Sterminate una quarantina di robinie: ma davvero Attila non abita a Rimini?

Sterminate una quarantina di robinie: ma davvero Attila non abita a Rimini?

Stavolta la colpa delle piante abbattute sarebbe stata quella delle ... radici cedevoli. "Ma sono nate e cresciute spontaneamente sulla sponda del deviatore del Marecchia e dovrebbero quindi aver avuto un apparato radicale integro e robusto", dice il vicepresidente del Wwf di Rimini.

A partire dal ponte dello Scout, via Predil costeggia la riva destra del deviatore del fiume Marecchia fino all’intersezione con viale XXIII settembre 1845. Un imprenditore che svolge l’attività in zona mi racconta che un paio di settimane fa, lungo il viale vede un inconsueto via vai (sfunèz, in lingua locale) di camioncini. Di lì a poco inizia un concerto di seghe dentate strombazzanti che schizzano a destra e a manca segatura e trucioli di legno impazziti. Quando i “concertisti” terminano l’esibizione, a terra si ammira una sfilata di cilindri rugosi. Sono (ex) tronchi di robinia. Sarà che per le associazioni ambientaliste e non solo per loro, la salvaguardia del verde non è mai abbastanza, sarà che talvolta vengono partoriti progetti bislacchi sia sotto il profilo storico che estetico-ambientale, talvolta culminanti con sciagurate soppressioni arboree, il fatto è che da qualche tempo, in questa benedetta città, gli alberi, loro malgrado, stanno facendo un po’ troppo gli “svenevoli”. E dunque, meglio chiedere lumi. La segretaria dell’Assessorato all’Ambiente, interpellata da Antonio Brandi (Vicepresidente WWF Rimini) in merito al “concerto” di via Predil, risponde che stando alla informazioni da lei avute, le piante sono state tagliate perché le radici, non sufficientemente forti, le rendevano instabili. La motivazione addotta è convincente e veritiera o debole quanto le radici testé menzionate? Quando gli domando se la risposta ottenuta lo soddisfi, l’opinione di Brandi è quella che segue.
«Quando una pianta viene messa a dimora lungo le strade, proviene da un vivaio dove spesso accade che le siano parzialmente tagliate le radici perché mantenga la forma della zolla di terra che serve per traslocarla. I soggetti trasferiti qualche anno dopo la nascita, tendono poi a ricreare le radici, ma non tutte riescono a rifarsi un apparato radicale altrettanto robusto di quello che avrebbero potuto sviluppare direttamente a dimora. In buona sostanza, questa è la ragione per cui gli alberi ripiantumati risultano meno stabili, alcune per i primi anni e altre per tutta la loro vita. Le robinie di via Predil sono invece nate e cresciute spontaneamente sulla sponda del deviatore del Marecchia e dovrebbero quindi aver avuto un apparato radicale integro e robusto. Tra l’altro, nel corso del tempo sono state risparmiate dai tagli fatti a quasi tutta la vegetazione a ridosso del fiume, ma poi è arrivata Anthea… ».

Come si presentava la zona prima…

Ho letto che la robinia, avendo un apparato radicale molto sviluppato, permette di stabilizzare rapidamente i pendii: evita che franino. È mai possibile che proprio queste avessero radici cedevoli?
«Ne dubito, perché quelle piante, proprio perché sono nate spontaneamente, avranno certamente piantato le radici nel terreno in maniera ottimale e senza impedimenti di sorta. Di conseguenza, ho seri dubbi che fossero instabili o quanto meno che tutte quante avessero quel problema».

E come si presenta dopo gli abbattimenti.

Anthea, incaricata dal Comune della cura, potatura ed eventuale taglio delle piante della città, come sarebbe dovuta intervenire?
«Per me, semmai avrebbe potuto eliminare gli alberi con reali problemi di sicurezza a causa di malattie e potare leggermente i rimanenti in modo che i rami non sporgessero troppo sulla strada e sulla pista ciclabile. Può anche darsi che qualche residente abbia segnalato rami caduti o pericolanti e dato il via all’intervento».

Quella bella macchia verde era censita? Il palo di cemento di certo sì, ma è ancora là in terra… intero.
«Visto che erano piante spontanee è facile che non fossero censite e in ogni modo, dato che l’Assessorato all’Ambiente nel corso dell’estate ha messo a punto un progetto per il mantenimento del verde spontaneo, ritengo che quel filare di piante lungo il deviatore del Marecchia potesse rappresentare un esempio fortemente emblematico e utile, di verde spontaneo. Quanto al palo, “no comment”».

Se non fossero state censite, eliminarle e risparmiare immediatamente in manutenzione è un’ipotesi remota o sto pericolosamente scivolando verso l’antico adagio che “a pensar male… ecc…? In totale, quanti alberi hanno avuto il privilegio di partecipare al “flash-mob” segantino?
«I singoli esemplari tagliati sono una quarantina. Guardando i tronchi, solo alcuni mostrano deterioramenti mentre gli altri paiono perfettamente intatti. Il legno di questo tipo di albero è molto robusto. Perché tagliarli tutti e per di più a 70/90 centimetri d’altezza del tronco, cosa che rende problematica una loro normale ricrescita? Perché non potarli come hanno fatto con il pioppo vicino al ponte degli Scout? Non vorrei che qualcuno dicesse che siccome le robinie sono piante aliene (alberi che colonizzano un territorio diverso dal loro habitat naturale, arrecando talvolta danni alla vegetazione locale; ndr) questa fosse l’occasione buona per eliminarle. In verità, non sono proprio autoctone e tendono a riprodursi rapidamente, però facevano egregiamente il loro lavoro e in tempi di mutamenti climatici e cattiva qualità dell’aria non andrei tanto per il sottile. Specialmente se, come in questo caso, erano vicino all’argine del tutto artificiale del deviatore. Poi, a ben guardare, va considerato che nelle aree urbane e non solo a Rimini, di piante spontanee ce ne sono ben poche. Si usano principalmente ibridi, ad esempio di tigli e platani, ottenuti artificialmente e ripiantati in città perché più resistenti all’inquinamento e alle difficili condizioni dell’ambiente urbano».

