L'assemblea dei soci del Rimini Calcio ha deciso di mettere formalmente in liquidazione la società. Secondo il bilancio depositato ieri in Camera di Commercio, la perdita di esercizio al 30 giugno 2025 ammonta a oltre 4 milioni di euro. Il Rimini a questo punto dovrebbe essere escluso dal campionato e nella prossima stagione dovrebbe ripartire da due categorie sotto quella attuale, quindi dall'Eccellenza
La città di Rimini non ha più una squadra di calcio. Senza entrare troppo nel merito delle diatribe legali ed economiche, il sunto è questo. Non serviva in verità una sfera di cristallo per capire che il risultato finale sarebbe stato questo, viste le tragicomiche dinamiche societarie che in questi mesi hanno tenuto il nome di Rimini sulle cronache sportive nazionali e non certo per grandi eventi di settore, visto che ormai a parte qualche gara ciclistica o podistica si può dire che non ci sia granché (diverso è il caso di Riccione, che ha investito tantissimo nelle strutture di livello nazionale e può fregiarsi di eventi di livello assoluto, a partire dal nuoto). C’è il basket, certo, con la bella favola della Rinascita, che comunque – come dice il nome stesso – nasce dal quasi azzeramento della società che per decenni ha avuto il settore giovanile se non il più bello d’Italia, uno dei migliori sicuramente, oltre ad aver gravitato costantemente tra A1 e A2. Ma il calcio è un’altra cosa e non è questione di togliere dignità agli altri sport, professionistici o amatoriali che siano. Il calcio è lo sport nazionale e a livello locale, identifica una città. Rimini non è più una città del calcio. E scaricare le colpe sugli altri, su chi è “venuto da fuori”, non fa che confermare che Rimini non è una città del calcio. Non ci credono gli imprenditori locali e, per certi versi, non ci crede più nemmeno l’amministrazione comunale, nonostante i commenti di rito espressi dal sindaco Jamil Sadegholvaad appena avuta la fatidica notizia: “Si tratta di un epilogo doloroso, per lo sport di Rimini e per tutta la città, ma purtroppo non inaspettato viste le incredibili e vergognose vicende societarie che ormai si susseguono da molti mesi”. Se erano così prevedibili, perché non si è agito per tempo? Ammesso e non concesso che l’amministrazione potesse fare qualcosa di concreto, almeno il famoso Consiglio Comunale tematico richiesto dall’opposizione si poteva convocare. “Ma insieme ai colleghi di opposizione”, racconta Nicola Marcello di FdI, “decidemmo responsabilmente di soprassedere, per non rischiare di compromettere un passaggio di proprietà societario già fragile e pieno di incognite”. Era luglio, quando in auge c’era il passaggio di gestione tra Di Salvo e Scarcella (Building Company). Ma se il momento era giustamente delicato, ad agosto e settembre, se non a ottobre, quel Consiglio Comunale andava convocato. Se non altro per far capire a tutti (in primis gli attori protagonisti della tragedia) che la città voleva risposte chiare, perché Rimini è ancora una città del calcio. E invece la strategia attendista (faranno loro) è stata quella più gettonata. Tanto, alla fine, buttano via soldi loro, a noi che importa? C’è un po’ di masochismo inconsapevole in questa frase, ma del resto non abbiamo visto una sollevazione popolare, a parte le ovvie – per quanto non scontate – manifestazioni dei tifosi, degli appassionati di calcio, ultimo baluardo di un affetto reale al calcio. E il resto della città? Dichiarazioni di rito, appunto e annunci di impegni – sempre dopo il disastro – a far sì che si salvi il salvabile e che si possa ripartire al più presto. Ripartire con cosa? Da dove? E con quali soldi? Perché alla fine il “patrimonio calcio” di Rimini è comunque importante: c’è una storia, prima di tutto, ma c’è ancora un movimento giovanile dinamico e frizzante nonostante il depauperamento degli ultimi anni, c’è pur sempre uno stadio (non quello nuovo, che forse avrebbe attirato qualche investitore in più?) e c’è realmente il progetto di una cittadella del calcio idonea per una società di livello nazionale. Cosa manca, allora? Forse manca la volontà. In altri tempi quella sollevazione ci sarebbe stata, ma oggi Rimini – in questo caso come in tanti altri – appare assonnata, svogliata, forse anche un po’ avvilita. Non è certo la città viva e battagliera che conquistava i mercati turistici di tutta Europa qualche decennio fa, facendo la sburona con tutti. Ecco, il problema è che tra sburone e sbruffone basta un attimo a cambiare dimensione: lo sburone si pavoneggia di ciò che ha, lo sbruffone di quello che non ha. Dopo l’aver fallito il titolo di città della Cultura non osiamo immaginare quando si candideranno a città dello Sport. Non è, ripetiamo, un elogio al pallone, ma è lo sport nazionale, non può non avere un peso maggiore degli altri anche in questo caso, per cui una città che non ha una squadra di calcio non può essere capitale dello sport.
Sarebbe bene, e anche bello, se si desse corso finalmente a un progetto cittadino serio, incentrato su quello che c’è, appunto: settore giovanile e femminile (magari da riorganizzare e rilanciare), stadio (nuovo, of course) e centro sportivo (reale, non sulla carta). E non può farlo da solo il Sindaco, che comunque il sasso – ovviamente alla sua maniera – l’ha tirato: “Siamo già in contatto con le istituzioni calcistiche preposte per la gestione di questa fase transitoria. E per capire quale sarà il momento in cui il Comune potrà entrare con tutti i crismi legali in campo per esercitare direttamente quel ruolo di tutela dello sport e della città. Sappiamo tutti che in passato questo è già avvenuto, e non in una sola occasione purtroppo, ma adesso la priorità è garantire il futuro biancorosso e la passione di tanti sportivi attraverso un progetto che abbia basi solide. Se ciò avverrà, anche giornate tristi come queste potranno essere ricordate come quelle della rinascita. Certamente la medicina appare ora amarissima, ma quantomai necessaria per guarire davvero”.
Guarire da cosa? La malattia è l’apatia, un mix tra mancanza di coraggio, di voglia di impegnarsi (e di investire) e anche di consapevolezza del valore che può avere un’operazione del genere. Occorre una sollevazione cittadina. Se non avverrà e se non avverrà in maniera plateale, la politica che oggi esprime cordoglio (il fallimento è la morte delle aziende) e impegni futuri non avrà motivo di impegnarsi per recuperare la barca che sta affondando. Se non interessa a nessuno, nessuno si butterà in mare per salvare il calcio a Rimini.


COMMENTI