“Troppi locali, la vita del Borgo San Giuliano tende a sparire”: parla Maurizio Lazzarini

“Troppi locali, la vita del Borgo San Giuliano tende a sparire”: parla Maurizio Lazzarini

«Quando sono arrivato a Rimini, mi hanno parlato del "Borgo" e dei suoi abitanti semianarchici». Così l'urbanista Giancarlo De Carlo quando venne in città per realizzare il piano regolatore. Lo ricorda in questa intervista il nostro interlocutore che è stato tra i principali artefici del primo giro di manovella che ha acceso il motore per la rinascita del caratteristico quartiere. Ma nel frattempo ne è passata di acqua sotto al ponte di Tiberio. Oggi è necessario uno "stop" di fronte all'avanzata di troppi interessi economici. «Dobbiamo ricostruire gradualmente un tessuto di relazione».

Maurizio Lazzarini è laureato in sociologia. Come attività professionale fa il socioanalista. Si cura delle “relazioni umane interpersonali e intrapersonali”, come tiene a precisare. È fermamente convinto che la comunicazione sia l’elemento fondamentale del nostro essere. “Esistiamo in quanto comunichiamo”, sostiene come premessa filosofica. Lo incontriamo nel suo studio del “Borgo” grazie a una soffiata del “Rurale neo borghigiano” Enrico Santini che ci anticipa come il sociologo sia un attento conoscitore e osservatore delle cose del “Borgo” e tra i principali artefici del primo giro di manovella che ha acceso il motore per la rinascita del caratteristico quartiere.

Maurizio Lazzarini. Alle origini della riscoperta del Borgo

Dottor Lazzarini, come nasce il suo amore per il Borgo?
«Negli anni ’70 ero iscritto alla facoltà di Urbanistica a Venezia. Mi interessavo di autocostruzione, meccanismi partecipativi a livello sociale e del territorio. Nel ’79 organizzammo un convegno su questo tema. Parteciparono da tutt’Italia e anche dall’estero, una serie di personaggi tra cui vorrei ricordare Gino Girolomoni (1946 – 2012; antesignano dell’agricoltura biologica, fondatore della cooperativa “Alce Nero”; ndr) e Renzo Piano con un progetto di “ristrutturazione agile”. Ma ora faccio un balzo temporale all’indietro. Nei primi anni ’70 Giancarlo De Carlo (1919-2005, urbanista, ingegnere e architetto; ndr) mise a punto un piano regolatore che sconvolse mentalmente Rimini. Al di là di quello che lui aveva previsto, tipo la monorotaia e una serie di cose che se le avessero fatte allora, invece di abbandonare il progetto, oggi sarebbero utilissime, fermiamoci al Borgo San Giuliano. Ciò che riporto, me lo raccontò lui stesso. De Carlo diceva: «Quando sono arrivato a Rimini, mi hanno parlato del “Borgo” e dei suoi abitanti semianarchici, libertari, ribelli; borghigiani che avevano come prerogativa di fare da soli, tant’è che in larga parte costruivano le strutture abitative in autonomia». Va ricordato che il “Borgo” fondamentalmente è una creatura spontanea, non al livello di Matera, ma la sostanza è quella».

Una briglia sciolta riminese.
«Esattamente. All’epoca lo era ancora. L’architetto vedeva in che condizioni versava quel quartiere: era devastato, desolato, avulso dalla realtà riminese. La sua idea fu di tentare la carta dell’autocostruzione. Lui proponeva l’ipotesi che, seppur non fosse tecnicamente veramente realizzabile, prevedeva questo: «Si abbatte una fila di case. Il Comune regala agli abitanti la facciata e il primo solaio. In seguito si costituisce una cooperativa che fornisca il materiale con cui ognuno dei soci, secondo il progetto, si costruisce la casa da solo». Intendiamoci, il progetto non era fattibile però era un’idea. Forse provocatoria, una forzatura, il germe di un processo che sfociava nell’autocostruzione. Voleva cogliere questa essenza borghigiana. Ci furono rivolte, “vogliono distruggere il Borgo”, urlava qualcuno. Fu un dramma incredibile che portò all’abbandono del “piano De Carlo”, penso a causa anche di questa rivolta popolare. Nessuno ha capito che era un progetto veramente organico».

