Orfeo Bottega, ex patron della Rimini Calcio: “Il fallimento del 1994 trattato diversamente da quello del 2025 e fu vera malagiustizia. Perdono tutti, con la sola speranza di essere ricordato come colui che ‘salvò il calcio’, immolato sull’altare dei poteri forti”

Orfeo Bottega, ex patron della Rimini Calcio: “Il fallimento del 1994 trattato diversamente da quello del 2025 e fu vera malagiustizia. Perdono tutti, con la sola speranza di essere ricordato come colui che ‘salvò il calcio’, immolato sull’altare dei poteri forti”

L'ex patron della società con il 93% delle azioni: "Alla luce di tali precedenti, intendo evidenziare, come già fatto ripetutamente nel tempo, la profonda difformità nell’interpretazione dei regolamenti e nell’atteggiamento delle istituzioni competenti tra il fallimento attuale e quello del 1994"

TESTAMENTO VERITAS ANTE MORTEM: FALLIMENTO 1994 E FALLIMENTO 2025
Il sottoscritto Orfeo Bottega, già amministratore e titolare del 93% delle azioni della Rimini Calcio dal 5 gennaio 1993 al 30 dicembre 1993, quindi per un periodo inferiore a un anno, interviene pubblicamente a seguito dell’ultimo fallimento del 2025, avvenuto in corso di campionato (come già accaduto nel 1994) e conclusosi con la cancellazione della società.
Ritengo di essere stato coinvolto in una storia che rappresenta un grave esempio di malagiustizia.
Negli ultimi trent’anni il club ha attraversato altre procedure fallimentari, mancate iscrizioni ai campionati – come nel 2010 per l’abbandono della gestione COCIF, dopo 16 anni – e retrocessioni accompagnate da un nuovo dissesto, come nel 2016 durante la presidenza Fabrizio De Meis e altri. Alla luce di tali precedenti, intendo evidenziare, come già fatto ripetutamente nel tempo, la profonda difformità nell’interpretazione dei regolamenti e nell’atteggiamento delle istituzioni competenti tra il fallimento attuale e quello del 1994. Infatti, a seguito della procedura fallimentare del 1994 non fu intaccato tutto il patrimonio umano e materiale (giocatori) che rimase in capo alla nuova gestione.
Il presente intervento ha l’obiettivo di ristabilire, anche a distanza di trentadue anni, una verità che ritengo non sia mai emersa compiutamente.
Ancora oggi mi trovo a far fronte a obbligazioni riconducibili a gestioni precedenti alla mia, per effetto di garanzie personali che mi furono richieste e che hanno prodotto conseguenze economiche tuttora gravose (a tutt’oggi rimane ancora in sospeso circa un milione di Euro, dopo aver perso tutto il patrimonio familiare). Il fallimento del 1994, a mio giudizio il più “eclatante”, è rimasto pendente per oltre vent’anni fino alla declaratoria di estinzione per prescrizione. A tale esito non è stato possibile oppormi efficacemente a causa del blocco integrale dei miei conti correnti disposto dagli istituti di credito coinvolti, circostanza che mi ha privato delle risorse necessarie per sostenere la mia difesa nonché il mio nucleo familiare.
La procedura ebbe origine in un arco temporale estremamente ristretto.
Il 5 gennaio 1993 avvenne il trasferimento delle azioni a titolo gratuito, con accollo di debiti già da me garantiti e provenienti da una gestione extracontabile, sulla base dell’intesa che la mia gestione sarebbe stata temporanea. Il 30 dicembre 1993 presentai richiesta di messa in liquidazione volontaria, in un contesto di interlocuzioni con soggetti interessati a rilevare la società, soluzione questa che avrebbe consentito di evitare il fallimento. Il 21 marzo 1994, a soli ottanta giorni dalla richiesta e senza che fossero esperiti tentativi conciliativi, il Giudice Delegato dichiarò invece il fallimento, fissando l’asta per il 29 aprile 1994 (a 39 giorni dalla dichiarazione di fallimento) a un valore che ritengo assolutamente incongruo, senza considerare gli altri impegni da me sottoscritti, tra cui fideiussioni e ulteriori garanzie.
A seguito dell’ispezione ministeriale, gli ispettori dichiararono di trovarsi di fronte a un fallimento inesistente, circostanza che ebbe quale conseguenza l’irrogazione di una sanzione nei confronti del Giudice Delegato, a dimostrazione dell’errore giudiziario in cui è incorso.

