Idea per una grande mostra: mettiamo in scena De Carolis. Non le sue opere. Lui, proprio lui

Idea per una grande mostra: mettiamo in scena De Carolis. Non le sue opere. Lui, proprio lui

Elogio di un grande maestro, che incontrò Pasolini quando era fascista. Ecco dove incontrarlo e cosa leggere di lui. I suoi aforismi, di dolce cinismo (esempio: “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”), sprizzano intelligenza da tutti i pori. La Biennale del Disegno deve onorarlo come si deve.

11,30, Bar Embassy, arriva il maestro
Un tempo per incontrare un ‘maestro’ si facevano chilometri, si viaggiava per mesi. Non c’è bisogno di andare all’Atene di Aristotele. Negli anni Sessanta a valanghe atterravano a Parigi ad ascoltare Jacques Lacan e Roland Barthes. Che sia stato tempo ben speso, lo dirà il tempo. Quanto a noi, basta andare al Bar Embassy, Rimini, ‘marina’, intorno alle 11,30. Di solito, al tavolino, siede un tipo baffuto, d’incomparabile eleganza – spesso indossa indimenticati papillon – con bastone fedele al fianco. Occorre farsi ghermire dalla qualità della chiacchiera – un’arte antica e tramandata – di costui, che è un viaggio nel tempo, così piena di arguzia e di dolce cinismo. Giancarlo De Carolis, classe infinita, è una specie di ruspante Mosè di questo lato di mondo. Già medico di pregio, ha vissuto immerso nell’arte: suo zio, Adolfo De Carolis, è il massimo incisore del secolo scorso, ha illustrato le opere di Gabriele d’Annunzio – compresa la Francesca da Rimini – e di Giovanni Pascoli, è autore che si studia nelle scuole d’arte. La moglie di De Carolis, invece, Giuliana Mazzarocchi, già amata insegnante, è pittrice di valore, scoperta da Giorgio Morandi – alle cui lezioni partecipava pure il ‘Deca’, come è battezzato amichevolmente – di cui Francesco Arcangeli ha scritto, “è in lei una costanza, una necessità, una incapacità alle deviazioni dannose che fanno della sua opera qualche cosa di felicemente acquisito; qualche cosa cui ci si può riferire con sicurezza”.

“Osservavo Pasolini con un misto di ammirazione e antipatia”
Artista ‘esploso’ in veneranda età, notevolissimo incisore – da collezione le cartoline per il Club Nautico riminese, fatte, per altro, anche in memoria di Mattia De Carolis, scomparso tragicamente nel 1995, in mare, a bordo del ‘Parsifal’ – il ‘Deca’ ha una conoscenza eccentrica della storia dell’arte. Quanto a me, io lo amo anche come scrittore. Le sue storie, delicatamente rètro, con un retrogusto di irosa malinconia – ad esempio, la placca Le mamme ai Giardini Margherita – hanno le cadenze di un mondo perduto, perciò bellissimo. Tra i testi che conservo con una certa gelosia c’è un dattiloscritto del 1985 in cui il ‘Deca’ ricorda “l’inverno 1938/1939, un tempo così lontano per situazioni e cultura che vien da rabbrividire a pensarci”. Che ha di bello quella storia? Che il ‘Deca’ incontra, in una gita studentesca, Pier Paolo Pasolini, “in perfetta divisa del Guf (Gioventù universitaria fascista): sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri”. A causa “di una mostruosa attitudine allo studio”, Pasolini, a 17 anni, è già all’Università. “Io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, lo confesso. Questo ‘enfant prodige’ che si permette di andare all’Università a 17 anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del Guf, l’Architrave”. La scena in cui il giovane Pasolini prende con sé i liceali e racconta loro le “storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di lavoro duro e di poco pane, di solitudine” del suo Friuli, e i ragazzi sono lì, “presi, affascinati (…) per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata”, è bellissima. Il racconto, che dura 15 pagine dattiloscritte, insolito rispetto alla bibliografia pasoliniana ‘ufficiale’, mi sembra straordinario. Ho tentato – finora inutilmente – di farlo pubblicare a un editore che sappia valorizzarlo. Ritenterò.

La Street Art? Una degenerazione
La bibliografia personale del ‘Deca’, artista instancabile e polimorfico, aforista quasi di professione, è ormai faraonica. Solo per l’editore riminese Raffaelli, stampate per gli amici in copie risicate, ha pubblicato cinque libretti. L’ultimo, ancora in forma di taccuino, s’intitola Piccolo zibaldone sull’arte moderna e contemporanea ed è un tesoro di ispirazioni. De Carolis s’è messo in testa di ricapitolare l’ultimo secolo artistico, dall’Art Déco (“Il Liberty è una forma di arte signorile, patrizia anzi. Per questo, non fu popolare”) alla Pop-Art, con una intelligenza icastica, sarcastica (“La Street Art è una contumelia contro ogni ‘distinzione’ e una ‘degenerazione’ artistica dell’Arte”; “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”; “Se non sei un artista, pazienza. Cerca però di gestirti come tale”) che ricorda il Witold Gombrowicz del Corso di filosofia in sei ore e un quarto. Il manoscritto, è in attesa di editore pure quello. Sentirlo leggere dal vivo dal suo autore, è una rara esperienza in una città nota e risaputa come Rimini.

Vogliamo un catalogo dei ‘grandi vecchi’ riminesi. E una mostra
Sintesi dell’articolo. Andrebbe stilato un catalogo dei ‘vecchi maestri’ di Rimini, come il ‘Deca’. Sono monumenti viventi più utili dell’Arco d’Augusto. Bisogna rincorrerli, registrarli, metterli a disposizione dei riminesi come un ‘bene pubblico’. I vecchi maestri, quando non sono rimbecilliti dal contemporaneo, sono molto più interessanti dei comuni mortali, afflitti dalla vita, frastornati dal sistema dei consumi costi quel che costi – e quanto costa…
Quanto al ‘Deca’, artista di prestigio, ho un’altra idea. Alla prossima Biennale del Disegno bisogna metterlo in mostra, in scena. No, non intendo le sue opere – l’Assessore alle arti attuale non sa andare oltre il perimetro tribale dei propri pregiudizi. Bisogna mettere in mostra lui, il ‘Deca’. Una stanza. Una poltrona. Una scrivania piena di fogli. Una libreria. E la gente. Mezz’ora con Giancarlo De Carolis detto ‘Deca’, artista riminese d’altri tempi. Ecco il titolo della mostra. Si varca la stanza, ci si siede di fronte a lui. Si parla, si condivide un caffè. Soprattutto, si ascolta. Che bello.