Un ciclone di monaca nella diocesi di San Marino Montefeltro

Un ciclone di monaca nella diocesi di San Marino Montefeltro

Vi abbiamo raccontato la storia di Vera, entrata nelle monache dell'adorazione eucaristica. Oggi vi raccontiamo anche quella di suor "Ponga". Ma sopra

Vi abbiamo raccontato la storia di Vera, entrata nelle monache dell’adorazione eucaristica. Oggi vi raccontiamo anche quella di suor “Ponga”. Ma soprattutto di cosa le attiri a Pietrarubbia, un angolo di pace nella diocesi di San Marino Montefeltro. Ovvero vi parliamo anche della madre superiora del convento, suor Gloria Riva, e della sua contagiosa voglia di vivere e di seminare bellezza.

di Serafino Drudi

Una canzone della prima metà degli anni ’60 reinterpretata in italiano da Celentano focalizzava il ‘problema più importante’ per i giovani, soprattutto la sera, quello di avere una ragazza, come dice il verso: ‘se restiamo da soli, tutto male; non si può neanche cantar’. Non era solo il bisogno di un naturale contatto fisico ma il desiderio di una presenza che condividesse con te la lotta contro la malinconia. Verso la fine degli anni ’60 invece furono l’ideologia e la contestazione a spostare il mirino contro il ‘nemico’ e più avanti il ‘non senso’ della realtà veniva contrastato, o meglio veniva ‘allontanato’, con l’uso di alcol e droghe. Oggi non so, ma credo che per certi versi il nodo della questione resti in fondo la stessa e i giovani sono sempre alle prese con le solite domande: che ci faccio e perché sono venuto al mondo? Che ne sarà di me in futuro? Un tempo si chiamava vocazione. Nella chiesa è palese non da oggi la crisi delle vocazioni e i vescovi stanno facendo salti mortali per coprire i ‘buchi’ dei sacerdoti che invecchiano e vanno in pensione o muoiono.
Le storie che raccontiamo vanno controcorrente, sembrano forse ad alcuni sideralmente distanti ma a conoscerle da vicino hanno un fascino innegabile; confesso: io le invidio. Incominciamo dalla comunità monastica dell’Adorazione Eucaristica di Pietrarubbia, guidata dalla superiora, suor Maria Gloria Riva (nella foto). Qui a dispetto di ciò che accade un po’ dappertutto sembra che non esista la ‘crisi delle vocazioni’. La comunità ha ricevuto l’approvazione diocesana con decreto del 31 marzo 2009 in vista di diventare monastero sui juris, si ispira alla spiritualità della beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, mette in pratica la regola di Sant’Agostino e professa i voti di castità, povertà e obbedienza. Attualmente è costituita da una decina di religiose. Non si tratta di un monastero misto né vuole diventarlo, tuttavia da qualche anno, Angelo e Cristian hanno seguito il cammino del monastero fino a diventare novizi. ‘Roba vecchia’, qualcuno penserà. Ma la storia di suor Gloria risponde da sola.
Nonostante sia nata nel 1959 in una famiglia agiata cattolica di Monza, che vanta tra gli antenati anche un Pontefice, papa Ratti (Pio XI), ed anche l’educazione in un collegio, Gloria dall’adolescenza in poi non ha frequentato assiduamente la chiesa, pensando che questa non avesse granché da dirle e fosse ‘fuori passo’ rispetto alle sue aspettative giovanili. E fu così che, giovanissima, sposò la causa della sinistra che a quei tempi nel milanese come altrove dopo il ’68, aveva le caratteristiche dell’estremismo extraparlamentare e che dopo alcuni anni e in certi casi sfociò addirittura nella lotta armata, come insegna la storia delle Brigate Rosse. Ma quella ideologia, così distante dalla vita quotidiana della giovane Gloria, ben presto la disilluse. Si appassionò all’arte negli anni dell’istituto artistico e dopo la scuola lavorò in teatro e disegnò fumetti. Naturalmente aveva anche un fidanzato. Dall’estrema sinistra approdò a una vita più borghese, fatta di passeggiate a cavallo e gioco a tennis. Fu il proposito di sposarsi che la riavvicinò alla chiesa, soprattutto per via di un sacerdote che aveva conosciuto in parrocchia e che era passato al vaglio del suo esigente giudizio. Ma ancor più decisiva fu quella sera che, in macchina col ragazzo (lei allora aveva 22 anni) sulla strada verso la discoteca, ebbe un gravissimo incidente che la portò a un passo dalla morte.
