“Radical Cheap”: la Fiera, il traffico e l’urbanistica a sentimento

“Radical Cheap”: la Fiera, il traffico e l’urbanistica a sentimento

Il problema di Rimini non è il traffico per una fiera o per una convention internazionale. Il problema di Rimini è l’assenza di una visione

Chi ironizza su coloro che si lamentano del traffico durante fiere e congressi, sorvola su un dato di fatto: Rimini è un caso di scuola di urbanistica e pianificazione fallimentare. Ovunque nel mondo, infrastrutture come fiere e centri congressuali si progettano insieme alla mobilità, con studi su origine-destinazione, flussi, accessibilità sostenibile. Qui no: a Rimini si costruisce la fiera, e poi si spera che il traffico si sistemi per magia. Il casello “Fiera”, oggi è spacciato come una soluzione miracolosa, ma senza una visione complessiva è solo l’ennesima toppa su una rete stradale satura e incoerente. La confusione regna sovrana: secondo questa logica, ogni partecipante di una manifestazione fieristica, al mattino, dovrebbe uscire dal proprio hotel (in gran parte posizionato fronte mare), attraversare una città congestionata, immettersi in autostrada, fare chilometri di coda per poi rientrare al casello “Fiera” e raggiungere l’ingresso. Un caos senza precedenti, figlio di una pianificazione “a sentimento”, fatta di improvvisazioni e illusioni di facciata.
Eppure nessuno si è preso la briga di commissionare uno studio serio sui flussi di mobilità, sugli orari, sulle direttrici reali di traffico, e di conseguenza pianificare gli interventi necessari, compresa un reale adeguamento dell’attuale SS 16 con infrastrutture di livello (cavalcavie) alla misura dei flussi veicolari e dei conflitti con le tantissime intersezioni “a pettine” direzione mare-monte.
A compimento di questa approssimazione del “fare senza pensare”, arriva il famigerato intervento sulla connessione tra la SS16, Viale della Repubblica e la SS72 per San Marino. Un nodo cruciale, trasformato in un incrocio maldestro, dimensionato senza alcuna analisi seria dei flussi di traffico. Gli svincoli di immissione sono sottodimensionati, le corsie di uscita risultano strette e mal calibrate rispetto alla reale portata del traffico in direzione monte (A14), e la sezione stradale complessiva non regge minimamente il volume di veicoli che la attraversa nelle ore di punta. Mancano segnaletiche chiare, la sicurezza dei passaggi pedonali è un miraggio, e l’attraversamento ciclabile si perde nel nulla. Il capolavoro arriva quando, dopo aver chiuso un intero quartiere dietro muri di cemento, tagliandolo fuori dal resto della città, ci si accorge — grazie alle proteste dei residenti — del disastro.
E allora si prova a rimediare con soluzioni raffazzonate. Per calmare il malcontento, si decide di riaprire un incrocio a croce, restringendo ancora di più le corsie in direzione mare-monte. Il risultato? Un incrocio pericoloso, con immissione “a lotteria”, quasi alla cieca, su una strada già congestionata. Il risultato? Un ingorgo permanente affidato alla benevolenza divina (di qualunque fede si preferisca), nella speranza che automobilisti, ciclisti e pedoni trovino miracolosamente un equilibrio in questo dedalo di errori. Una situazione pericolosa, disfunzionale, figlia di una governance che non ha mai voluto — o saputo — ragionare su dati, scenari, proiezioni, ma si è limitata a rincorrere i problemi con soluzioni posticce e senza coraggio. A chi definisce “radical chic”, ricordando la boutade di Mattia Santori sul progressismo da Ztl che storce il naso ai trolley, rispondo che il problema di Rimini non è il traffico per una fiera o per una convention internazionale. Intanto Rimini non è Bologna, né per storia passata, tanto meno per quella recente. Il problema di Rimini è l’assenza di una visione. Non è questione di élite snob, ma di amministrazioni che per anni hanno scelto di non scegliere, lasciando che le colonie crollassero, che le piazze venissero svendute, che le infrastrutture viarie e della mobilità non fossero adeguate, che la cultura fosse trattata come un optional da mettere in vetrina solo a stagione iniziata. A Rimini non è overtourism, è disordine programmato da assenza di idee e iniziative, frutto di una politica che non è radical chic, ma radical cheap: povera di pensiero, povera di coraggio, povera di cura per il territorio. Ecco, se proprio vogliamo inventare un termine, io li chiamerei così: radical cheap, quelli che vendono slogan e comprano consensi al ribasso, che sognano un rilancio della Riviera fatto di bulldozer e condomini, senza nemmeno chiedersi quale sia l’identità da rilanciare. I radical cheap non storcono il naso di fronte al trolley: svuotano il patrimonio pubblico per riempire qualche stagione balneare in più. E quando non sanno cosa dire, si rifugiano nella caricatura del “radical chic”. È la fiera dell’inconsistenza. Questa è la vera arretratezza: non la nostalgia, non le opposizioni pretestuose, ma l’assenza di una classe dirigente degna di questo nome. . Ogni nuova “trovata” urbanistica — dai caselli inutili ai centri congressi scollegati dal territorio — è figlia di questa incapacità di pensare in grande, di vedere Rimini come sistema, come organismo vivo e non come somma di lottizzazioni. Basta con i radical cheap travestiti da paladini dello sviluppo: è ora di pretendere amministratori capaci di immaginare, progettare, custodire. Per Rimini non è più sufficiente un restyling superficiale: serve un cambio di mentalità. Serve una rivoluzione del pensiero urbano che metta al centro la qualità, l’armonia tra storia e innovazione, la sostenibilità reale e non di facciata. E soprattutto serve il coraggio di costruire una classe dirigente che sappia studiare, pianificare, decidere, non più ostaggio del compromesso al ribasso o del “fare tanto per fare”.
Perché Rimini non ha bisogno di nuovi palazzi, ha bisogno di nuove idee e di una nuova classe dirigente.

Stefano Casadei

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