Noiz, il birrificio riminese davvero artigianale

Noiz, il birrificio riminese davvero artigianale

Indipendenza, cioè libertà nelle scelte aziendali, e processi produttivi naturali. E' il progetto spillato da Marco Brussolo e Michele Del Vecchio. Il luppolo proviene da Corpolò. Nella loro azienda, in via Marecchiese a Santarcangelo, hanno creato anche una TapRoom. Origine, filosofia e stile di un marchio giovane ma già affermato.

Marco Brussolo (38 anni) e Michele Del Vecchio (36) non sono ancora centenari, ma la loro aspirazione è diventarlo. Come o grazie a cosa è presto detto: producendo e bevendo birra. Lo fanno anche per avvalorare, come recita il motto lanciato nel lontano1929, che “chi beve birra campa cent’anni”. Sia chiaro: non volendo egoisticamente riservare solo a sé stessi questo privilegio di longevità, i potenziali 1000 ettolitri circa di produzione annua, sarebbero in grado di coinvolgere molte altre persone nel “progetto dei cent’anni”.

Marco, a sinistra, e Michele nel birrificio di via Marecchiese.

Vado con ordine: “NOIZ”, la giovanissima azienda che produce birre artigianali è al civico 1350 di via Marecchiese (siamo nel territorio del comune di Santarcangelo). I titolari dell’azienda provengono da studi o attività che nulla hanno a che vedere con l’attuale occupazione. Marco (il mastro birraio) è ingegnere informatico mentre Michele era responsabile acquisti nel settore dell’abbigliamento; ha Lavorato per 15 anni per l’azienda Teddy, 13 dei quali trascorsi in Bangladesh (ci viveva per circa 8 mesi l’anno). Si potrebbe dire che avvinghiati alla comune passione per le “bionde”, il destino ha miscelato aspirazioni, entusiasmo, preparazione tecnica e volontà di entrambi e poi, fungendo da spillatore, li ha riversati nello spumeggiante mare della birra. E loro ci navigano con piacere. Dopo studi e pianificazioni, i due amici inaugurano il birrificio a fine luglio del 2019. Fin dall’inizio l’idea è di creare un prodotto artigianale di qualità. L’investimento è importante, almeno quanto l’entusiasmo brassicolo che li muove. “Brassicolo” (da ignorante della materia in oggetto, mi sono documentato) proviene dall’aggettivo francese “brassicole”, derivato da “brasser”, birrificare, da cui anche “brasserie”, tradotto con birreria o birrificio. Il neologismo esordisce oltralpe nel 1955 mentre in Italia è in uso dalla fine degli anni ’70. Berrò… per ricordare.
Preciso che nell’intervista a seguire riporto le risposte dei due interlocutori senza attribuirne la paternità. Non solo per semplificare, ma anche perché essendo amici e soci, hanno voce univoca.

La TapRoom: quando la birra si fa incontro e degustazione.

Appena ci siamo seduti avete tenuto a specificare che il vostro è un birrificio artigianale e non una “Beer Firm”. Per i profani come me, vorreste spiegare che significato ha questo termine?
«In due parole, consiste in questo: un imprenditore che non ha una sua fabbrica, si serve di uno stabilimento affermato per farsi produrre le birre. Generalmente ciò avviene sotto la supervisione di un consulente tecnico o “birraio a contratto”. Alle aziende che nascono in questo modo si è data la definizione di “Beer Firm”. Ricorre a questo stratagemma chi non può o non vuole sostenere le spese di un impianto produttivo che naturalmente porta con sé molte incognite. Praticamente, alcuni imprenditori si appoggiano a “produttori per conto terzi”. Purtroppo, nel caso specifico la legislazione italiana non prevede una distinzione delle due figure. Guardando l’etichetta, il consumatore non è in grado di sapere quale sia la reale storia del prodotto che sta per bere. Tra gli addetti ai lavori è invece una distinzione fondamentale perché identifica una precisa direzione di chi fa impresa. Nel nostro caso, avendo un impianto di proprietà, abbiamo possibilità di scelte che invece, per chi si rivolge al “conto terzi”, sono precluse. Il rischio è che il tutto si riduca a un’operazione meramente commerciale. Questo significherebbe essere artigiani? A noi non pare».