Da sinistra: Orfeo Bottega, Antonello Venditti (a Rimini per un concerto) e due giovani calciatori del settore giovanile promossi in prima squadra, in una foto dell’agosto 1992 davanti agli spogliatoi dello stadio Romeo Neri.

Ritengo doveroso richiamare il ruolo di diversi soggetti istituzionali e finanziari che, secondo le valutazioni maturate nel tempo, ebbero un’incidenza rilevante nella vicenda.
Tra questi figurano istituti di credito finanziatori, tra cui una banca della Repubblica di San Marino che ancora oggi avanza nei miei confronti pretese creditorie gravate da interessi e spese legali maturate in oltre tre decenni, nonché un istituto italiano che, dopo un grave incidente stradale da me subito nel gennaio 1993 (8 giorni dopo l’acquisizione della società), mi concesse un ulteriore mutuo assistito da ipoteca di terzo grado e con garanzie di terzi (mai comunicate per iscritto ai diretti interessati), con effetti che portarono alla prima scadenza non onorata e quindi all’atto di precetto e al blocco dei conti correnti riconducibili alla mia famiglia.
Richiamo inoltre il ruolo svolto dall’amministrazione comunale dell’epoca, nella figura del Sindaco, che nel volume “La Formazione” dedicò un capitolo alla vicenda della Rimini Calcio; dell’Assessore al Bilancio, inizialmente nominato curatore fallimentare (primo errore giudiziario) e successivamente indotto alle dimissioni a seguito di rilievi ministeriali per incompatibilità, tra cui la sua posizione di creditore della società; nonché dell’intero Consiglio comunale, che deliberò un ampio mandato finalizzato a “salvare il calcio cittadino”.
Coinvolta fu anche la Lega Pro, allora Lega di Serie C, che avallò il fallimento in corso di campionato senza adottare, a mio avviso, i provvedimenti sanzionatori previsti dalle norme federali. Ulteriori profili riguardarono i rapporti con cooperative successivamente divenute assegnatarie della società, alcune delle quali avevano intrattenuto in precedenza relazioni economiche “nebulose”, con il club, come emerso anche da atti di indagine della Guardia di Finanza.
Ulteriori informazioni su questa triste storia trentennale, possono essere acquisite sul sito/blog www.orfeobottega.it
Con questo intervento intendo lasciare una sintesi conclusiva della mia vicenda personale e professionale. Negli anni ho affrontato gravi problemi di salute (che si stanno aggravando giorno dopo giorno, con patologie curabili, ma non guaribili, che mi inducono spesso a pensare al peggio) e dunque ritengo doveroso consegnare una testimonianza che riassuma la mia posizione.
Desidero esprimere un sentimento di perdono verso tutti coloro che, a vario titolo, sono stati coinvolti in questa storia e, al contempo, chiedere scusa a chiunque possa aver subito conseguenze negative, anche indirette, dalle mie scelte. Ritengo questa storia, suffragata dai fatti, un grave esempio di malagiustizia e, come diceva Don Oreste Benzi che ho incontrato pochi mesi prima del suo decesso, “le ingiustizie vanno gridate dai tetti”.
Sono consapevole degli errori commessi, in particolare dell’eccessiva fiducia riposta in persone e professionisti che si sono rivelati inaffidabili. Di quanto qui dichiarato, frutto delle mie valutazioni supportate dai fatti di cui dispongo, mi assumo ogni responsabilità civile e penale. Auspico di poter concludere il mio percorso umano nel silenzio e con dignità, con la sola speranza di essere ricordato come colui che “salvò il calcio”, immolato sull’altare dei poteri forti associati, senza celebrazioni né polemiche. Un sentito ringraziamento ai pochi amici e familiari che con il loro aiuto umano e materiale mi hanno consentito di sopravvivere in questi più di trent’anni.
Ringrazio infine chi vorrà leggere queste parole e auguro a tutti ogni bene.
Orfeo Bottega

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