L'analisi del Direttore di CNA Rimini parte dai dati del Registro Imprese che delinea "un quadro di sostanziale tenuta", per poi scendere "sotto la superficie" dei numeri per evidenziare problemi e criticità che rischiano di affossare l'economia riminese
“Personale, energia, costi, investimenti fermi e commercio in crisi, ma l’economia tiene, almeno nei numeri”, analizza Davide Ortalli, Direttore CNA Rimini, “ma sotto la superficie ci sono nodi che rischiano di comprimere la capacità di sviluppo”.
Partiamo da una visione generale: qual è oggi lo stato di salute del sistema delle piccole imprese e dell’artigianato nella provincia di Rimini?
“Partirei da un dato oggettivo, che è quello del Registro Imprese. È l’indicatore che più di ogni altro ci restituisce il reale andamento del tessuto economico. E, nonostante tutto ciò che è successo dalla pandemia in avanti – crisi energetica, inflazione, conflitti internazionali, impatti sul turismo come il venir meno dei flussi russi – il Registro Imprese continua a restituirci un quadro di sostanziale tenuta. Oggi abbiamo circa 34.600 imprese attive e il saldo tra nuove iscrizioni e cessazioni è pari a zero, sia nel Registro Imprese sia nell’Albo Artigiani.
Un dato che contrasta con quello regionale e nazionale, che registrano rispettivamente un -0,7% e un -0,6%. Questo significa che la nostra è ancora un’economia reattiva, vitale, dinamica. La stagionalità aiuta, ma non basta a spiegare da sola la tenuta: se fosse solo un’economia turistica, non avremmo un saldo di questo tipo”.
Se però si entra nel dettaglio dei bilanci, delle marginalità e degli stati d’animo delle imprese, il quadro cambia. Quali sono le principali criticità?
“Quando entriamo nei bilanci e nelle marginalità, il quadro si fa molto diverso. La percezione tra gli imprenditori è di forte preoccupazione per il presente e per il futuro. I costi continuano a crescere, la marginalità si assottiglia, e ci sono due questioni che impattano più di tutte: la carenza di personale e il costo dell’energia. La difficoltà nel reperire personale è il tema che accomuna tutti i settori, nessuno escluso. Manifattura, trasporti, costruzioni, impiantistica, agroalimentare, artigianato del food, servizi alla persona, autoriparazione: tutti segnalano lo stesso problema. E per una microimpresa, che ha due o tre dipendenti, perderli senza riuscire a sostituirli significa mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’attività. La ‘tenuta’ dell’impresa viene messa in discussione in modo immediato. L’altro grande tema è il costo dell’energia: per molte imprese è diventato un costo insostenibile, che fa perdere competitività soprattutto al mondo della micro e piccola impresa”.
Dal vostro osservatorio, quali sono oggi le caratteristiche delle imprese che rappresentate? Com’è composto il tessuto associativo?
“L’economia riminese è lo specchio perfetto dell’economia italiana: è fatta di microimprese, ovvero imprese sotto i 10 addetti. Il 93% delle imprese italiane rientra in questa definizione, e lo stesso vale per la provincia di Rimini. Come CNA Rimini rappresentiamo circa 3.500 imprese associate e, di queste, circa il 60% è composto da imprese artigiane. Il 50% è costituito da ditte individuali e circa il 25% da società di persone. Si tratta di imprese con un mercato prevalentemente territoriale, oltre che nazionale”.
Quali settori stanno andando meglio e quali, invece, risultano più in sofferenza?
“Il settore che negli ultimi anni ha avuto maggiore slancio è quello delle costruzioni, anche grazie agli incentivi edilizi. Le imprese del settore rappresentano circa il 15% del totale provinciale e sono in larga parte artigiane. Il settore che invece soffre di più è il commercio. Negli ultimi due anni – considerando anche il 2025 ormai quasi concluso – la provincia perde circa 170-180 imprese commerciali all’anno, con una contrazione superiore al 2%. È un dato molto pesante, che ha anche ricadute sociali: chiudere un negozio significa spegnere una vetrina, ridurre la vitalità dei centri storici e, inevitabilmente, generare una sensazione di minor sicurezza”.
Parliamo di investimenti: qual è il trend delle imprese?
“Il 2024 ha registrato una contrazione a doppia cifra degli investimenti rispetto al 2023. E il 2025 sta confermando questa tendenza. Le imprese non investono perché gli orizzonti degli ordinativi si sono drasticamente accorciati: oggi molte aziende ragionano su previsioni a tre mesi, non più a sei o nove come prima. È un effetto diretto delle tensioni geopolitiche, che influenzano i grandi player con cui le nostre imprese collaborano. Ci sono anche criticità nelle politiche di incentivo. La transizione dal credito d’imposta al super–ammortamento riduce molto la platea dei beneficiari, perché non tutte le piccole imprese hanno la capacità finanziaria per sostenere ammortamenti elevati. Non è, quindi, una fase in cui le imprese si sentono nella condizione di fare investimenti”.
Parliamo di politiche territoriali: quali interventi possono davvero aiutare le imprese?
“A livello locale non si possono risolvere problemi strutturali, ma si possono attivare leve importanti. Esistono Comuni che hanno sostenuto l’avvio d’impresa rimborsando parte dei costi iniziali. Un altro tema è la TARI, che per alcune imprese – in particolare le manifatturiere – è una tassa pesante e, per certi versi, ingiusta. Ci sono imprese che non producono rifiuti urbani – perché hanno rifiuti speciali smaltiti privatamente – eppure pagano la TARI per la metratura dei capannoni. È un paradosso che andrebbe corretto. Sul commercio, molte amministrazioni stanno investendo in iniziative di animazione urbana. Penso alla Shopping Night a Rimini, che gestiamo da tre anni: un modo per far vivere il centro in estate e creare indotto. Funziona perché mette insieme musica, spettacoli, presenza, vita. Sono azioni che sostengono direttamente le attività e che diversi Comuni stanno portando avanti”.
Uno dei problemi che emergono spesso è quello della casa. Quanto incide sulla possibilità di trovare personale?
“Incide tantissimo. Molti lavoratori che potrebbero venire a Rimini non trovano soluzioni abitative sostenibili. E questo riguarda tutti: operai, camerieri, tecnici specializzati, ma anche medici, infermieri, insegnanti. Il problema casa è diventato un problema economico, non solo sociale. Se non si trova una sistemazione a costi accettabili, il territorio non è attrattivo. Politiche urbanistiche orientate al recupero di pensioni o strutture in disuso per farne foresterie potrebbero dare una risposta concreta”.
In sintesi, qual è la fotografia finale?
“La nostra economia, nei numeri, tiene. Ma sotto la superficie ci sono nodi che rischiano di comprimere la capacità di sviluppo: personale, energia, costi, investimenti fermi, commercio in crisi. È una fase delicata, forse più difficile di quelle immediatamente successive alla pandemia, perché oggi gli imprenditori devono decidere su orizzonti più brevi e con costi più alti. Servono interventi mirati, sì, ma soprattutto serve una strategia che incroci politiche economiche, sociali e urbanistiche. È questo che oggi può fare la differenza”.


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