Università in Romagna, Forlì avanza e Rimini arretra: il rischio marginalità è concreto

Università in Romagna, Forlì avanza e Rimini arretra: il rischio marginalità è concreto

La presenza universitaria riminese, costruita nel tempo grazie a investimenti rilevanti del territorio — anche attraverso il ruolo svolto da UniRimini — può continuare a rappresentare un motore di sviluppo. Ma solo a condizione che torni ad essere sostenuta da una strategia condivisa, capace di integrare competenze, istituzioni e sistema economico

«Entro il 2026 siamo dell’idea di porre la prima pietra della Facoltà di Medicina». Con queste parole il sindaco di Forlì, Gian Luca Zattini, ha annunciato un progetto concreto, aggiungendo: «Stiamo lavorando con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e abbiamo una bozza del progetto».
È una notizia positiva. Ma è anche una notizia che obbliga a una riflessione più ampia sul sistema universitario della Romagna e, in particolare, sul ruolo che Rimini sta progressivamente assumendo al suo interno.
Negli ultimi anni si è infatti delineata una differenziazione sempre più marcata tra i poli dell’Università di Bologna in Romagna.
Forlì e Cesena hanno consolidato un profilo fortemente orientato all’innovazione: ingegneria, informatica, scienza dei dati, architettura, relazioni internazionali ed economia avanzata. A questo si aggiunge oggi una prospettiva concreta di sviluppo dell’area medica.
Ravenna ha costruito una identità accademica riconoscibile e distintiva: beni culturali e restauro, giurisprudenza, scienze ambientali, chimica e tecnologie per l’energia, con una specializzazione coerente con le vocazioni produttive del territorio.
Rimini ha sviluppato la propria offerta su economia, turismo, moda, servizi, benessere e, più recentemente, su ambiti statistici e farmaceutici. Un insieme coerente con la propria storia, ma oggi meno distintivo sul piano tecnologico e più esposto alla volatilità dei mercati di riferimento.
Anche i numeri contribuiscono a delineare questo quadro: Forlì supera i 7.000 studenti, Cesena è oltre i 5.000, Ravenna si colloca intorno ai 4.000, mentre Rimini si attesta intorno ai 4.500, secondo gli ultimi dati disponibili. Più che la dimensione assoluta, tuttavia, è la dinamica della crescita a evidenziare un rallentamento del campus riminese rispetto agli altri poli.
Il tema non è solo quantitativo, ma riguarda la qualità delle traiettorie occupazionali. I dati di AlmaLaurea mostrano come i laureati in ambito tecnico-scientifico e sanitario presentino tassi di occupazione più elevati e tempi di inserimento più rapidi, con differenziali che negli ultimi anni si sono consolidati. È una dinamica che incide direttamente sulla capacità dei territori di attrarre studenti, competenze e investimenti.
In questo quadro va letto anche il ruolo delle Fondazioni e, più in generale, del sistema finanziario locale. La Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì sta accompagnando un nuovo e significativo investimento sul versante universitario e sanitario, esprimendo una chiara capacità progettuale e finanziaria.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini ha svolto in passato un ruolo determinante per la nascita e lo sviluppo del campus riminese, con un impegno complessivo superiore ai 20 milioni di euro, risultandone il principale sostenitore.
Nel frattempo, però, il contesto è profondamente cambiato. La scomparsa di Banca Carim ha modificato in modo sostanziale il modello di relazione tra credito e territorio. Oggi il sistema creditizio locale è in larga parte riconducibile a gruppi bancari nazionali, con centri decisionali esterni e spesso lontani, affiancati dal ruolo — importante ma più limitato — del credito cooperativo. Ne deriva una minore capacità di orientare risorse su progetti strategici locali.
Questo rende ancora più evidente la necessità che altri soggetti, pubblici e privati, assumano un ruolo attivo nel sostenere nuove direttrici di sviluppo.
Il punto, quindi, riguarda la capacità di definire un indirizzo chiaro e riconoscibile.