In realtà, se funziona in questo modo, sembra artigianalità posticcia. Sa di fasullo…
«Infatti, in quei termini non si è un artigiano, ma semplicemente un imprenditore che fa produrre il proprio marchio. Apparentemente, di birrifici artigianali ce ne sono molti, ma va specificato che almeno la metà sono semplici “Beer Firm”. Può succedere addirittura che due o tre di essi si rivolgano allo stesso birrificio. E per assurdo potrebbe perfino capitare che il prodotto sia il medesimo, ma con etichette differenti».

Un marchio, una garanzia.

Non esiste un sistema per tutelare i veri artigiani della birra?
«Noi facciamo parte del Marchio “INDIPENDENTE ARTIGIANALE” – “UNIONBIRRAI”, una garanzia che attraverso l’associazione nazionale di categoria (UNIONBIRRAI) identifica e riconosce i birrifici artigianali indipendenti. Dal 2016 la legge prevede due caratteristiche fondamentali: indipendenza dei birrifici, cioè libertà nelle scelte aziendali e artigianalità del prodotto, vale a dire processi produttivi naturali. Queste due norme sono custodite e protette all’interno del “Marchio Collettivo di Tutela” del quale facciamo parte. Il consumatore più attento si accorgerà che i prodotti sui quali compare il Marchio rientrano nelle caratteristiche di legge appena menzionate. Noi stessi ci sentiremmo sviliti se anziché ideare, provare a sperimentare e mettere a punto nuove ricette, ci dovessimo appoggiare a competenze e scelte organolettiche e strategiche altrui. Questo, a prescindere dalla bontà o meno del prodotto finale».

Quanti birrifici artigianali si contano nella regione e nella provincia di Rimini?
«L’intera regione ne comprende 24, così suddivisi: 19 in Emilia e 5 in Romagna. La provincia di Rimini, solo due: noi e un birrificio a Sant’Aquilina. Questi numeri si riferiscono alle aziende che sul proprio prodotto sono autorizzati a stampigliare il marchio UNIONBIRRAI».

Slow, la birra con le corna in onore della «festa dei becchi».

Cosa distingue la vostra birra dalle altre?
«Riteniamo che la birra rappresenti un prodotto popolare, tradizionale, per cui vogliamo rimanere nel solco del rito classico, pur sperimentando nuove strade nelle proporzioni degli ingredienti, ma senza troppi sconvolgimenti. Diciamo che tendenzialmente reinterpretiamo gli stili classici. Non cerchiamo il sensazionalismo legato al prodotto strano o eclatante ed evitiamo, data la scelta produttiva artigianale, microfiltraggi e pastorizzazione. Quando è possibile, usiamo materie prime del territorio. È il caso della birra “Slow” che sull’etichetta riporta le corna della festa dei becchi di Santarcangelo. Il luppolo che abbiamo adoperato proviene da un’azienda agricola sperimentale di Corpolò. Per le birre che progettiamo (questo rientra nella parte tecnica di cui si occupa Marco; ndr) cerchiamo comunque di curare ogni materia prima, a cominciare dall’acqua, elemento importantissimo. Per ogni varietà di birra ne usiamo un tipo diverso. Abbiamo un nostro impianto di trattamento specifico. L’acqua è un componente così fondamentale che un tempo, e non a caso, i birrifici nascevano accanto ai fiumi. Se volessimo racchiudere in una sola parola la filosofia di concepire la nostra birra potremmo usare il termine “equilibrio”. È l’elemento che permette la durata delle cose. Cerchiamo sempre di applicare questo concetto a tutta la linea dei prodotti che realizziamo».

