L’ingrato destino dell’ex Sferisterio

L’ingrato destino dell’ex Sferisterio

E' in corso l'intervento per la valorizzazione della facciata storica di ingresso. Ma come è stato possibile demolirlo (che valore avrebbe oggi uno spazio come quello nel centro di Rimini?) e poi utilizzarne i pochi resti superstiti come ingresso a una cabina dell'energia elettrica e per appoggiarci armadietti in plastica per contatori e fibra ottica?

Esistono prove ed è stato ammesso perfino dagli Stati Uniti. L’invenzione del telefono, falsamente attribuita ad Alexander Graham Bell (1847 – 1922) è stata scippata ad Antonio Meucci (1808 – 1889), suo vero creatore. È invece frutto autentico della mente di Bell l’adagio che recita «Quando una porta si chiude un’altra si apre, ma così spesso noi guardiamo a lungo e con rimpianto alla porta chiusa, da non riuscire a vedere quella che si apre per noi». Con più ottimistica sintesi, nel nostro paese l’aforisma viene tradotto così: «Se si chiude una porta, si apre un portone». A ben guardare, nel caso dell’antica facciata d’ingresso dello Sferisterio di Rimini, la massima ha fatto un salto mortale all’indietro: si è chiuso un portone e si è aperta una porticina.
Ma andando con ordine, per ricordare in un nanosecondo la storia bicentenaria dello sferisterio, va detto che è stato inaugurato a fine giugno del 1816 dall’allora Confaloniere di Rimini, il Conte Gaetano Gaspare Battaglini. Progettato dall’ingegnere ravennate Giulio Romiti, l’impianto sportivo, lungo 90 metri per 16 di larghezza e costato 1.418 scudi (quasi impossibile, la conversione in odierni euro), viene in larga parte realizzato grazie all’infaticabile opera della guardia urbana Angelo Antimi che organizza la raccolta finanziaria attingendo in modo cospicuo anche a quella personale. Originario di Macerata, il marchigiano si trasferisce stabilmente da noi in Romagna. Come riferito dalle le cronache del tempo, nel 1819 Antimi fa mettere a dimora ottanta piante esotiche dietro lo sferisterio e altrettante nel piazzale antistante una villa molto importante in zona via Flaminia; nello stesso anno fa restaurare a sue spese i due quadranti della torre dell’orologio di piazza Tre Martiri; non ultimo, egli fonda pure una società filarmonica. A tutti gli effetti è e si sente riminese.

Lo sferisterio a metà degli anni 50 (immagine tratta da “Rimini come città e come storia” di Giorgio Conti e Pier Giorgio Pasini)

Negli anni sessanta del secolo scorso, Rimini ricorda e ripaga con stravagante tocco di riconoscenza l’antica generosità di Angelo Antimi. Abbatte lo sferisterio, sbriciola a picconate Villa Sartoni e ne falcia senza indugio il bel parco alberato (non so come, non so perché, ma mi frulla in testa un déjà vu…). Tale dispendio di energie negative serve per partorire il cementifero Palazzetto dello Sport. Un capolavoro. Quanto all’antico stadio nato per il gioco della “palla al bracciale” e impiegato nel tempo anche come luogo per comizi, spettacoli e feste, la condanna si esegue per edificare l’AUSL Romagna e un asilo nido. Rimando alla sensibilità di chi legge il giudizio sulle relative cifre estetiche e architettoniche. Gli alacri smantellatori lasciano in piedi solo la facciata d’ingresso di mattoni, i decorativi lapidei tra cui lo stemma del comune di Rimini, evaporato negli anni ’70 e mai più comparso e un’epigrafe datata 1816 finora in sonno letargico presso il deposito comunale sotto la scuola XX Settembre.

Un comizio all’interno dello sferisterio negli anni 50 (da: “Rimini come città e come storia”)

Il portone di ingresso dell’ex campo da gioco scompare grazie a una tamponatura con laterizi e, forse solo in un secondo momento, viene aperta una porticina metallica nella spalla destra del muro superstite. Ecco come si sia “chiuso un portone e aperta una porta”, invertendo l’adagio di Bell. Risulta evidente che da quel momento in poi, fino a pochi mesi orsono, quel che rimane dello sferisterio, dalle amministrazioni comunali avvicendatesi nel tempo è considerato alla stregua di un banale muraccio in parte utilizzato come ingresso a una cabina dell’energia elettrica e per appoggiarci armadietti in plastica per contatori, una colonnina della fibra ottica e affini. Infatti, il lato posteriore del muro che affaccia sul piccolo parcheggio interno dell’AUSL giustifica o per meglio dire, rivela, il motivo della porta di ferro: questa permette di accedere a un casotto in cemento. Ma, solidale con il muro ottocentesco se ne vede un secondo con portellone di lamiera di ignoto utilizzo (almeno per chi scrive). In sostanza, impera il “casotto”. Ma ora, tutto o quasi, sarà tirato a lustro.

Lavori in corso a quel che resta dello sferisterio.

