Viaggio nella “Capitale della Cultura”: tra operazioni meramente commerciali, manutenzioni carenti e opere d’arte che spariscono o restano nei magazzini

Viaggio nella “Capitale della Cultura”: tra operazioni meramente commerciali, manutenzioni carenti e opere d’arte che spariscono o restano nei magazzini

Mentre la seconda testa dell'opera di Castagna rotola ancora chissà dove, abbiamo ritrovato le statue di Viani e Vangi: sono "esposte" al chiuso delle stanze-magazzino comunali

Durante la seconda guerra mondiale, oltre l’80% degli edifici di Rimini vengono completamente distrutti. Tra i centri con più di 50.000 abitanti, la nostra risulta la città più bombardata d’Italia. Alla fine del conflitto, insieme a lutti e dolori, si rende necessaria una immediata ricostruzione, sia sul piano morale che materiale. A posteriori, pur con tutte le scusanti del caso dovute a inevitabili contingenze, non si può dire che Rimini sia cresciuta in maniera armonica, ordinata o rispettosa di un qualsivoglia ampio progetto, non bakuniniano, che prevedesse almeno un minimo di coerenza architettonica. Non è stato così e l’onda lunga della guerra ha creato malefici anche a posteriori. Chi è stato al governo della città non ha saputo e talvolta, voluto farlo, con un minimo di criterio. Qualcuno, con linguaggio appena volgare, ha assimilato talune modalità di esecuzione all’organo riproduttivo del cane. Spesso, succede ancora oggi. Sarà una mera questione di ereditarietà.
Gli anticorpi deputati a preservare almeno il senso civico, il rispetto del passato e il buon gusto, azzarderei, da queste parti non hanno mai frullato al meglio. La redazione di Rimini 2.0, che non ha mai navigato nella comoda scia della pubblica amministrazione locale, è stata più volte accusata di criticarne le azioni senza proporre alternative. Non è così. E per avvalorarlo, sgrano qualche questione qua e là, ampiamente trattata dal giornale. Il lettore troverà in rosso il collegamento ipertestuale di riferimento (o link).
Per alcune altre, di cui mi sono occupato personalmente e che conosco più in profondità, accenno più sotto.
Per ora, cito in ordine sparso: castel Sismondo e piazza Malatesta; il museo Fellini; il Lettimi; l’anfiteatro romano ancora oppresso da tonnellate di cemento, terra e insulse ideologie, come gli ottusi “niet” al ritorno in piazza di G. G. Cesare, tuttora in ferie a Parma; poi la pedonalizzazione del ponte d’Augusto e Tiberio e l’alternativa (che c’era, eccome) del sottopasso; impossibile dimenticare l’ex Convento di San Francesco; dulcis in fundo, Borgo Marina, quasi totalmente islamizzata, e il progressivo svilimento della Rimini balneare iconografica, dal Grand Hotel alla rotonda con la mega Ferrania Condor II, mio dolorante cavallo di battaglia (persa). Quindi, considerati i succitati postulati, se ci raccontano che Rimini fosse pronta per rivestire il ruolo di Capitale italiana della Cultura, credo normale farsi assalire da più di un legittimo dubbio al riguardo.
Nel 2023, quando l’acustica del teatro Galli restituisce alla trepidante platea le parole “Vieni oltre”, un brivido attraversa come uno staffile i dorsi dei presenti più avveduti. Il motto selezionato, un delicato merletto linguistico senza tempo, tradotto dal vernacolare “vin olta”, è stato prescelto dal sindaco Jamil Sadegholvaad per presentare la candidatura di Rimini a “Capitale italiana della Cultura 2026”. Clap, clap, e ola a seguire.
Per contro, ai più cinici sarà venuto spontaneo ricordare quanto disse Fantozzi al cineforum, dopo la visione del film “La corazzata Potëmkin”. Si stenta a credere che, a partire dallo slogan, al battesimo dell’iniziativa non si fosse accesa in sala la spia rossa e lampeggiante del fallimento in itinere. Il conio tintinnava come falso fin dalle prime battute. Ma a Rimini si è abituati a guardare oltre qualsiasi immaginabile confine. Per dirne una: aldilà del nostro, esiste un altro luogo sul suolo italiano, che vanti un orrendo condominio adagiato sulla Storia, ovvero su antiche mura della città? Nel 1963, anno della “violazio moenium vetustorum”, nel Bel Paese le soprintendenze esistono già da svariati decenni, eppure nulla viene eccepito. Tutto è in regola.
Distrazione? Di riprovevole, ma non per tutti, (come appena scritto) è successo abbastanza di recente dalle parti del ponte di Augusto e Tiberio, ma di questo dirò in seguito. Per ora, mi sprofondo di nuovo nell’eterea atmosfera del Galli. A conclusione dell’incontro, come riportato da un quotidiano locale, il sindaco afferma: «“Vieni oltre” sembra ora rinnovare il suo invito a non fermarsi alle apparenze e a proseguire con noi per scoprire la compresenza di tutte le ramificazioni che la nostra città ospita e custodisce amorevolmente, forse la chiave decisiva e non replicabile della nostra candidatura». Perfetto, infatti la scelta ricadrà poi su L’Aquila. Del resto, il primo cittadino aveva esordito con un perentorio «Ce la siamo meritata». Profetico!
Non sarà che la città abruzzese, oltre a indubbi meriti come la sua capacità di rinascita e di ripresa dopo il terremoto del 2009, la valorizzazione del patrimonio locale, l’unione di diverse forme d’arte e cultura, abbia indovinato anche uno slogan un po’ meno grossolano? Può però essere accaduto, che la giuria di 7 esperti nominata dal Ministero della Cultura, si sia accorta, per fare il primo esempio, che il Palazzo del Turismo di Rimini (palazzina Roma) non sia poi custodito così amorevolmente, come è verificabile guardandolo e che la cultura locale sia perlopiù a vocazione commerciale? La palazzina gemella della Roma è denominata Milano. Entrambe vengono sistemate e ampliate nel 1930.

