L’Anfiteatro è un tasto dolente per la sinistra locale, che la chiama propaganda delle opposizioni. Al centrodestra, semmai, l’arduo compito di trasformare la critica in proposta alternativa

L’Anfiteatro è un tasto dolente per la sinistra locale, che la chiama propaganda delle opposizioni. Al centrodestra, semmai, l’arduo compito di trasformare la critica in proposta alternativa

Il meccanismo è chiaro e si ripete ogni volta: sbeffeggiare chi vorrebbe prevalere l'interesse pubblico (il bene archeologico) sul bene privato. Infarcendo il racconto di tesi date per certe e di mezze verità. Però è anche vero che il centrodestra rende alla sinistra locale il compito molto facile

Ogni volta che l’Anfiteatro romano sussulta da sotto la terra sperando di potersi finalmente liberare e mostrarsi come il terzo monumento cittadino di epoca romana, scatta la solita macchina del fango contro il centrodestra. Un meccanismo di difesa automatico, che coinvolge bene o male sempre gli stessi attori, quasi mai con ruoli effettivi nell’amministrazione pubblica. Anche perché un amministratore in carica difficilmente potrebbe reggere il peso di dichiarazioni di questo tipo senza dover anche rispondere delle proprie responsabilità. E non stiamo parlando della figura barbina dei giorni scorsi, con la tirata d’orecchi pubbliche della soprintendente Federica Gonzato per non aver nemmeno ripulito il sito prima della visita del sottosegretario Mazzi.
L’assessore Lari, ovvero l’unico amministratore locale che ne ha competenza, ha rilanciato – legittimamente – l’idea di mantenere coesistenti l’Anfiteatro e il CEIS, ma si è ben guardato – e si guarda bene – dal dire che “sotto non c’è niente da scoprire” o che tutti gli atti amministrativi e autorizzativi sono a posto. Anche perché la stessa Gonzato pare abbia ribadito l’insuperabilità del vincolo del 1914 e sul tema si sta attivando anche l’Avvocatura dello Stato. Come andrà a finire lo scopriremo. Ma forse sarà tardi. Anche perché la “macchina” è attivata e attiva, anche se poi qualche sbavatura dettata dalla foga o dal nervosismo si nota sempre più spesso: ad esempio c’è il suddetto vincolo (per decreto e non un ope legis qualsiasi), cose che il cittadino medio non conosce benissimo, così basta lanciare una verità qualsiasi dall’alto in basso per chiudere ogni discorso: “Le amministrazioni sui vincoli della soprintendenza non possono intervenire, studia” attacca Melucci sui social riferendosi alle colonie, il cui destino è a suo dire in mano sempre e solo al Governo (ovviamente sempre a quello di centrodestra, perché quelli a lui vicini non avevano la possibilità di intervenire, evidentemente?). Ma se vale per le colonie marine, per l’Anfiteatro invece il Comune può fare come vuole e superare o bypassare i vincoli con i suoi nulla osta? Anche questa si vedrà come andrà a finire solo in futuro.

Nel frattempo, però, c’è questa solita propaganda al contrario che alla sinistra viene benissimo per diverse ragioni: la prima è perché ha più “truppe” degli altri, la seconda perché gli altri – in questo caso le opposizioni – cadono spesso nel tranello e dopo qualche titoletto sui giornali (i soliti titoli in verità) fanno spallucce, come se il loro l’avessero già fatto. Dando ragione a chi li accusa di fare propaganda ciclicamente.
Così è facile.
Ma in questo caso, come in tanti altri, quando la sinistra deve ricorrere a questi mezzucci è costretta a esporre il suo lato più intollerante e assolutista: noi abbiamo ragione a prescindere, insomma. E gli altri sono come dei cagnolini che abbaiano un po’, non ci fanno paura.
Però intanto la macchina della propaganda difensiva l’hanno dovuta azionare…
Il caso dell’Anfiteatro è un tasto dolente per la sinistra cittadina, perché imporre l’oblio su un bene culturale come è un sito archeologico romano a favore di un bene privato (per quanto lodevole) manda in cortocircuito chi crede in certi valori, e soprattutto chi di solito vota chi li dovrebbe rappresentare quei valori. Anche per questo la macchina è bene che scatti subito e sia cattiva e determinata!
E funziona, caspita se funziona.
Quasi sempre.
Il quasi è fondamentale. Perché se è vero che l’amministrazione comunale non farà mai retromarcia sbugiardando se stessa e chi le cura la propaganda, non di meno questa difesa a oltranza del CEIS (che va difeso, ma il CEIS può essere spostato, l’Anfiteatro no) crea imbarazzi assurdi, anche solo per dover spiegare all’infinito che “non è l’asilo dei compagni”. Nel dirlo, visto che nessuno ha mai accusato il CEIS di essere un sodalizio della sinistra, mostra il fianco. Ed è lì che può costruirsi una proposta alternativa e unitaria del centrodestra e degli altri gruppi politici e civici, perché è lì che la città li attende. Non per abbattere il muro rosso di governo ininterrotto da 70-80 anni, che può far breccia in qualche nostalgico ma non in una società fluida come quella attuale dove i militanti sono praticamente spariti da una parte e dall’altra. Ma per dare alla città un’alternativa credibile, una proposta realizzabile, una visione di come Rimini possa evolversi.
Gli ingredienti ci sono tutti: sul tema la sinistra è in difficoltà per le ragioni suddette (deve difendere un bene privato a scapito di un bene pubblico), il Governo centrale potrebbe essere a favore di un progetto di spostamento del CEIS e di recupero archeologico, si potrebbe muovere un investimento in cultura capace di generare dinamiche positive a livello accademico quanto a livello turistico, uscendo finalmente da tutte quelle idee strampalate che durano una stagione e che non de-stagionano mai.
Ma il condizionale è d’obbligo, perché anche se la propaganda difensiva è un mezzuccio, è altrettanto vero che l’alternativa non è ancora così matura, palese e determinata come dovrebbe essere a un anno dalle elezioni. Non lo è per il programma di governo, non lo è per l’Anfiteatro. E la sinistra se la gode, giustamente. Fino a che verrà attaccata, se la godrà. Hanno ottant’anni di esperienza nel rimbalzare le critiche e anche se non riescono più a imporre l’ideologico “noi siamo meglio a priori”, si accontentano dell’essere i “meno peggio”. Basta quello, per ora, a vincere le elezioni. Ma a Rimini non basta più, non le basta più inaugurare qualche cantiere di progetti ormai vecchi di anni o tagliare nastri a opere per le quali si è festeggiato quando le hanno ideate quelli prima, si è

brindato quando le hanno progettate, si sono fatti annunci mirabolanti quando si è messa giù la prima pietra… A Rimini serve qualcosa di meglio.
Chi lo proporrà, vincerà

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