde di attendere l’approvazione prefettizia. Ma chissà come e perché, quei lavori al Kursaal partono egualmente: operai al lavoro provvedono alla demolizione ancora non autorizzata. Il sindaco, il 6 marzo, segnala al prefetto la propria impossibilità di disporre l’allontanamento degli operai anche coll’uso della forza cui inevitabilmente si sarebbe dovuto arrivare. Il 9 marzo, il prefetto annulla la delibera consiliare del 21 febbraio «per difetto di legittimità, in quanto mancante» di tre documenti: progetto di demolizione, modalità di appalto e finanziamento. La delibera torna in Consiglio per rapida approvazione, accompagnata da una insolita afonia del Sindaco che non prende parola. Invece i I dc Babbi e Bongiorno, il repubblicano avv. Luigi Benzi e il socialista Mario Macina ribadiscono il no alla demolizione. All’avv. Ricci, che aveva detto che nessuno avrebbe potuto pagare gli operai, l’avv. Benzi fa notare: Ho potuto osservare che qualche carrettino di materiale prende il largo. In sostanza, i disoccupati si pagano in natura». Replica Ricci: «Indubbiamente ci si trova di fronte ad un reato di furto, e se le guardie preposte alla vigilanze non fanno il loro dovere, la responsabilità si accresce, e sventola di nuovo l’art. 361 del codice penale, sottolineando la responsabilità del sindaco che oltre a non reprimere il reato, ne omette la denuncia. Ricci ammonisce: attenzione a non «scivolare su una buccia di limone. I reati (usurpazione e furto), sono gravi, a parere di Ricci, e debbono essere repressi. Babbi chiama in causa l’ingegnere capo che, in quanto incaricato della vigilanza, «è responsabile dei furti di materiale». Per il PCI Meluzzi, il funzionario non ha colpe, e circa i carrettini si provvederà, se le cose stanno come è stato denunciato.
Al posto del Kursaal sarebbe dovuto sorgere un edificio anonimo, brutto, senza identità, frutto della stessa ideologia che oggi vorrebbe “ripulire” la costa dalle colonie marine. Un atto di bruttalismo (stavolta con due t) architettonico ante litteram, cioè “de noantri”, ovviamente in scala riminese e in salsa provinciale, che lo rende ancora più grottesco. Altro che avanguardie: fu l’inizio del bruttalismo edilizio, una corsa alla cementificazione senza regole né cultura, in cui la modernizzazione era solo un pretesto per la rendita edilizia. Insomma la famosa “riminizzazione”.
E non è che mancassero voci critiche. Consiglieri come Babbi e figure di spessore come il pittore e intellettuale Pasquini denunciarono con forza lo scempio. Pasquini parlò chiaramente di “barbarie”, e di un processo di imbruttimento che avrebbe compromesso l’identità della città. Ma la politica, incurante, tirò dritto. La storia di quel Kursaal, raccontata è la cartina di tornasole di un metodo: si distrugge per ignoranza e convenienza, si finge progresso e si chiudono gli occhi sulle conseguenze: il Vescovado, lesionato dalla guerra, fu demolito per costruire un grosso parallelepipedo di cemento grigio. Le villette unifamiliari, spazzate via per far posto a palazzine di cinque-sei piani senza garage, con scale esterne per non “cubare”. È la cementificazione del paesaggio urbano, in nome di una modernizzazione rozza, sbrigativa e provinciale. E l’elenco potrebbe essere molto più lungo.
Abbattere il Kursaal non fu solo un errore architettonico: fu un segnale di analfabetismo politico e culturale, che continua a ripetersi sotto altre forme.
Rimini non soffre di passatismo, soffre di una modernizzazione miope, gestita da chi confonde il “fare” con il “costruire”, e la crescita con l’espansione incontrollata. Da decenni manca un’idea forte, un progetto che guardi oltre l’immediato interesse elettorale o speculativo. Si preferisce rattoppare anziché pianificare, improvvisare anziché studiare, gestire l’emergenza anziché governare i processi.
La verità è che Rimini non ha bisogno di demolitori di memoria, ma di architetti di futuro. Le colonie non sono rovine da spazzare via per fare posto all’ennesimo resort senz’anima: sono fondamenta da cui ripartire per costruire un’identità vera, che non si compra coi fondi PNRR e non si svende per riempire qualche albergo in più.
Perché il turismo non è un assalto, è un racconto. E chi non ha più nulla da raccontare, finisce sempre per rifugiarsi nel rumore delle ruspe.
Stefano Casadei
Segretario Provinciale Azione Rimini


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