Il Presidente di Confcommercio traccia la rotta e avanza proposte concrete per salvaguardare il commercio di prossimità, tra la concorrenza della grande distribuzione e quella, sleale, del "valzer delle Partite Iva"
Il commercio di prossimità in Italia attraversa una crisi profonda, e Rimini non fa eccezione. Negli ultimi dieci anni, secondo i dati dell’Ufficio Studi Confcommercio, hanno chiuso quasi 120.000 negozi, pari a uno su cinque, senza che il mercato riuscisse a reintegrarli. Una vera e propria desertificazione commerciale che colpisce in modo particolare i piccoli centri, ma che si fa sentire anche in una città turistica come Rimini.
Presidente Giammaria Zanzini, i numeri diffusi da Confcommercio descrivono un quadro preoccupante. Quanto è grave la crisi del commercio al dettaglio?
“Il quadro è davvero preoccupante. A livello nazionale abbiamo perso quasi 120.000 attività in dieci anni. È un dato enorme, che si traduce in un impoverimento del tessuto urbano e sociale: le saracinesche abbassate non sono solo un problema economico, ma anche un segnale di declino della vitalità dei centri cittadini. E Rimini non è da meno. Nella nostra provincia, in dieci anni, oltre 2.000 imprese del commercio al dettaglio hanno cessato l’attività. Solo tra il 2019 e il 2024 abbiamo visto chiudere circa 400 negozi di prossimità, praticamente uno ogni quattro giorni”.
Cosa ci dicono questi dati sulla struttura economica del territorio riminese?
“Rimini ha un’economia fortemente terziarizzata: circa l’80% delle imprese è legato a commercio, turismo e servizi. Ma il dato più significativo è che il 95% delle imprese della provincia sono microimprese, con meno di cinque dipendenti. Addirittura 730 attività non hanno alcun addetto, sono ditte individuali. È chiaro che un tessuto produttivo così fragile soffre maggiormente quando aumentano i costi fissi, gli affitti, l’energia e la burocrazia”.
C’è però chi parla di una timida ripresa legata alla digitalizzazione. La condivide?
“Sì, posso dire che esiste una cauta fiducia. Molti operatori stanno investendo in formazione, digitalizzazione e omnicanalità, cercando di reinventarsi. Ma è una battaglia in salita. Il carico fiscale per le imprese del commercio è insostenibile: il prelievo complessivo si aggira tra il 54% e il 64%, il che significa che su 100 euro di merce venduta, più di metà va allo Stato. A questo si somma il calo del potere d’acquisto: i salari reali sono fermi da trent’anni e anzi, si sono ridotti del 2%. Le famiglie spendono il 44% del proprio reddito in spese obbligate: resta poco da destinare agli acquisti nei negozi sotto casa”.
In questo contesto, qual è il ruolo dell’imprenditoria femminile e di quella straniera?
“Il commercio risulta uno dei settori con la più alta incidenza percentuale delle imprese femminili (sono il 27,1% sul totale delle imprese attive). Dato molto importante per il tessuto socio-economico territoriale. Altro dato significativo: al 30 giugno 2025 in provincia di Rimini si contano 5.109 imprese straniere attive, che costituiscono il 14,7% del totale delle imprese attive (14,5% in Emilia-Romagna e 11,9% in Italia); nel confronto con il 30 giugno 2024 +3,0%, superiore alla variazione positiva regionale (+1,9%) e nazionale (+1,6%)”.
Un altro tema che lei solleva spesso è la concorrenza della grande distribuzione.
“Sì, è uno dei nodi principali. Negli ultimi dieci anni il numero di centri commerciali è aumentato del 48%, quello dei discount del 71% e dei grandi magazzini del 111%. In Italia oggi ci sono 1.025 centri commerciali, 310 parchi commerciali e 30 outlet: oltre 1.300 strutture, una media di 63 per regione. È una proliferazione fuori controllo. Nel frattempo i centri storici si svuotano: le vetrine dei negozi tradizionali sono la luce dei quartieri, eppure continuiamo a concedere nuove aperture come se il territorio fosse infinito”.
Che tipo di contromisure proponete come Confcommercio?
“Noi chiediamo l’istituzione, a livello regionale, di un Garante del commercio di prossimità, che tuteli le piccole attività e i centri storici. E proponiamo di reintrodurre almeno una o due domeniche di chiusura mensile per la grande distribuzione, per restituire ossigeno ai negozi dei centri urbani. Stiamo lavorando anche con la Provincia di Rimini e con tutti i 27 Comuni del territorio su un documento di proposte per la salvaguardia del tessuto commerciale di prossimità. Una riflessione di ampia portata, che trova nella nuova Legge Regionale sull’Economia urbana (LR 12/2023) una preziosa opportunità di svolta per la qualificazione e l’innovazione della rete commerciale e dei servizi, per rendere le attività commerciali, e con esse tutto il tessuto urbano, più forti e dinamiche. Tutto ciò in linea con il progetto Cities di Confcommercio nazionale e con le linee del Piano Strategico di Rimini. L’obiettivo è fornire ai sindaci strumenti per intercettare fondi e normative utili alla tutela del commercio di prossimità”.
Ci sono anche problemi di concorrenza sleale?
“Assolutamente sì. Esistono fenomeni di cannibalizzazione commerciale e pratiche scorrette, come il continuo cambio di ragione sociale per eludere tasse o sanzioni. Insieme a Prefettura, forze dell’ordine e istituzioni stiamo lavorando per trovare una strada che riesca a limitare il cosiddetto “valzer delle Partite Iva” spesso utilizzato per eludere il pagamento delle imposte. È una questione di equità e di legalità”.
Guardando al futuro, cosa serve per invertire la rotta?
“Serve una pianificazione commerciale di buon senso, capace di bilanciare sviluppo e tutela del territorio e di innalzare la qualità dell’offerta, anche in chiave turistica. Non possiamo più permettere che la logica del “tutto e subito” distrugga il tessuto urbano e sociale. Rimini deve essere un modello di equilibrio tra turismo, commercio e qualità della vita. Solo così potremo dire di aver davvero salvato il commercio e insieme le nostre città”.


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