Per completezza di informazione, la robinia non figura nella lista delle trentasei specie vegetali esotiche invasive che hanno rilevanza per l’Unione Europea.

In un comunicato stampa del “WWF Rimini” del 21 novembre scorso si legge che «[…]. Rimini pianterà oltre 3000 piante, offerte dalla Regione. Bene. Ma negli ultimi decenni abbiamo visto il taglio di tantissimi alberi lungo vie e viali cittadini, con pregevoli reimpianti solo negli ultimi anni, assieme però a tanti, troppi, altri abbattimenti. […]. In questi anni abbiamo raccolto diverse segnalazioni di cittadini che si lamentano del continuo abbattimento di piante da parte delle pubbliche amministrazioni, tanto da convincerci ad effettuare un sondaggio per individuare il comune che più di altri si stava distinguendo nell’opera di decimazione. Per questa occasione il WWF Rimini ha voluto ripristinare il “Premio Attila”, l’attestato che anni fa era assegnato a chi si fosse particolarmente distinto per un danno all’ambiente. E in testa alla classifica è presto balzata la sindaca di Riccione Renata Tosi, dopo un iniziale testa a testa con i comuni di Misano e di Rimini […]».
La risposta al WWF Rimini è immediata: il capo di gabinetto del sindaco di Riccione, Roberto Cesarini, con un post su Facebook annuncia il “Premio Pinocchio 2020”. Oltre a ribattere puntualmente alle accuse, in esso si afferma che il WWF Rimini «[…] ha rilasciato ai media personali valutazioni non suffragate da alcuna verifica documentale affidandosi alla più infingarda delle fonti, il sentito dire. Questi amici vorremmo invitarli in Municipio, dove sono i benvenuti, e dove potremmo illustrargli ‘de facto et de visu’ l’inganno in cui sono caduti […]».
Ora sarebbe utile che dal duro scontro scaturisse veramente un incontro chiarificatore.

C’è da chiedersi se la nostra città, arrivata solo terza nella graduatoria sopra accennata, visti gli abbattimenti, la parola data sugli alberi di piazza Malatesta e presto rimangiata, il caso delle robinie di via Predil, molto vicina ai bivacchi (stabilmente attivi) del Parco XXV Aprile e considerato che la “Criptonite verde” sta a Superman come il “Piano del Verde” sta all’Assessorato all’Ambiente, non sarebbe il caso di rivedere la classifica e far salire Rimini almeno sul secondo gradino del podio? Tranquilli, c’è tutto il tempo per rimediare: il platano (quello detto dei “Vigili del Fuoco”) è in attesa di giudizio. Ma forse manca solo la data di esecuzione.

Nel Parco XXV Aprile.

Fascino e caratteristiche della «locusta nera»
La Robinia pseudoacacia in realtà si chiama “Black Locust” (locusta nera) e ha origine nel nord-est dell’America settentrionale, tra Oklahoma, Arkansas, Missouri e particolarmente nel territorio dei monti Appalachi, nella parte che va dalla Pennsylvania all’Alabama. Furono i nativi americani ad adoperare per primi quel legno tenace, duro e resistente alla putrefazione, per costruire i loro archi e pali da infiggere nel terreno. Nel nostro continente, la “Robinia pseudoacacia” prende il nome da Jean Robin (1550-1629), un farmacista parigino nominato arboricoltore del Re da Enrico III, funzione che mantenne anche con Enrico IV e Luigi XIII. Nel 1597 Robin riceve l’incarico di allestire il giardino per la Facoltà di Medicina che in seguito diventa il famoso Jardin des Plantes di Parigi. Da alcuni semi di robinia provenienti dall’America, nel 1601 Robin ottiene bellissimi alberi ornamentali che diventano di gran moda e sono diffusi in tutta Europa. L’Accademia dei Georgofili, memorabile istituzione fiorentina che dal 1753 si occupa di agronomia, selvicoltura, economia e geografia agraria, mette in evidenza numerose caratteristiche positive della robinia. Essa offre un economico ed efficace sistema di difesa del suolo contro l’erosione e ha un’elevata resa di biomassa con elevato valore energetico. Le foglie, essendo molto proteiche, sono adatte per l’alimentazione del bestiame. I suoi fiori attraggono invece le api che elaborano un miele di qualità conosciuto come “miele di robinia (o di acacia)”. Oltre che ottimo combustibile con elevato potere calorifico e fra i più duri e resistente agli incendi, quello di robinia è un legno molto ricercato per la fabbricazione di mobili e parquet, pali e traversine. Non necessita di alcun trattamento poiché, secondo la norma internazionale EN 350-2, è l’unica specie di legno europeo che può essere inserito nella classe di durabilità 1-2. Dal momento che non richiede trattamento chimico per applicazioni esterne, a buon titolo, può essere considerato un materiale veramente “verde”. Quest’ultimo dato è fornito dal più importante sito web ungherese che si occupa di robinia. Con 345.000 ettari, l’Ungheria è infatti il paese europeo con il più elevato numero di foreste di “Locusta nera”.