Lei ne fu invece favorevolmente impressionato…
«Insieme con Gabriele Bollini (urbanista), Renzo Agostini (urbanista), l’architetto siciliano Franco La Cecla e Paolo Casadei (dipendente comunale), verso la fine degli anni ’70 ho fondato un gruppo che si chiamava “Collettivo per l’abitare autogestito”. Abbiamo promosso questo sodalizio, poi abbiamo pensato di intervenire nel “Borgo” perché si iniziasse una ristrutturazione, ovviamente tecnicamente diversa da quella proposta da De Carlo. Però il problema persisteva: il “Borgo” era degradato, stava diventando la Mecca degli spacciatori, dei drogati. Gli abitanti se ne erano andati quasi tutti. Per intenderci, un po’ come è successo a Matera, in cui la gente un po’ alla volta andava via dalla città per cui le case erano in condizioni pessime, anche nel senso di degenerazione ambientale. Si noti che tra le strade più significative del Borgo figurano via Chiavica e via Pozzetto… (ride)».

Cosa avete escogitato per dare una scossa positiva, pur escludendo l’uso di sedie elettriche?
«Mi dovrebbe permettere una doverosa premessa: tutte le iniziative prese sono state possibili solo in stretta collaborazione di tanti borghigiani. Vorrei anche farne i nomi, ma mi rendo conto che non sia tecnicamente possibile farlo di tutti. Spero che mi perdoneranno. Veniamo a noi. Qualche anno prima avevo letto un giornalino che avevano fatto alcuni residenti del borgo. Mi pare si chiamasse “Bar Alba”. In seguito, per un certo periodo, “Borgo S. Giuliano”. Autofinanziandosi, avevano costruito un campetto da calcio sotto il parcheggio di piazzale Tiberio. Si sono dati da fare, hanno spianato la terra (all’epoca, in qualche modo alcune iniziative estemporanee venivano tollerate), insomma, lo hanno realizzato autogestendosi. Visto così, abbiamo pensato: colleghiamoci a queste persone, vediamo di costituire un gruppo che possa intervenire nella ristrutturazione del “Borgo” e ricucire il tessuto sociale partendo dalle tradizioni. Così è stato. Tra i maggiori esponenti dell’eterogenea formazione, figuravano Mario Pasquinelli, (Cico) Cicchetti, Giuliano Ghirardelli e molti altri borghigiani. Insieme si è fondato un gruppo. Pubblicavamo il giornalino “e’ foi de’ bórg”. Nei primi numeri si aveva un’impostazione satirica. Si attaccava l’Amministrazione Pubblica, si raccontavano le storie del Borgo, la gente e i fatti di questa micro realtà riminese. Quindi si è cominciato a porre in essere una serie di iniziative».

Di che tipo?
«Per esempio, negli anni in cui mancava, comperavamo il kerosene e lo distribuivamo ai borghigiani a prezzi calmierati. Naturalmente, al fine di rivitalizzare il luogo, “e’ foi de’ bórg” fungeva da cassa di risonanza e anche da ricettacolo delle idee che man mano nascevano. A un certo punto, Mario Pasquinelli, ispirandosi a Santarcangelo Festival in cui si esibivano gruppi spagnoli che facevano teatro nelle piazzette, avanza la proposta di dar vita alla Festa del Borgo. I componenti della pubblicazione “e’ foi de’ bórg” accettano il suggerimento. Siamo nel 1978. Si decide di organizzarla, non senza qualche dubbio e timori legati all’incertezza sulla sua possibile riuscita. Tuttavia, sull’onda della partecipazione che intuivamo nella popolazione del Borgo, l’appassionante impresa parte con grande entusiasmo».

Aderisce anche il Comune?
«Interviene per dare un contributo, poi arrivano le sponsorizzazioni. Sembra che ci siano i presupposti perché l’evento si concretizzi veramente. Viene ingaggiato anche un direttore artistico che venendo da Santarcangelo conosceva un po’ questo tipo di manifestazione; aveva già esperienza in materia. Si parte per la grande avventura. Chi fa le maschere, chi le bandierine, qualcuno si occupa di fare i lumi per dare luce al teatro: abbiamo a disposizione il palcoscenico giusto per esordire con la commedia della “festa” nel miglior scenario naturale che potessimo desiderare: il “Borgo San Giuliano”. La prima edizione (siamo nel 1979) si caratterizza con tanti piccoli spettacoli sparsi nelle piazzette e nelle vie. Bandita la luce elettrica, il Borgo è rischiarato unicamente da migliaia di lumi posti sui davanzali e sui gradini delle abitazioni. Le bandierine delimitano invece lo spazio fisico della rappresentazione. Lo spettacolo ha il fascino romantico e vincente della naturalezza e dell’assoluta mancanza di aspettative. Nessuno conosceva questo evento. Si organizza anche una sfilata: “il carro della Dora” (tenutaria del Villino Azzurro, bordello di fascia “popolare”; ndr) e altri personaggi riminesi. L’idea principale è di mettere alcune porte di carta all’ingresso delle strade di accesso al Borgo. A una determinata ora, vengono bruciate in contemporanea. Il senso è: il Borgo si apre alla città».

