Un nuovo Piano Casa nazionale: ritrovare il coraggio di Fanfani per l’INA-Casa

Un nuovo Piano Casa nazionale: ritrovare il coraggio di Fanfani per l’INA-Casa

Un Piano Casa 2.0, promosso direttamente da Palazzo Chigi, potrebbe scavalcare i ritardi amministrativi dei livelli regionali e comunali e offrire una risposta concreta a milioni di italiani. Sarebbe un atto di governo di grande portata: capace, sì, di produrre consenso, ma soprattutto di ricostruire fiducia tra Stato e cittadini.

Un nuovo Piano Casa nazionale: ritrovare il coraggio di Fanfani.
Nel film Amarcord di Federico Fellini, Tonino Guerra mette in bocca a un muratore una poesia semplice ma potente:
“Mio nonno fava i matoni,
mio babbo fava i matoni,
fazo i matoni ancha me,
ma la casa mia dov’è?”
Oggi potremmo riscriverla così:
“Mio nonno sentiva parlare di mattoni,
mio babbo sentiva parlare di mattoni,
anch’io sento parlare di mattoni…
ma la mia casa dov’è?”
È la voce di tanti giovani, famiglie e lavoratori che attendono risposte concrete a uno dei problemi più drammatici del nostro tempo: la casa.
Nel 1949 Amintore Fanfani, allora Ministro del Lavoro, avviò il Piano INA-Casa, un progetto che univa politica sociale, visione economica e cultura architettonica. Una vera lezione politica nell’Italia del dopoguerra.
Quel piano, durato quattordici anni, realizzò oltre 355.000 alloggi e diede lavoro a più di 200.000 persone, contribuendo alla ricostruzione del Paese. Ciò che lo rese un modello tuttora attuale fu soprattutto la qualità architettonica e urbana.
Fanfani volle coinvolgere i migliori architetti e urbanisti italiani — Quaroni, Ridolfi, Albini, Gardella, Astengo, De Carlo, Libera, Piccinato, i BBPR — per costruire quartieri di popolo dotati di scuole, aree verdi e spazi di relazione. Era una visione di città pensata per l’uomo, non per la rendita.
Oggi, al contrario, il tema dell’abitare è imprigionato da un eccesso di norme e procedure. Una colossale burocrazia.
Ogni iniziativa, anche la più necessaria, si arena tra livelli decisionali sovrapposti, pareri incrociati e vincoli talvolta in contrasto fra loro.
Le Regioni — nate per garantire autonomia e prossimità — hanno innervato un apparato regolatorio che spesso ostacola chi dovrebbe essere aiutato.
Molti Comuni, privi di risorse e competenze tecniche, restano fermi per timore di sbagliare.
Di conseguenza, si continua a parlare di edilizia agevolata, ma non si posa un solo mattone.
In molti territori — e l’Emilia Romagna non fa eccezione — il consumo di suolo è avvenuto negli ultimi decenni in modo disordinato: lottizzazioni di rapina, urbanizzazioni senza logica territoriale, edificazioni in luoghi già congestionati e senza visione di interesse generale.
Si è costruito molto, ma non per chi ne aveva reale necessità. Spesso per soddisfare la domanda di chi già disponeva di mezzi e reddito, lasciando indietro chi non poteva farsi casa.
Una contraddizione che ha generato spreco di territorio, diseguaglianze e un senso diffuso di abbandono sociale.
Per mia opinione serve dunque un nuovo Piano Casa nazionale, un vero Piano Casa 2.0, capace di scavalcare le resistenze o le difficoltà regionali e comunali e di riportare l’abitare al centro dell’agenda pubblica.
Un’iniziativa che unisca la spinta pubblica e privata sotto una regia centrale forte e competente, con obiettivi chiari e verificabili:
• semplificazione delle procedure per l’edilizia sociale e pubblica;
• qualità progettuale e sostenibilità ambientale;
• coordinamento nazionale tra politiche abitative, urbanistiche e infrastrutturali;
• uso razionale del suolo e rigenerazione dell’esistente;
• risorse certe e programmate, sottratte alla frammentarietà dei bandi regionali.
È proprio il Governo Meloni che oggi potrebbe assumere con forza questa iniziativa, cogliendo un’occasione storica e intestandosela.
Non si tratterebbe solo di un intervento tecnico o di un piano economico, ma di una scelta politica di visione nazionale, coerente con i valori che il centrodestra dichiara di voler rappresentare: famiglia, lavoro, dignità, sicurezza sociale.
Un Piano Casa 2.0, promosso direttamente da Palazzo Chigi, potrebbe scavalcare i ritardi amministrativi dei livelli regionali e comunali e offrire una risposta concreta a milioni di italiani.
Sarebbe un atto di governo di grande portata: capace, sì, di produrre consenso, ma soprattutto di ricostruire fiducia tra Stato e cittadini.
Un segnale chiaro che la politica può tornare a “fare” e non soltanto a regolare.
Ribadisco che il nostro Paese ha bisogno di visione politica e capacità decisionale, non di altri regolamenti, cioè di altra insopportabile burocrazia.
Servono mattoni, ma prima ancora coraggio e capacità di governo.
L’esempio di Fanfani non appartiene al passato: resta un metodo di Politica e una responsabilità da recuperare.
Mio nonno faceva i mattoni,
mio padre parlava di mattoni,
anch’io sento parlare di mattoni…
ma la mia casa dov’è?
È tempo che qualcuno risponda.
Con i fatti — veri mattoni — e non con vane parole.

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