Da anni il Tecnopolo di Rimini viene raccontato come il simbolo dell’innovazione locale: un ponte tra università e imprese, il motore di una nuova economia della conoscenza. Eppure, dietro la retorica istituzionale, i numeri e i risultati raccontano una storia molto diversa: quella di un sistema che consuma risorse pubbliche senza generare reale sviluppo
Tra fondi europei, bilanci pubblici e promesse di sviluppo, il Tecnopolo e Uni.Rimini continuano a costare milioni. Ma la città resta ai margini dell’innovazione, con una ricerca che non produce né crescita economica né progresso sociale.
Da anni il Tecnopolo di Rimini viene raccontato come il simbolo dell’innovazione locale: un ponte tra università e imprese, il motore di una nuova economia della conoscenza. Eppure, dietro la retorica istituzionale, i numeri e i risultati raccontano una storia molto diversa: quella di un sistema che consuma risorse pubbliche senza generare reale sviluppo.
Secondo la banca dati OpenCoesione, il progetto di ampliamento del Tecnopolo di Rimini è costato 2,45 milioni di euro, finanziati da Regione Emilia-Romagna e fondi europei FESR. Un intervento che ha riqualificato l’ex Macello di via Dario Campana, trasformandolo in un moderno edificio, vetrina di convegni e buone intenzioni.
Ma se si guarda ai risultati, l’effetto è disarmante: molti muri, poca ricerca.
Il bilancio 2024 di Uni.Rimini S.p.A., la società pubblica che gestisce il Tecnopolo, mostra un valore della produzione di 1.077.864 euro, coperto quasi interamente da contributi dei soci pubblici (1.016.984 euro).
Il finanziamento regionale specifico per il Tecnopolo è di appena 43.000 euro, mentre oltre mezzo milione va in stipendi e servizi.
Un’economia che gira su se stessa, dove il denaro pubblico serve più a mantenere le strutture che a produrre innovazione.
Il sito del Tecnopolo elenca laboratori e collaborazioni, ma non compare un solo brevetto registrato, nessuna startup incubata, nessuno spin-off universitario nato a Rimini.
Il laboratorio di realtà virtuale (VARLab) è presentato come punta di diamante, ma si tratta soprattutto di attività didattiche o dimostrative, non di progetti industriali o tecnologici.
Il risultato è chiaro: Rimini parla di innovazione, ma non la produce.
E quando la ricerca non si traduce in applicazione, resta solo una spesa sterile e quindi uno spreco.
Il confronto con le altre sedi universitarie romagnole è impietoso.
A Cesena, l’Università di Bologna ha attivato corsi e centri di ricerca all’avanguardia in Ingegneria informatica, elettronica e biomedica, collegati ai CIRI (Centri Interdipartimentali di Ricerca Industriale) e in stretta rete con le imprese locali.
A Forlì si studiano Ingegneria meccanica e aerospaziale, mentre Ravenna e Forlì si dividono i corsi di Medicina e Chirurgia, che Rimini ha rifiutato anni fa.
E Rimini? Rimini ha preferito corsi dal profilo blando o marginale — Culture e pratiche della moda, Economics of tourism and cities — che servono più a tenere viva una parvenza universitaria che a generare ricerca e sviluppo.
Forse l’unico percorso che aveva mostrato potenzialità concrete fu Chimica e tecnologie per l’ambiente e per i materiali, grazie al lavoro del professor Luciano Morselli.
Sotto la sua guida nacque Tecnologie Chimiche per l’Ambiente e la Gestione dei Rifiuti, e prese vita Ecomondo, un modello di collaborazione tra università, istituzioni e imprese.
Ma con la morte di Morselli, anche quella “primavera scientifica riminese” è finita, lasciando dietro di sé un deserto intellettuale.
Oggi non c’è più un riferimento accademico, né un dibattito scientifico, né una visione.Il Campus riminese è una sede decentrata dell’Università di Bologna: docenti, fondi e linee di ricerca vengono decisi altrove.
Rimini ospita l’università, ma non la governa.
E senza autonomia, non può scegliere su cosa investire, quali settori sviluppare, quali partnership industriali attivare.
I fondi pubblici si perdono così in una gestione burocratica, senza una strategia per il territorio.
Dietro la patina dell’innovazione, Rimini vive una ricerca di facciata: una rete di convegni, brochure e “laboratori” che raramente producono conoscenza utile o tecnologia applicabile.
Eppure, progresso tecnologico e crescita economica sono due facce della stessa medaglia: dove la ricerca funziona, nascono nuove imprese, nuovi lavori, nuove competenze e si elevano il livello e la qualità culturale di un territorio.
L’innovazione non è un concetto astratto: è una delle condizioni imprescindibili per creare benessere sociale. Ogni euro speso in ricerca sterile è un euro sottratto a chi lavora, studia o fa impresa. È un costo che Rimini paga due volte: in bilancio e in opportunità mancate.
A questo punto, le domande sono inevitabili.
Chi controlla i risultati di questi investimenti pubblici?
Quali imprese hanno tratto un beneficio reale dal Tecnopolo di Rimini?
Quanti brevetti, prototipi o posti di lavoro qualificati sono nati grazie a questi milioni di euro?
Sono interrogativi semplici, ma nessuno sembra voler rispondere.
La Regione pubblica le spese, ma non i risultati scientifici o industriali. Uni.Rimini elenca “attività”, ma non mostra esiti concreti.
La richiesta non è ideologica: è civica. Chi gestisce fondi pubblici deve rendere conto non solo di quanto spende, ma di cosa produce. Rendere pubblico l’elenco dei progetti finanziati, con importi, partner e risultati, sarebbe un atto minimo di trasparenza. Finché ciò non accade, Rimini resta la città dove l’innovazione è solo una parola vuota nei bilanci e dove la ricerca — quella vera — non abita più da tempo.
Stefano Casadei
Segretario provinciale Azione Rimini


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