La visita del Papa può riaccendere un senso di responsabilità, come fece quella precedente con il “Progetto 1985”. Preparare le elezioni del 2027 non significa agitare bandiere, ma fare emergere personalità libere e capaci di dialogare con tutti

La visita del Papa può riaccendere un senso di responsabilità, come fece quella precedente con il “Progetto 1985”. Preparare le elezioni del 2027 non significa agitare bandiere, ma fare emergere personalità libere e capaci di dialogare con tutti

"Le svolte nascono talvolta non da sottili strategie, ma da coscienze che si illuminano e decidono di non sottrarsi, dando il proprio contributo di novità"

Il Papa torna a Rimini dopo 44 anni. Ed è una buona notizia.
A distanza di 44 anni dalla visita che nel 1982 portò a Rimini Papa Giovanni Paolo II, la città si prepara ad accogliere nuovamente un Pontefice: Papa Leone XIV. È un evento che suscita gratitudine, emozione e attesa, sentimenti ai quali mi unisco convintamente.
Le visite dei Papi non sono soltanto eventi solenni. Sono momenti nei quali diventa naturale che una comunità si interroghi su ciò che è diventata, su ciò che desidera essere, su quali energie sia ancora capace di esprimere.
Nel 1982, in un contesto politico segnato dal confronto tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, quella visita contribuì anche a generare un movimento silenzioso di maturazione civile. Non fu un effetto immediato né spettacolare. Fu piuttosto un processo: persone che decisero di assumersi una responsabilità, di studiare, di prepararsi, di mettersi in gioco senza considerare immutabili gli equilibri esistenti.
Da quel clima nacque anche il cosiddetto “Progetto 1985”, un tentativo serio e strutturato della D.C. di proporre alla città un’alternativa di governo. Al di là degli esiti elettorali, rappresentò un passaggio importante: dimostrò che gli equilibri non sono mai definitivi quando esistono idee, metodo e volontà di costruire una proposta credibile.
Oggi Rimini vive una fase diversa. Le appartenenze sono più fluide, le categorie del passato non bastano più a spiegare il presente. Eppure si avverte talvolta una certa rassegnazione: come se gli assetti consolidati fossero inevitabili, come se la competizione fosse un esercizio formale più che una possibilità reale.
Ma le storie delle città non sono mai definitivamente scritte. Cambiano quando qualcuno — proveniente dal mondo della cultura, dell’impresa, dell’associazionismo o anche da percorsi non tradizionali — decide di non limitarsi a commentare, ma di assumere una responsabilità pubblica. Non per appartenenza, ma per servizio. Non per reazione, ma per proposta. A volte chiamato dai partiti stessi, con senso dei propri limiti e della responsabilità.
La presenza del Papa – anche in occasione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli – può essere allora un richiamo esigente: a non confondere la stabilità con l’immobilismo, la gestione con la visione, l’abitudine con il destino.
Nella primavera del 2027 i cittadini saranno chiamati a scegliere la guida della città. Preparare quella scelta non significa agitare bandiere, ma favorire l’emergere di personalità libere, competenti, capaci di dialogare con tutti e di parlare alla città intera, con uno sguardo aperto anche oltre i confini nazionali, in un tempo segnato da profondi mutamenti e tensioni globali.
Figure che non abbiano bisogno di essere “contro” qualcuno per essere credibili, ma che sappiano essere “per” un’idea alta di Rimini.
Se la prossima visita papale saprà riaccendere questo senso di responsabilità personale, allora avrà già prodotto un frutto prezioso. Perché le svolte nascono talvolta non da sottili strategie, ma da coscienze che si illuminano e decidono di non sottrarsi, dando il proprio contributo di novità.

COMMENTI