Dal catalogo della mostra del 2007 dedicata a G. Maioli

Il progetto dell’abile geometra Giuseppe Maioli (1899-1972) è eseguito su richiesta di Pietro Palloni, podestà di Rimini dal 1929 al 1933. La bella palazzina Milano, nel 2003 viene venduta a privati dall’amministrazione comunale. Se esistesse un termine diverso da quello da me adoperato per indicare il tipo di vocazione, avvisatemi. Rimanendo in loco, nell’odierno Parco Fellini, in una città non ancora sazia di crolli e calcinacci fumanti, sono in errore o nel primo dopoguerra le cronache raccontano la demolizione di un magnifico edificio, che per rabbia e rammarico nemmeno nomino?
Appartengono alla storia più recente le vicende di altre opere di varia arte e importanza, ma di ugual cattiva sorte, come le 35 di Renè Gruau, alias Renato Zavagli Ricciardelli delle Caminate (1909 – 2004), celebre illustratore di moda, proditoriamente evase dal Museo della Città senza nemmeno un cenno di saluto, al pari della grande ceramica a rilievo di Vittorio D’Augusta (1938) e Guido Baldini (1933 – 1999), sublimata senza preavvisare del processo endotermico in atto, dalla facciata di una scuola statale a Miramare. L’opera, finanziata grazie alla Legge 717/49, tuttora in vigore, obbliga gli enti pubblici a destinare almeno il 2% della spesa per costruzione o ristrutturazione di edifici pubblici, al loro abbellimento con opere d’arte. In pratica, la ceramica scomparsa è stata pagata da tutti noi. Il sindaco non ha mai risposto alle mie richieste di chiarimento (via PEC). È questo, l’atteggiamento di chi tiene alla cultura e ai denari dei contribuenti?

“La Grande Madre” di Alberto Viani. La risposta alla domanda «esporrete l’opera?» è contenuta nell’immagine stessa

“La Grande Madre”, scultura di Alberto Viani (1906 – 1989), sta in congelatore dagli anni ’70. Ora riposa in un sotterraneo comunale. Al riguardo, ad aprile del ’23 il professor Pier Giorgio Pasini la ricorda subito dopo la presentazione del suo volume (Vicende del patrimonio artistico riminese; editore Panozzo). Lo storico dell’arte si domanda: «Dove è finita questa scultura? L’hanno chiusa in un locale del teatro comunale e poi si sono accorti che mancava una pallina (un seno, puntualizza correttamente Claudio Monti, redattore dell’articolo), so che l’hanno fatta rifare ma non so dove è finita. Dove sarà? Cercatela…».  Rispettosi per l’ispirata esortazione, Rimini 2.0 l’ha trovata. Per tentare di scuotere la memoria a chi la tiene da mezzo secolo in un deposito, ora la si fa vedere ai lettori: esiste ancora. Alla preziosa opera è stato infine aggiunto il seno mancante, ma di una gradazione di colore poco coerente rispetto all’altro. A parte questo, ci si chiede se chi ha finanziato l’acquisto dell’opera (sempre noi cittadini) avrà il piacere di vederla esposta o se anche questa rimarrà ancora in salamoia.

“Jacopo” di Giuliano Vangi (si aggira furtivo in un deposito del Museo della città)

Ci sarebbe poi un’altra scultura, più giovane di sei anni, per la quale i medesimi proprietari di cui sopra hanno scucito dei danè senza averla mai potuta ammirare. L’opera, realizzata dallo scultore toscano Giuliano Vangi (1931 – 2024) è tuttora confinata in una stanza/magazzino del museo di via Tonini.
Parimenti, due bronzi che rappresentano Caio Giulio Cesare Augusto e Tiberio Giulio Cesare, donate circa 25 anni fa dall’industriale Roberto Valducci (1933 – 2018) al comune di Rimini, condividono la stessa sorte di quelle testè citate. Ciclicamente (2015, ’21, ’23…) ricicciano dichiarazioni di intenti, di norma disattesi dai vari assessori di turno e merito, circa la sistemazione pensata, ora presso una rotonda, ora all’interno di un’altra, ora vicino all’arco d’Augusto, poi non più, «perché la Soprintendenza vorrebbe che…, ma vedremo, forse le metteremo, vi terremo informati, vi prenderemo…». No, fermi per carità, ci avete già preso… abbastanza.
Va detto che peggior sorte è toccata alla statua di Pino Castagna (1932 – 2017), svettante in piazzetta Teatini, priva d’una delle due teste, che rotola ormai da oltre 40 anni.

