La nuova riforma fiscale dell'IGR rischia di aumentare le tasse ai lavoratori frontalieri, i quali oggi sono linfa vitale per il sistema economico sammarinese
Per decenni, generazioni di riminesi hanno fatto la spola a San Marino per costruirsi una carriera lavorativa spesso impensabile in Italia, soprattutto a livello economico. Al di là del passato fiscalmente opaco – da cui l’antica Repubblica è uscita pienamente e, anzi, adesso è perfino più trasparente di molti Paesi membri UE – la leva più interessante per i lavoratori è sempre stata la busta paga più sostanziosa. Vuoi per le tasse e i contributi più bassi, vuoi perché sul Monte Titano la contrattazione collettiva funziona davvero e i rinnovi arrivano. Magari non puntualmente in tutti i settori, ma sempre meglio che in Italia dove furoreggiano i contratti pirata. Il vantaggio della busta paga, chiamiamolo così per semplificare, ha garantito alle imprese sammarinesi le competenze necessarie per sviluppare (oggi ci sono 8.600 frontalieri, più della metà del settore privato in pratica viene da oltre confine) visto che il mercato del lavoro interno è asfittico e ora – paradossalmente – bloccato nella piena occupazione. Dall’altra parte, ha garantito a migliaia di italiani, appunto, di guadagnare qualcosa in più, comunque vicino a casa e spesso con prospettive di carriera interessanti.
Ma anche questo baluardo sembra ora vacillare. L’esigenza di aumentare il gettito fiscale da parte dello Stato (anche se non si capisce ancora bene a che scopo, visto che il Bilancio – dicono – è solidissimo) sta infatti decisamente mettendo in gioco questa possibilità, ovvero tassare alla fonte gli stipendi dei frontalieri più dei lavoratori residenti. L’operazione sembra banale, ma tecnicamente è molto complicata da spiegare, tanto è vero che una volta avuta la prima versione della riforma IGR, il Governo, i sindacati e le associazioni di categoria hanno iniziato a parlare di simulazioni e oguna ha dato risultati diversi. Anzi, diversissimi!
Per Governo e maggioranza non sarà un salasso, ma “7-10 euro al mese”, hanno minimizzato un po’ tutti, pur rionoscendo che ai frontalieri costerà di più (ma mica votano! ha subito detto qualcuno, facendo capire il senso politico di tutto ciò: aumentare le tasse senza perdere consenso), salvo poi essere “recuperato” in sede di dichiarazione dei redditi grazie alla Convenzione bilaterale con l’Italia contro le doppie tassazioni. Ah… la stessa famosa e chiarissima convenzione che oggi pone i pensionati ex frontalieri nell’inferno della tassazione alla fonte (da San Marino che la eroga) e della tassazione della residenza fiscale (l’Italia)? Magari qualche garanzia servirebbe, visto come viene interpretata la convenzione dai due Paesi…
Per i tre sindacati (ma anche per ANIS che non ha avuto bisogno di esporre risultati matematici) la cirfra media si aggira invece a oltre 100 euro al mese per stipendi comunque medi, non da nababbi. Il tutto mentre l’inflazione sale e anche San Marino ha dovuto aumentare le aliquote contributive (che prima erano blande nonostante una pensione sostanziosa).
Tutto legittimo, ma cosa diranno i frontalieri quando si accorgeranno dell’ammanco in busta paga? Cosa chiederanno ai loro datori di lavoro? E questi, come compenseranno la differenza? E lo Stato, alla fine, ci guadagnerà davvero nel penalizzare questi lavoratori e quelli che vorranno andare a lavorare in una delle aziende sammarinesi?
Detto ciò, il fronte dei contrari, capeggiato dai sindacati pronti allo sciopero appena terminata la pausa estiva, si allarga ogni giorno: ANIS, associazioni di categoria, Associazione Frontalieri, opposizioni politiche ed ora, piano piano, anche diversi esponenti di maggioranza.
Una ferita in seno al Governo, insomma, che pare aver accusato il colpo questa volta.


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