Mentre Forlì investe sull’area medica, Cesena consolida il proprio profilo tecnologico e Ravenna rafforza le proprie eccellenze, Rimini appare in una fase di rallentamento, con una traiettoria che fatica a individuare nuovi assi di sviluppo.
Il rischio è quello di scivolare verso un ruolo complementare nel sistema romagnolo. E, in assenza di una strategia forte e riconoscibile, complementare può rapidamente diventare marginale.
Non si tratta di un fenomeno isolato. Negli ultimi anni il territorio riminese ha progressivamente perso peso in diversi ambiti — dalla sanità alle rappresentanze economiche — all’interno di un sistema sempre più organizzato su scala di area vasta; si pensi all’AUSL, alla Camera di Commercio, alle associazioni industriali e cooperativistiche, al sistema bancario.
L’università rappresenta uno degli snodi decisivi di questo processo. Ed è anche uno degli strumenti principali per invertire la tendenza.
Le direttrici di lavoro possibili sono note: rafforzare l’area sanitaria e le professioni collegate; sviluppare percorsi legati all’innovazione digitale e ai dati; costruire un presidio avanzato sui temi della blue economy, della logistica e della dimensione marittima; ripensare il turismo in chiave industriale e tecnologica. Ma ciò che oggi manca non è tanto l’elenco delle opportunità, quanto la capacità di tradurle in progettualità coerenti e continuative.
In questo percorso emerge anche un tema di rappresentanza. Rimini ha espresso negli ultimi anni una capacità di interlocuzione con il rettorato dell’Università di Bologna non sempre caratterizzata da continuità e incisività paragonabili ad altri territori. In un sistema universitario sempre più competitivo e policentrico, la qualità delle relazioni istituzionali e la capacità di proposta diventano fattori decisivi.
Non è solo una questione di risorse. È una questione di iniziativa, di presenza e di autorevolezza nel portare progetti e priorità ai livelli decisionali.
La presenza universitaria riminese, costruita nel tempo grazie a investimenti rilevanti del territorio — anche attraverso il ruolo svolto da UniRimini — può continuare a rappresentare un motore di sviluppo. Ma solo a condizione che torni ad essere sostenuta da una strategia condivisa, capace di integrare competenze, istituzioni e sistema economico.
A questo punto, tuttavia, è necessario compiere un passaggio ulteriore: tradurre l’analisi in scelte operative.
Tre appaiono, in particolare, le priorità su cui è possibile costruire un percorso di rafforzamento del campus riminese.
La prima riguarda il rafforzamento dell’area sanitaria.
Non necessariamente replicando modelli altrui, ma costruendo un presidio riconoscibile sulle professioni sanitarie, sulla prevenzione, sul benessere e sull’integrazione tra salute e servizi. Un ambito coerente con le caratteristiche del territorio e con una domanda in crescita.
La seconda riguarda la costruzione di un polo sull’innovazione applicata ai servizi e ai dati.
Turismo, economia dei servizi e trasformazione digitale richiedono oggi competenze avanzate: gestione dei dati, piattaforme, modelli organizzativi complessi. È su questo terreno che Rimini può costruire una specializzazione distintiva, rafforzando il proprio posizionamento.
La terza riguarda il livello istituzionale e la capacità di proposta e di sostegno finanziario.
È necessario strutturare in modo stabile una sede di coordinamento territoriale — valorizzando anche strumenti già esistenti come UniRimini — tra enti locali, sistema economico e rappresentanze, in grado di interloquire con continuità con il rettorato dell’Università di Bologna e di sostenere nel tempo progetti condivisi.
Sono tre direttrici tra loro complementari, che richiedono continuità, coerenza e capacità di costruire alleanze.
La domanda, a questo punto, è semplice: quale ruolo vuole giocare Rimini nei prossimi anni?
Perché l’arretramento universitario non è un episodio.
È il segnale di una marginalità che rischia di diventare strutturale. Non si può più continuare a nasconderlo.

COMMENTI