Metafora efficace, molto teatrale, di forte effetto scenico sul pubblico.
«Sicuro. Non manca nemmeno il lancio di carta dai balconi. Come negli Stati Uniti, quando sfilano i vincitori di eventi sportivi o importanti uomini politici. Cosa è successo? Rimini ha scoperto il Borgo. È stata una cosa fantastica. All’improvviso si è accorta che esistesse; e in quei due giorni di festa straordinaria si è riversata a riempirne ogni angolo, a cercare di svelare i segreti di questo luogo misterioso e sconosciuto a molti. Segnalo un particolare di primaria importanza: durante la prima edizione, non ci sono bancarelle. Infatti, non è stato un mercato, è stata una FESTA. È molto differente il concetto tra festa e fiera. Noi volevamo celebrare il Borgo per quello che era, per i valori di comunità e fratellanza che esprimeva. Quell’indimenticabile numero zero ha tratteggiato, celebrandole, le vicende e la cultura del Borgo. Da lì è poi partito un fiume di iniziative, ma soprattutto, i riminesi hanno iniziato a comprare le case e a ristrutturarle (quelle che negli anni ’80 costavano pochi milioni di lire, ora valgono varie volte di più). Ogni anno si faceva la festa e ogni anno questo evento si è dilatato, a mio parere anche in maniera eccessiva. Con il passare del tempo, durante le feste non c’era più la possibilità di godere dello spettacolo nelle piazzette, tanto erano affollate. Anche l’aspetto alimentare, entrato prepotentemente nel profilo della “kermesse”, non faceva che esasperare la situazione. Sostanzialmente si è verificato un cambio della filosofia del luogo dovuto anche al mutamento sociale dei residenti. I vecchi borghigiani, comprensibilmente ingolositi, hanno venduto le proprietà. A prescindere da questo, parallelamente, è avvenuto un avvicendamento generazionale naturale».

In quarant’anni dalla prima festa, diciamo dall’ingresso ufficiale in società, le cose sono cambiate.
«Certo. Ora, però, dobbiamo guardare al futuro del Borgo. Chiaramente, una volta assodato che la “festa” funzionava, si sono creati degli appetiti, l’evento portava gente, portava lavoro. Infine, il Comune ha fatto i lavori all’invaso e sistemato parecchie cose. Il Borgo è stato chiuso al traffico ribadendo una vocazione ormai anche molto turistica, non più confinata entro le mura cittadine com’era un tempo. In sostanza, è diventato una costola importante per Rimini. Ciò che ho detto in altre occasioni è che la festa del Borgo ha rappresentato il momento di trapasso fra una città turistica al cento per cento e una città che voleva ricostruire la propria identità. Mi spiego meglio. Nel dopoguerra, Rimini ha perso i suoi connotati. Dopo che la borghesia agricola ha ceduto lo scettro del fulcro economico al turismo, per cui tutto si è spostato al mare, la località ha avuto una vita sdoppiata tra l’estate e l’inverno. Assumeva due ben distinti caratteri stagionali. Fondamentalmente era una realtà acèfala. L’unica classe dirigente era quella rappresentata dalla politica, dal Comune. Non esisteva una categoria ben definita che supportasse in qualche modo la cultura, un centro urbano con le sue trasformazioni, il ritrovarsi e così via. Tutto era puntato sul mare. Possiamo affermare che la festa del Borgo fatta a settembre ha riunificato, o meglio, ha cominciato a riunificare Rimini nelle sue parti, tanto che oggi non è conosciuta solo per la spiaggia ma molti turisti hanno scoperto che ritrovando una precisa individualità, Rimini è bella in entrambe le essenze di cui si diceva poc’anzi. Tanto è vero che oggi viene “venduta” come entità storica, oltre che balneare. Da parte sua, il Borgo concorre alla formazione del nuovo connotato cittadino. Ne è parte integrante, un’attrattiva unica e nel contempo un luogo di aggregazione dove chiunque vorrebbe impiantare un locale. E questo potrebbe diventare un problema».

In che senso?
«Nel senso che se ci sono troppi locali, la vita del Borgo tende a sparire. Questo è il grande pericolo che vedo. C’è una forte volontà di insediarsi qui. Per ora le manovre sono abbastanza esterne, ma i processi di interesse (compri una casa – la trasformi – chiedi i permessi – un’apertura… ), molto palesi. Poi avanza sempre più concretamente l’idea di rendere la zona libera da auto, quindi puoi mettere tutti i tavoli che vuoi, puoi invadere ogni spazio comune. Per me, tutto ciò rappresenta una grave insidia. Rispetto al progetto iniziale di una comunità, il fenomeno tenderebbe a creare all’interno della stessa una sorta di lacerazione. A causa di ciò, il Borgo sarebbe giocato sugli interessi (per carità, legittimi) dei ristoratori, dei negozianti e si perderebbe di vista l’obiettivo iniziale».