In questi giorni si sta lavorando, come stabilito dal “D.G.C. 56 del 2018 e D.G.C. 71/2018” che approva il progetto di fattibilità denominato Museo Fellini […] e che “In accordo con la Soprintendenza si è decisa una valorizzazione della facciata storica di ingresso dell’ex Sferisterio mediante spostamento degli armadi stradali esistenti, pulizia del paramento murario, ri apposizione dei coronamenti posti ai lati delle lesene laterali e dello stemma centrale del Comune di Rimini, e ri apposizione dell’epigrafe ora conservata nei magazzini comunali;” e via di seguito.
Ora però, viene spontanea qualche considerazione e in caduta libera, una serie di interrogativi.
Come mai nel 1963 la “Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici” di quel tempo permise che si demolisse lo sferisterio? E negli anni successivi, perché non si è mai mossa per rimettere le cose in ordine? L’inappropriato utilizzo del muro ottocentesco era palese. Anche occhi profani, con un briciolo di sensibilità, ne avrebbero colto la stridente accozzaglia. Se il comune di Rimini, come sottolineato, “in accordo con la Soprintendenza”, per eliminare gli obbrobri (armadi, armadietti, fili elettrici, rampicanti ecc.) chiede il permesso di farlo, significa che fino a oggi i posizionamenti degli stessi erano legittimati? Come mai solo adesso la Soprintendenza si accorge che forse qualcosina non andava? E la porta di metallo, non essendo menzionata tra le opere da restaurare come invece lo sono stemma, epigrafe e lesene, la lasciano ancora là?

Soprintendenza, se ci sei batti un colpo.

Pensate, se lo sferisterio fosse ancora in piedi, Rimini, come accaduto in passato, avrebbe potuto utilizzarlo come luogo polifunzionale per tenere comizi, manifestazioni, mercatini, esposizioni o eventi diversi. Addirittura, parte del “comparto felliniano” si sarebbe potuto svolgere sotto un mirabolante tendone rosso e bianco, da circo, come qualcuno gradisce. E forse ci saremmo risparmiati la virata in puro “stile trash” (per una volta, torna utile il sintetico idioma britannico) di piazza Malatesta e avremmo evitato di “farci riconoscere” anche oltre la cinta muraria della città, se non già oltre Manica. Mi riferisco al puntuale intervento mediatico di Tomaso Montanari. Attualmente professore ordinario di Storia dell’Arte moderna all’Università per stranieri di Siena, ma proveniente dall’ateneo Federico II di Napoli, ha insegnato anche presso le università di Roma e Viterbo. Considerato uno dei più accreditati specialisti di storia dell’arte europea dell’età barocca, autore di oltre cento saggi in riviste scientifiche, è presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti del Ministero per i Beni Culturali e membro del Comitato scientifico degli Uffizi. Questo il sottodimensionato estratto del curriculum di Tomaso Montanari, non esattamente l’ultimo arrivato, in materia di storia dell’arte. Gli si può dunque dar credito quando, come recentemente riportato da Rimini 2.0, in un articolo comparso su Il Fatto Quotidiano il professore toscano ha definito il progetto di costruire una gigantesca fontana in piazza Malatesta “una vera e propria mostruosità”, di “terribile cattivo gusto”, “trovata super kitsch”, ed “evidente sfregio al monumento” (Castel Sismondo; ndr). Chi mai sarà nel giusto? I professori o la “visionaria” senza visione (storica) Amministrazione del sindaco Andrea Gnassi? Sempre nel merito, mentre le molteplici, tanto autorevoli quanto negative considerazioni del professor Giovanni Rimondini, apprezzato studioso e saggista bolognese trapiantato a Rimini, hanno di fatto messo in castigo dietro la lavagna il sindaco (suo ex alunno), quelle inesorabili e affatto lusinghiere di Tomaso Montanari lo hanno metaforicamente invitato ad accomodarsi fuori dall’aula.

Sferisterio 1975 (da: “Rimini come città e come storia”)

Ma se nulla e nessuno, neppure i professori ora citati sono in grado di scalfire la smisurata auto considerazione del primo cittadino o produrre la benché minima vertigine alle granitiche certezze del medesimo, è altrettanto vero che la “Preside” (si legga Soprintendenza) nemmeno si sogna di mettere in discussione l’operato del nostro eroe. Neanche quando su giornali a tiratura nazionale si esprimono personaggi illustri del calibro del celebre Tomaso da Firenze. Ma che volete, se anche la Procura della Repubblica non ha emesso verbo a seguito della recente denuncia di Italia Nostra, le speranze di un cambio di direzione sono fiammelle in mezzo alla tormenta.

Lo sferisterio nel 1930 (da: “Rimini come città e come storia”)

L’infruttuosa sollevazione di varie associazioni e di molti studiosi (tra cui Giovanni Rimondini, Moreno Neri, Tomaso Montanari, Ettore Maria Mazzola, Vittorio Sgarbi e altri), alle denunce e alle proteste anche in occasione delle perforazioni delle mura malatestiane per realizzare l’inutile passerella a “rimirar lo antico ponte”, senza che “dall’alto” nulla si eccepisse, fa riflettere. Pare quasi essere la Soprintendenza ad allinearsi alle scelte del comune di Rimini e non viceversa. Se Palazzo Garampi non si fosse messo in moto per realizzare il progetto “Museo Fellini”, anche nel caso dello sferisterio, la Soprintendenza avrebbe seguitato con la consueta tolleranza da “pesce in barile”?