Durante le grandi manifestazioni la fiera diventa una vera città parallela: migliaia di persone, mobilità straordinaria, logistica, sicurezza, servizi temporanei, flussi concentrati in poche ore. Ed è qui che emerge il nodo che Rimini sembra avere sottovalutato per troppo tempo
Ci sono idee urbanistiche che ritornano nel tempo perché nascono da problemi reali.
Una di queste è certamente la “città lineare”. Alla fine dell’Ottocento Arturo Soria y Mata, urbanista, ingegnere e giornalista spagnolo, immaginò una città sviluppata lungo un grande asse infrastrutturale: ferrovia, servizi, trasporti pubblici, reti tecnologiche. L’obiettivo era semplice e modernissimo: evitare la congestione delle grandi città industriali distribuendo mobilità, abitazioni e servizi lungo una direttrice continua. Molto tempo dopo, quella stessa idea sarebbe riapparsa nelle grandi visioni moderniste del Novecento — da Le Corbusier fino all’urbanistica funzionalista europea — per arrivare oggi ai grandi e costosissimi progetti contemporanei come “The Line” in Arabia Saudita.
La città lineare promette sempre la stessa cosa: efficienza, ordine, velocità dei flussi.
Ma porta con sé anche un’ambiguità profonda, perché tende inevitabilmente a privilegiare il movimento rispetto alla permanenza, l’infrastruttura rispetto alla relazione urbana, l’efficienza tecnica rispetto alla qualità della vita comunitaria. Ed è qui che il caso di Rimini diventa interessante, emblematico. Perché Rimini, quasi inconsapevolmente, si è trasformata negli anni in una città sempre più lineare: la costa, il lungomare, la ferrovia, gli alberghi, gli assi della mobilità turistica, fino alla stessa struttura dei grandi eventi. Dentro questa evoluzione si è inserito anche il quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, cresciuto progressivamente come una vera infrastruttura territoriale. E sia chiaro: il problema non è la fiera. La fiera ha prodotto economia, lavoro, relazioni internazionali e sviluppo. A partire dal Dopoguerra ha contribuito a sprovincializzare visioni e obiettivi. Sarebbe miope non riconoscerlo. Il problema è che la crescita del polo fieristico è avvenuta senza che la pianificazione urbana e soprattutto infrastrutturale riuscisse ad accompagnarne fino in fondo le conseguenze. Oggi il quartiere fieristico appare quasi compresso fra la ferrovia e l’urbanizzato esistente, sempre più dipendente da pochi assi di accesso già fortemente stressati dalla mobilità ordinaria della città. Durante le grandi manifestazioni la fiera diventa una vera città parallela: migliaia di persone, mobilità straordinaria, logistica, sicurezza, servizi temporanei, flussi concentrati in poche ore. Ed è qui che emerge il nodo che Rimini sembra avere sottovalutato per troppo tempo. Il traffico è certamente un grande problema. Ma è anche il sintomo.
Il vero tema è una forma urbana che negli anni ha implementato funzioni strategiche senza sviluppare parallelamente una visione infrastrutturale coerente con quella crescita. Questa è probabilmente la vera “pianificazione disattesa”. Non solo la debolezza degli strumenti urbanistici, spesso sostituiti da interventi episodici e frammentari, ma soprattutto la difficoltà di accompagnare trasformazioni ormai chiarissime con una strategia adeguata e con scelte realmente strutturali.
In questo quadro pesa anche il forte ritardo con cui stanno maturando i nuovi strumenti previsti dalla Legge Regionale Emilia-Romagna n. 24/2017. Una legge nata per aprire una nuova stagione della pianificazione urbanistica regionale, ma che in molte realtà ha prodotto una lunga fase di sospensione decisionale.
Nel frattempo la città reale ha continuato a cambiare, e in alcuni casi a vedere appannata la qualità della vita dei residenti. I flussi espositivi restano strutturali, mentre quelli turistici attraversano fasi di maggiore fragilità e ridefinizione; le criticità della mobilità sono diventate sempre più evidenti, mentre parti importanti della città turistica tradizionale perdono progressivamente attrattività. Le centinaia di strutture ricettive abbandonate o in attesa di riconversione non sono soltanto un problema immobiliare. Sono il segnale di una trasformazione urbana che la politica e la pianificazione non sono ancora riuscite a governare pienamente.
Rimini oggi vive contemporaneamente più dimensioni: la città storica, la città balneare, la città turistica lineare, la città fieristica, la città-evento. Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il tema così delicato e strategico. Per questo il riferimento alla città lineare non vuole essere una provocazione teorica, ma un modo semplice per leggere ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi: una città sempre più organizzata attorno ai flussi, ma ancora incerta su come trasformare quei flussi in qualità urbana stabile. La vera domanda allora non è se il modello fieristico sia giusto o sbagliato. La domanda è un’altra: come si restituisce equilibrio urbano, vivibilità e qualità civile a una città che negli anni è diventata sempre più infrastruttura territoriale? Perché una città non può essere soltanto efficiente — ammesso che oggi venga davvero percepita come tale anche nella vita quotidiana e non solo nella sua rappresentazione pubblica. Deve riuscire a rimanere città: luogo aperto, ospitale, vivibile innanzitutto per chi la abita ogni giorno. Per essere davvero accogliente verso gli ospiti, occorre esserlo per i residenti


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