Racconta suor Gloria: “Ho visto nel buio della notte e del coma una luce bellissima, era Dio che mi aspettava. Lì ho capito di essere stata pensata, voluta e amata fin dall’eternità. Su quel letto d’ospedale, dove non riuscivo nemmeno a soffiarmi il naso e da cui vedevo gli amici che venivano a salutarmi senza che fossi in grado di rispondere a questi saluti, in un baleno ho capito cosa volesse dire San Paolo quando nella lettera ai Corinti scrive: ‘passa la figura di questo mondo e dunque da ora in poi chi non è sposato non si sposi e chi è sposato invece viva come se non lo fosse’. Quella sera avevo solo un presentimento che non sarei dovuta uscire invece l’ho fatto lo stesso e comunque non sono mai arrivata in discoteca e del resto non avevo bisogno di arrivarci. Tutti possano capire che una cosa del genere cambia la vita e la domanda sul perché siamo venuti al mondo diventa impellente”. Gloria dice: “Mi domandavo sempre ‘Cosa sei venuta a fare al mondo? Cosa serve la nostra vita?’ Non potevo rassegnarmi a continuare a vivere come avevo fatto finora e ho cominciato a pensare che il Signore mi chiamasse a qualcosa d’altro. La risposta è arrivata quando entrando in una chiesa ho rivisto quella luce della sera dell’incidente. La luce proveniva dal Santissimo esposto in una cappella e illuminato da dietro, di fronte al quale c’erano due suore in ginocchio. Eccola quella presenza che mi aspettava: non c’è bisogno di morire. L’abbiamo tutti i giorni sull’altare. Lì ho capito che quella luce, o per meglio dire Cristo, prima o poi deve raggiungere ogni uomo. Ho voluto stare davanti a quella luce sempre. Nonostante il mondo passi, quella luce lo rende bello e mi accorgevo che tutte le volte che lo guardavo cambiava anche il mio sguardo verso la realtà. Così sono entrata nel monastero della mia città (Monza) nel 1984. Poi sono arrivata nel Montefeltro, diventando a mia volta quasi una fondatrice di un altro monastero, nel desiderio che tutti potessero riconoscere la bellezza che è quella luce che promana dall’Eucarestia”.
Suor Gloria è convinta che “nella società delle immagini viviamo di icone dei nostri desktop nei telefonini, computer e tv, tuttavia abbiamo perso la capacità di guardare. Siamo circondati dalla bellezza, come in questa chiesa, ma non sappiamo più guardare. Abbiamo perduto lo sguardo e con lo sguardo abbiamo perduto il giudizio e col giudizio abbiamo perduto l’identità e la ragione quindi la libertà. Perché facciamo quello che hanno deciso altri”.
E’ un messaggio di speranza il suo: “Quando la guardiamo con questa luce la vita è una grande bellezza e opportunità. Se la guardiamo col timore che ci possa sfuggire dalle mani, ce ne impossessiamo malamente e la vita diventa un vero guaio: ecco perché mi piacciono le beatitudini di Luca, dove al ‘beati voi’ segue sempre un ‘guai a voi’. Ad un passo dalla morte ho capito che il Paradiso è la verità e che l’Inferno non è altro che l’infingimento, la finzione, l’ipocrisia, il far finta che… Dio solo sa quante bugie ho detto nella mia vita, e quanto ho cercato di ‘stare a galla’ a danno di altri. Quello che ci condurrà in Paradiso, o all’Inferno o in Purgatorio non sono le grandi scelte, ma le piccole cose di tutti i giorni. ‘Beati voi’ quindi quando sarete voi stessi, quando avrete la libertà di essere quello che siete; quando avrete il coraggio di dire ‘ho sbagliato! Sono fatto così ma ti voglio bene lo stesso! Voglio ricominciare!’ O avrete il coraggio di denunciare un fattaccio per il bene comune. Questo in fondo è il monastero e quando ci sono entrata ho capito che avevo fatto la scelta giusta e che per me non ci sarebbe stata un’altra strada”. Perché questa certezza? “Perché il monachesimo è la vita cristiana; una vita cristiana vissuta in comune. Punto. Sono i gesti quotidiani con una profondità vertiginosa che ti portano a toccare Dio e la verità. Tocchi le cose che ogni uomo vorrebbe toccare. E’ questo il monastero: andare dietro alla bellezza in un mondo che invece segue le brutture, lo sconcerto e la trasgressione. La bellezza invece è nel piccolo insetto rosso che si posa sul fiore bianco; nella rondine che taglia di colpo la finestra; nelle campane che suonano proprio nel momento in cui stai piangendo e ti sembra la voce di Dio che t’incoraggia; nella sorella che ti passa accanto e che hai voglia di abbracciare perché capisci che la via di Dio passa di lì, anche nella sorella che magari ti fa arrabbiare o che è così diversa da te e che non capisci proprio. Oppure quando incontri persone che magari non sono credenti o che non vanno più in chiesa da anni o che convivono magari con figli senza conoscere bene così sia il matrimonio e che quando t’accostano ricominciano a ‘vedere’, ricominciano a guardare la vita con occhi nuovi. Questo per me è il monachesimo, come dice Eliot, ‘è la chiesa che sta sulla rocca e guarda e giudica tutto’; ma non per condannare ma per un giudizio che apre alla bellezza della verità. Io questo ho imparato nei miei anni d’adorazione eucaristica”.