“Due Figure” di Pino Castagna. E la seconda testa? Aspetta e spera

Il pezzo mancante l’ho fotografato nel 2023 dentro un lurido quanto umido deposito, all’interno del centro sociale Casa Madiba. Ma sono convinto che Pino Castagna andrebbe orgoglioso della pur provvisoria, ma prestigiosa sistemazione. Del resto, un artista che ha esposto in tutto il mondo, come i due colleghi appena citati, si merita un trattamento con i guanti bianchi. Perdonerete se replico la domanda del professor Pasini: oggi, dove sarà mai la testa mozzata? Non v’è certezza, tranne la seguente: non è dove dovrebbe essere. Questo e i precedenti, sono alcuni motivi che possono aver inciso sulla mancata elezione di Rimini?
Non ho prove certe, ma più di qualche acre mormorìo circa la Cultura locale, avranno dato il loro contributo.

Chissà, magari i 7 esperti hanno valutato il capolavoro gnassiano in stile circo Barnum di piazza Malatesta, e del castello, ambedue spogliati della propria identità ed essenza, l’una declassata a futile pozza d’acqua simil fossato, vorrei ma non posso, l’altro a improprio contenitore di parte del museo Fellini.

Quando d’estate il turismo è allo zenit, segati alcuni alberi, sparuti e affogati nel cemento quelli superstiti, la piazza è talmente rovente da potersi rinominare Rosticceria Sigismondo. La triste realtà è che si sarebbe potuto scavare per ridare a Rimini e al castello la vera fisionomia, quella progettata da Brunelleschi, e molto altro (i link qui_1, qui_2, qui_3 e qui_4). “L’Andrea” non ha ascoltato Giovanni Rimondini, suo professore al liceo. E intanto, i 7 avranno preso nota.
Comunque sia, a causa delle colate di cemento armato, nemmeno in futuro si potrà intervenire e rimediare.
Per contro, le mura medievali/malatestiane presso il ponte di Augusto e Tiberio, in era Gnassi subiscono una delicata serie di ricami, ma da martello pneumatico. Pure in questo caso, tutto è concesso, nulla da ridere da parte della soprintendenza. A Rimini non esistono mura storiche. Dobbiamo farcene una ragione.
Lucio Fontana (1899-1968), pittore e scultore, passa alla Storia (dell’Arte) come un rivoluzionario, grazie al parto del movimento denominato “Spazialismo”. Con il tema dei “Concetti Spaziali” dei “buchi”, avvenuti attorno al ’49 e dei “tagli” di un paio di anni dopo, l’artista, dalla bidimensione atterra nella tridimensionalità: diventa celebre nel mondo. Gillo Dorfles (1910-2018), psichiatra, filosofo e critico d’arte, era anch’egli pittore.

Dal sito della Fondazione Lucio Fontana

A beneficio di chi legge, restituisco un passaggio che ho siringato da un suo scritto in cui riporta un breve pensiero espresso da Fontana per definire cosa fosse il proprio Concetto Spaziale incarnato dai buchi e dai tagli nelle tele. Nel finale, il pittore ricorre all’idioma milanese, vuoi per rafforzare la propria concezione, vuoi per usare il franco parlar chiaro, tipicamente meneghino. Il succinto, ma energico manifesto orale, è subito ripreso dalle cronache del mondo artistico. Recita così: «…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…».
Comunque la si pensi, i “buchi” di Fontana posano una pietra miliare nel panorama dell’arte contemporanea, mentre quelli fatti realizzare dall’ex sindaco, sono solo danni alla Storia locale. I suoi saranno sempre e solo buchi. Dannosi buchi, tanto inutili quanto la vanagloria. Chi amministra una città senza ascoltare i consigli di chi conosce assai bene la storia, compresa quella dell’architettura (ogni riferimento a Giovanni Romondini e ad altri altrettanto autorevoli, che non cito per brevità, è per nulla casuale), cosa merita? Roma, of course.
Per anni, la simbiosi istituzionale che ha governato la città è stata espressa dal tandem Gnasssadegholvaad: la crasi dei cognomi scivola tra le labbra che è un piacere. Sancisce il dolce trapasso tra una pentola e la brace di sotto, senza far avvertire la dinamica mutazione dall’aeriforme al nulla cosmico. Chi crede che la Rimini dell’avveniristico “vieni oltre”, meritasse davvero di essere eletta “Capitale italiana della Cultura 2026”, si attacchi ben al tandem!

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