L'architetto Mauro Ioli: "Si continuano a ingessare processi di sviluppo immobiliare di qualità che finiscono da tempo su binari amministrativi morti, compromettendo concrete occasioni di innovazione e investimento. È una spirale che produce solo pessimismo e involuzione del sistema economico"
Negli anni si è consolidata una modalità fatta di annunci, promesse e rinvii sistematici. Una narrazione che può forse rassicurare nel breve periodo, ma che nei fatti non produce soluzioni. E mentre si continua a rimandare, il tempo — e le opportunità — passano, spostandosi altrove.
Non vi è dubbio che la già lenta e complessa procedura di elaborazione dei PUG, che numerosi Comuni non solo della nostra provincia stanno – con grave e dannoso ritardo – portando avanti in attuazione della L.R. 24/2017, rischi di diventare ulteriormente più articolata e dilatata nei tempi, a discapito degli investimenti pubblici e privati e della necessità di individuare nuovi equilibri nella pianificazione del territorio, senza per questo allentare l’attenzione sulla salvaguardia e sulla gestione idrogeologica delle aree sensibili. Se non altro memori dei disastri alluvionali che negli ultimi anni hanno colpito ampi comprensori dell’Emilia-Romagna.
A incidere su questo quadro interviene ora il PAI di iniziativa regionale – Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico – adottato nel dicembre 2025 e attualmente in regime di salvaguardia, in attesa delle osservazioni di merito e della definitiva approvazione. Una situazione che sta già alimentando diffuse criticità e che rischia di tradursi in numerosi e significativi contenziosi legali.
Il Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico è certamente uno strumento necessario e rilevante per la sicurezza del territorio; tuttavia, appare evidente come la sua recente Variante sia destinata a incidere ulteriormente sui tempi, già oltremodo lunghi, che caratterizzano il percorso di approvazione e di piena vigenza dei nuovi PUG in molti Comuni della nostra regione.
A Rimini la situazione è ancora più complessa e, per molti aspetti, paradigmatica. Da anni si rinviano scelte che richiederebbero invece chiarezza e coraggio: a partire dalla necessità di aggiornare un impianto normativo che continua a riproporre vincoli e rigidità non più coerenti con le trasformazioni del mercato turistico e urbano.
In altre parole, si continuano a ingessare processi di sviluppo immobiliare di qualità che finiscono da tempo su binari amministrativi morti, compromettendo concrete occasioni di innovazione e investimento. È una spirale che produce solo pessimismo e involuzione del sistema economico.
Il permanere di strumenti come il vincolo alberghiero, così come oggi configurato, rappresenta sempre più spesso non una tutela, ma un ostacolo alla riqualificazione e al rilancio di un patrimonio immobiliare che rischia altrimenti un progressivo declino. Allo stesso tempo, l’assenza di decisioni tempestive e lungimiranti su scelte strategiche continua a lasciare irrisolte situazioni di degrado e sottoutilizzo che incidono direttamente sulla qualità e sulla competitività dell’offerta turistica.
Investitori e operatori hanno bisogno di opportunità attuabili oggi, non di prospettive rinviate da anni a un futuro indefinito.
Il punto, tuttavia, non è soltanto tecnico o urbanistico. È, prima ancora, culturale e politico. Continuare a rinviare significa, nei fatti, scegliere di non decidere. E scegliere di non decidere, oggi, equivale ad accettare un lento ma concreto arretramento competitivo.
Nel frattempo, altre realtà — anche un tempo considerate meno strutturate — hanno saputo innovare, evolversi e attrarre nuovi flussi. Rimini, invece, rischia di rimanere ancorata a modelli che non intercettano più pienamente le dinamiche contemporanee del turismo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il mondo dell’impresa e degli investimenti ha progressivamente ridotto l’interesse verso Rimini e la sua capacità attrattiva.
In questo contesto, diventa indispensabile un’assunzione di responsabilità chiara da parte della Regione, chiamata a garantire un effettivo coordinamento tra gli strumenti di pianificazione e a evitare sovrapposizioni procedurali che finiscono per rallentare, se non paralizzare, l’azione amministrativa locale. È necessario definire indirizzi operativi omogenei, semplificare i passaggi autorizzativi e fornire linee guida puntuali che consentano ai Comuni di operare con maggiore certezza e coerenza. La legge regionale 24/2017 richiede una revisione profonda, fino a valutarne anche una riformulazione complessiva, per ridurne l’eccessiva complessità burocratica e tecnocratica.
Accanto a ciò, è urgente individuare soluzioni operative per governare questa fase senza bloccare i processi in corso: tempi certi per l’approvazione del PAI, regole chiare per la transizione tra vecchi e nuovi strumenti e un supporto tecnico concreto ai Comuni, soprattutto a quelli di minori dimensioni, che più faticano a orientarsi in un quadro normativo così complesso e stratificato.
Il tempo delle analisi, tuttavia, è finito da tempo. Oggi serve assumersi la responsabilità di decidere. Perché l’inerzia, oltre ai vincoli, è il vero fattore che sta frenando lo sviluppo e mettendo a rischio il futuro competitivo del nostro territorio.
I segnali sono evidenti. Ignorarli ancora sarebbe una responsabilità politica precisa. E questa volta, senza attenuanti.
Il tema è semplice: continuare a rinviare o iniziare a decidere.


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