Suor “Ponga”: alla chiamata ci ha pensato Dio, al nome il telefonino

Suor Sonia ("Ponga"), dietro di lei suor Vera

Suor Sonia (“Ponga”), dietro di lei suor Vera

Quando la madre superiora le dice ‘c’è Serafino che ti cerca’, suor Ponga, tra lo scocciato e il pigro, risponde ‘ma chi è sto Serafino, io non lo conosco!’. Quando mi vede, però, ci mette un attimo a riannodare i fili: ‘Ah sì, ora ricordo la tua faccia, ti ho già visto qui, però lasciamo perdere l’intervista per favore’. Va bene, come vuoi suor Maria Maddalena dei Sacri Cuori, o devo dire suor Ponga?’ Come vuoi tu… Così comincia l’intervista con Sonia Bagotta, figlia unica di una famiglia di Muggiò (Monza) che a Ferragosto ha fatto la sua promessa perpetua coi voti di obbedienza, povertà e castità nel monastero di Pietrarubbia. “Ponga” è il frutto del suo nome, Sonia, digitato con la tastiera del telefonino da un’amica, e per qualche scherzo della scrittura intelligente, della correzione automatica o come diavolo volete chiamarla, ha restituito il femminile di uno dei protagonisti della Carica dei 101. Un luogo vicino a Rimini, seppure nella diocesi del Montefeltro, dove i genitori, tanti anni fa erano venuti in viaggio di nozze, mentre a San Marino non erano potuti andare per via di uno sciopero degli autobus. Il papà è mancato qualche anno fa e la fede nuziale donata a Sonia, che ha preso il nome di suor Maria Maddalena dei Sacri Cuori, è quella di suo padre. Lei però, al contrario di suor Vera, non la indossa perché ha timore di smarrirla.

Com’è nata la tua vocazione?
“Io già lavoravo da 17 anni, i primi dodici disegnavo tessuti d’arredamento, poi per un calo del settore ma anche per un episodio poco carino di mobbing, riconosciuto in seguito, sono rimasta a casa per qualche tempo. Forse una ‘fortuna’ che sia andata così, sennò forse ora non sarei qua. A me sarebbe piaciuto tornare a fare la grafica pubblicitaria e per un anno circa ho lavorato in una fotolitografia per imparare a usare il computer e i programmi di grafica e impaginazione. Ho imparato più lì che se avessi fatto un corso sul ‘Mac’. Ma io ero una donna, avevo una trentina d’anni e quindi l’assunzione tardava e questo mi ha mandato in crisi…