Dunque, qual è il futuro? Ha rimedi da proporre?
«Dobbiamo ricostruire gradualmente un tessuto di relazione. Attraverso situazioni di incontro come serate di poesia o tavolate conviviali nelle piazze e simili, per esempio. Ritengo che si debba creare dal basso, con i vicini, ma invitando anche persone extra Borgo, una sorta di vita sociale. In modo che la gente fruisca di questa struttura senza dover per forza chiedere mille permessi, mille autorizzazioni. Oggi siamo strangolati da una burocrazia tale che ti fa passare tutte le buone intenzioni. Però è necessario inventare iniziative di questo tenore, in modo che gli abitanti tornino a riappropriarsi delle strade, delle piazze e della propria cultura. Certi eventi permettono di far circolare la conoscenza sia tra i nuovi che tra gli abitanti più recenti. Questo è quanto necessita per contrastare un’avanzata lenta, ma inesorabile del legittimo (è bene ribadirlo) interesse economico. Per carità, sono felice che esista la Marianna che è un locale storico, che ci siano Nud e Crud, La Esse Romagnola e così via. Però poi, basta. Ritengo siano già sufficienti gli esercizi che ci sono.

Pensa che si debba mettere un fermo alle autorizzazioni commerciali?
«Sì, è necessario uno “stop”. Dovrebbe darlo l’Amministrazione, anche se credo che non ne sia molto convinta. Se però la gente si organizza, se vive il Borgo, per l’ariete “interesse – economico” diventa più difficile sfondare. Si crea un argine naturale con il bisogno di socialità che peraltro qui non è difficile da trovare. Infatti, ogni tanto facciamo qualche piacevole incontro tra di noi. Credo sia un modo (esportabile) per vivere la propria realtà urbana. Se la gente cominciasse, (anche in realtà non così facili, logisticamente parlando, quanto questa) a costruire relazioni di questo tipo, vivremmo molto meglio la città, piuttosto che andare sempre di corsa e non conoscere nemmeno i nostri vicini di casa».

Con l’attuale velocità di rapporti consegnati a mere relazioni virtuali, pare molto complicato…
«Capisco che non sarà facile. Ma vorrei comunque lanciare un’idea, valida come quella della festa che per Rimini in qualche modo ha rappresentato un “bonus” di quarant’anni. Che non sia alternativa alla realtà comunale, ma che in qualche modo le sia di supporto. È irrinunciabile che la partecipazione reale parta dal basso. Da una base sociale forte, conformata, beninteso, ma mai in contrapposizione alla “struttura di comando”. Ci sono persone che in alcune città fanno l’orto in compagnia, o si ritrovano al forno comune dove fanno la pizza tutti insieme. Per dire che da cosa nasce cosa, però deve essere un movimento orizzontale. La vita, interpretata come un cardine comune, dove suggerire e concretizzare idee. Non intendo in termini politici, ma di semplice vita quotidiana. Questo è ciò che propongo. Questo, l’invito che lancio».

In pratica sta sostenendo che il “fenomeno Borgo” sta assumendo connotati che a breve, ammesso che non lo siano già, se non si interviene, potrebbero diventare negativi.
«È normale. Come succede tra la piazza della Vecchia Pescheria e la piazzetta delle Poveracce, invase da tanta gente che però in realtà non lascia niente: arriva, sporca poi se ne va via. E chi comanda sono i ristoratori. Così non va bene. Certo, è difficile fermare un meccanismo del genere. Ma l’importante è che rimanga ai margini. Fate i “ciringhito” nel parco, fateli comunque dove ci sia tanto spazio, in modo che la cosa non dia fastidio a nessuno, se non molto marginalmente».

Queste ondate di gente, saranno difficili da contenere, non trova?
«È esattamente per questo motivo che propongo che il Borgo si autorganizzi per creare una sorta d filtro, di blocco. E aggiungo questo: basterebbe che nel Borgo il Comune vietasse il cambio di destinazione d’uso. Sarebbe necessario congelare la situazione. Tempo fa c’è stato un gruppo di cittadini che riunitisi in comitato ha tentato di combattere l’invasione, ma come si usa dire, hanno buttato tutto in politica. Niente di più sbagliato: non ci deve essere ideologizzazione. Non si può solo protestare o fare proclami, perché così facendo si ottengono unicamente sterili divisioni. Bisogna trovare, avere idee e agire».

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