Il locale in cui siamo è adiacente a quello di produzione ed è una “Tap room” (punto di incontro che unisce birrificio, birra, persone e cibo, come definito sul vostro sito). Avete ritagliato un angolo per dedicarlo alla degustazione?
«In gergo “tap” è la spina e “room” la stanza. Grazie a questo luogo di incontro vorremmo far conoscere ai consumatori locali il mondo della birra artigianale. Chi entra si siede e consuma qualcosa che viene prodotto dietro a quel muro. È un po’ come andare dal casaro o dal pastore che ti taglia il formaggio che ha appena fatto. Significa penetrare in un’atmosfera particolare. Sei intimamente coinvolto, instauri un rapporto quasi confidenziale con il prodotto che assaggi. Ci adoperiamo per diffondere la cultura della birra artigianale anche in Romagna. Il cliente privato è una parte che ci interessa in modo particolare e anche per questo abbiamo pensato di aprire, contestualmente al birrificio, lo spazio di degustazione/promozione/incontro. Tra l’altro, all’esterno del locale in estate abbiamo organizzato serate con “band” che suonavano dal vivo e spettacoli musicali condotti da DJ professionisti».

Ma la Romagna è terra di Sangiovese…
«In Emilia, per non parlare di Veneto, Lombardia, Toscana o Piemonte, c’è un radicamento maggiore dovuto a birrifici impiantati da più tempo. Poi, in verità va considerato che nella nostra zona la tradizione vitivinicola è molto forte e capillarmente presente. Nonostante questo abbiamo apprezzato che molti clienti a cui abbiamo “diffuso il verbo” si sono appassionati alla birra artigianale, tornano a trovarci perché una volta assaggiata, percepiscono la differenza che passa rispetto a quella dei grandi marchi industriali. Quindi vengono per comperare, si interessano, fanno domande».

Come per molte altre attività, essendo legati a filo doppio alla pandemìa, sarete in pausa/Covid.
«Come tutti stiamo seguendo e purtroppo ci adeguiamo all’andamento della pandemìa. Al 70-80% lavoriamo con aziende della ristorazione, bar ristoranti pub, beer shop. Tra parentesi, la “Tap Room” la si è aperta per lavorare di sera, come è nella natura di questi locali. Ovviamente, per la sopravvivenza del lavoro e di migliaia di aziende italiane, inevitabilmente collegate tra loro, prima usciremo dallo stallo pandemico, meglio sarà per tutti…».

Birra viva ma anche giovane e il «vestito» non può che essere una lattina dall’estetica che non passa inosservata.

Oltre alle bottiglie e ai fusti, vedo che affiancate una linea (graficamente molto bella) di lattine.
«Grazie del complimento. Ci siamo dedicati al progetto delle lattine durante il primo lockdown (considerazione più amara del luppolo: oramai dividiamo i momenti della vita in “4° DPCM”, “secondo lock-down” ecc.; ndr). Abbiamo deciso di impiegare il tempo di stasi della produzione investendo su un nuovo “packaging” che per noi è un valore aggiunto: la lattina. Un formato che in Italia adottano solo pochi birrifici artigianali. Dato che vogliamo dare all’azienda un’impronta giovane, aggressiva, legata anche all’estetica, lo riteniamo un passaggio cruciale. Ci siamo impegnati molto e anche se i fondi erano scarsissimi, abbiamo trovato il modo di raggiungere l’obbiettivo. In autunno siamo usciti con questo formato. Nonostante fossimo già al secondo lockdown abbiamo riscontrato che l’interesse prodotto è stato notevole. Negli Stati Uniti o in Inghilterra il concetto di birra artigianale di qualità in formato lattina è già acquisito. Il mercato nazionale è ancora molto legato al prodotto industriale. Per noi, questa è stata una scelta distintiva che ci ha procurato grande soddisfazione e ci dà l’intonazione giusta per continuare».

Un consiglio utile per i nostri lettori?
«Più che un consiglio, per loro abbiamo una domanda: il 2 gennaio la donna più vecchia del mondo, la giapponese Kane Tanaka ha compiuto 118 anni: sapete cosa beve, da sempre?».

Noo…!