Che rapporto avevi con la chiesa?
Andavo a messa per abitudine ma non facevo più la comunione da anni. Mia madre mi disse che un’amica andava a San Giovanni Rotondo e forse vedendomi così un po’ in crisi mi propose di andare. Io, senza troppa convinzione, accettai per rilassarmi. Nel fare la Via Crucis ho iniziato a piangere senza capire perché ma da lì ho ripreso a dire il rosario e ad andare a messa con una serietà maggiore; mi sono confessata. Ho fatto un percorso di riavvicinamento perché non mi andava di fare la comunione all’acqua di rose perché avevo la consapevolezza che nella comunione si incontra Cristo. E dopo circa sei mesi ho ripreso regolarmente a fare la comunione. Nel frattempo suor Karola, che ora è vicaria nel nostro monastero, entrò in convento e io andando a trovare lei ho iniziato a fare l’adorazione e ad andare a messa tutti i giorni, a pregare col breviario; ero presa ma non avevo idea della vita del monastero e così per vedere cosa succedeva all’interno ho chiesto a suor Gloria di partecipare di più alla vita del monastero e da lì ho cominciato a pensare che la mia vita avrebbe avuto più senso in un posto come questo. Nel frattempo avevo ripreso il mio lavoro di pubblicitaria, quello che avrei voluto sempre fare. Nonostante questo in me c’era un vuoto che non si colmava mai. In un anno e mezzo c’è stata nella mia vita una rivoluzione che non capivo e non riuscivo a contenere. Ne parlai con suor Gloria e le dissi che mi accadeva tutto questo senza capire perché. Lei mi rispose che poteva trattarsi di vocazione senza che io in quel momento lo sapessi. Ho cominciato a parlare di questo con lei e un sacerdote: non capivo ma una cosa solo sapevo, i miei dubbi e le mie preoccupazioni si scioglievano quando pregavo davanti al Santissimo”.

Poi cosa è successo?
“Che suor Gloria e il sacerdote col quale parlavo si sono spostati qua nel Montefeltro. Poi è successo molto altro, ho frequentato un altro convento (di carmelitani) fino a che nel 2008 ho avuto un ictus. Non fu quello però che mi trattenne dall’entrare in convento, ma ho resistito un altro anno. Suor Gloria e un medico mi dissero che era stata la mano di Dio a salvarmi, perché bastava che il buco che mi si era aperto nella vena fosse un millimetro più largo e sarei morta. Mi hanno ribaltata come un calzino ma non è stato trovato il motivo scientifico che mi ha procurato l’ictus e così il medico mi disse: ‘tu non fai quello che senti e desideri fare e il tuo corpo si sta ribellando’. L’ictus mi portò alla paralisi della mano sinistra e questo mi fece rimanere senza parole perché sono mancina e non potevo lavorare al computer. Non ero disperata ma chiedevo a Gesù perché proprio la mano sinistra… Fossi anche rimasta in carrozzella avrei comunque potuto lavorare. Dopo un paio di mesi ho recuperato l’essenziale e dopo un anno e mezzo sono tornata attiva. Avevo 38 anni. Nel giorno del mio quarantesimo compleanno sono entrata in convento a Pietrarubbia. Veramente già qualche anno prima, quando ancora suor Gloria era a Monza, avevo deciso di entrare ma mi ero spaventata perché mio padre s’era ammalato e i miei genitori non ne volevano sapere. E io pensai che avrei lasciato perdere e non avrei più parlato di vocazione”.

E come mai hai cambiato idea?
“Suor Gloria venne a Monza per una conferenza e il giorno successivo, non avendo l’auto per tornare a Pietrarubbia, mi sono offerta di accompagnarla. Una volta arrivata mi sono detta: ‘Va beh, sto qui qualche giorno e poi torno a casa. In verità prima mi sono fermata per tre mesi, poi per sempre. I miei genitori si sono arrabbiati pensando fosse stato un escamotage per nascondergli la verità. Davvero neppure io sapevo come sarei entrata. Mio papà è morto nel momento della mia prima professione. Mia madre ora è contenta nonostante la lontananza. E quando torno al mio paese tanti mi guardano con occhi diversi. Una mia cara amica mi ha detto: ‘Io non credo in Dio e non prego ma quando vedo te immagino che Dio esista e anche se non so pregare tu sei il mio tramite e so che se tu preghi lo fai anche per me e forse un giorno ci riuscirò anch’io”. Fosse anche solo per questo, la mia scelta va bene.

E da quanti anni sei a Pietrarubbia?
“Sono sei anni”.

E sei felice?
“Si, ho i miei momenti di dubbio ma mi sento felice, oltretutto ho ripreso a fare anche il mio lavoro da grafico: disegno, impagino libri. Faccio lavori artistici e grafici. Prima anche se ero arrivata a fare quello che volevo c’era sempre un ultimo tormento che mi rendeva insoddisfatta. Io ero irrequieta e lo erano anche i miei genitori”. (S.D.)