Il colosso di acqua e rifiuti, “fortino rosso” del potere Pd

Il colosso di acqua e rifiuti, “fortino rosso” del potere Pd

Le inchieste di Riminiduepuntozero

Ecco come una manciata di amministrazioni comunali detengono il controllo della holding Hera (6,6 miliardi di fatturato annuo). E se alle prossime elezioni cambiasse qualcosa?

Le prossime elezioni in Emilia-Romagna possono cambiare lo scenario politico della regione. Ma potranno determinare un cambiamento anche nella vita quotidiana concreta degli emiliano-romagnoli? Ad esempio nei servizi pubblici come acqua e rifiuti?
Oggi il settore è dominato da Hera, un gruppo industriale da 6 miliardi di euro di fatturato annuo controllato dalle amministrazioni Pd. E’ un vero “fortino rosso” apparentemente inespugnabile, a differenza della Regione che i sondaggi danno in bilico, pendente verso il colore verde (ma non il verde dei manifesti del candidato di sinistra).

La multiutility è stata fondata nel 2002 per trasformare la bolognese SEABO a rischio fallimento in un tetragono colosso industriale. Seguendo un metodo che, a giudicare dai risultati economici, finora ha funzionato: quello di trangugiare in un sol boccone le ex municipalizzate, per costituire una s.p.a. a maggioranza pubblica. Il sistema prevedeva – ed è così tuttoggi – che gli stessi comuni soci affidassero alla “loro” azienda, dopo averne fissato le tariffe, la gestione dei servizi (ciclo rifiuti e ciclo idrico). Qualche volta a gara, il più delle volte no.
Pesce grosso mangia pesce piccolo: la holding erede della SEABO si spazzolò tutte le piccole società comunali o provinciali lungo la via Emilia, da Modena in giù, in un bacino politicamente omogeneo, quello delle amministrazioni locali più prone ai voleri del capoluogo regionale.
Messo in piedi un regime di monopolio di fatto, seguì la quotazione in Borsa per trarre degli utili anche dal mercato azionario. Da allora Hera è avanzata espandendosi anche in aree del Nordest (Padova, Trieste, Udine). Nel frattempo le tariffe dei servizi, anziché diminuire come promesso data la concentrazione industriale, aumentavano.
Ad oggi la società è attiva in poco meno di 300 comuni e serve 2,2 milioni di clienti incassando le bollette dei servizi ambientali, acqua fognatura depurazione, gas, energia elettrica: ricavi da 6,6 miliardi di euro (fonte La Repubblica – A&F).
Questa macchina gigantesca ha una notevole influenza sui territori in cui opera anche per via della ricchezza che vi riversa: “Il valore delle forniture da aziende del territorio è stata pari al 69% del totale e ha raggiunto i 632 milioni (+7% rispetto all’anno precedente) mentre l’indotto occupazionale è stimato in circa 8.100 persone”, recita il bilancio di sostenibilità. Oltre al dividendo di 10 centesimi per azione, che inietta risorse fresche nelle casse dei comuni soci.

Dentro la matrioska della holding, c’è un organo detentore del potere reale. Si chiama Comitato del Sindacato di Voto ed è regolato dal Patto di Sindacato sottoscritto dagli enti locali soci. Studiando le carte (grazie alla cortesia dell’ufficio stampa del Comune di Rimini; Hera non ha risposto alla nostra richiesta dei documenti, ndr) si imparano molte cose che i cittadini non hanno mai letto su altri giornali.

I poteri del Comitato
Il Comitato si riunisce almeno un giorno prima delle assemblee dei soci di Hera, in caso di argomenti chiave all’ordine del giorno: liquidazione oppure operazioni di fusione e scissione; modifiche allo statuto della società, limitatamente a sette dei suoi articoli.
Ecco gli argomenti dei sette articoli dello statuto sorvegliati dal Comitato:
voto maggiorato (cioè la novità introdotta nel 2015 per «assicurare che la prevalenza dei diritti di voto di Hera sia di titolarità» degli enti pubblici soci);
partecipazione maggioritaria pubblica;
limiti al possesso di azioni;
validità delle assemblee e diritto di veto (un potere oggi riservato a «almeno dieci Enti pubblici soci rappresentativi almeno del 35% del capitale sociale»);
nomina del consiglio d’amministrazione;
validità delle deliberazioni del consiglio d’amministrazione;
delibere di esclusiva competenza del cda (a maggioranza qualificata; su vendite e altre operazioni di valore superiore a 500mila euro o su partecipazioni a gare oltre i 25 milioni di euro di obblighi contrattuali).
Oltre ai poteri di veto sugli argomenti di cui sopra, il Comitato si riunisce anche per determinare la composizione del consiglio d’amministrazione di Hera (presentazione della lista dei consiglieri e dei sindaci), nonché i poteri del Comitato Esecutivo e le nomine di vertice (presidente, vicepresidente e amministratore delegato) della holding.

Come funziona il Comitato
Attualmente è composto di undici membri, ciascuno in rappresentanza di uno dei Soci Principali di Hera. Ma fra i Soci Principali ci sono notevolissime differenze di “peso specifico”. A determinare i pesi, e quindi chi conta di più e chi conta di meno, è il numero di Azioni Bloccate (non alienabili) detenute. Post scriptum: il numero complessivo delle Azioni Bloccate non può essere inferiore al 38% del capitale sociale, così è stabilito dal Patto. Oggi il numero di queste azioni è di 570,5 milioni, mentre le altre azioni di proprietà degli enti pubblici, sempre oggetto del Patto – cioè trasferibili ma solo dietro il coordinamento del Comitato – sono 150,2 milioni.
In base alla geografia interna della holding, nel comitato di undici membri si può esprimere un totale di 37 voti suddivisi fra gli undici componenti.
Entriamo nei dettagli. Il Comune di Bologna ha un componente nel Comitato, che da solo vale sette voti (cioè il 18,9% del totale di 37 voti). Gli Azionisti Modena valgono sei voti (cioè il 16,2%), idem per il Con.Ami. (Imola e circondario con altre zone del ravennate). Ravenna Holding vale cinque voti (13,5%). I Comuni di Padova e Trieste tre voti ciascuno. Gli Azionisti Minori Area Bologna due voti, così come il Comune di Udine. Chiudono la classifica Holding Ferrara, Rimini Holding e Comune di Cesena con un voto ciascuno.

Il punto centrale
Il Comitato può prendere delle decisioni solo con almeno il 65% dei voti complessivamente attribuiti ai componenti del Comitato presenti alla riunione.
In concreto, nel caso in cui alla riunione partecipino e votino tutti gli undici componenti, una decisione importante può essere presa solo esprimendo 25 “sì” su 37 voti. In apparenza questa norma scoraggia la velleità di pochi enti locali per favorire, di converso, la condivisione politica di una delibera da parte di una ampia maggioranza di amministrazioni pubbliche socie.
Ma in realtà la medaglia ha un rovescio. Se facciamo i conti, troviamo che due soli componenti su undici, se d’accordo tra loro, possono bloccare qualunque decisione alla faccia dei restanti nove: sono i rappresentanti del Comune di Bologna e degli Azionisti Modena, che messi insieme valgono tredici (13) voti, guarda caso proprio il 35,1% che impedisce la formazione di una maggioranza alternativa. Del resto questa somma di tredici voti – lo “zoccolo duro” che può opporsi a qualunque operazione di cambiamento – può essere raggiunta anche con altre combinazioni: Bologna + Con.Ami; Bologna + Ravenna + uno a scelta dei tre pesci piccoli (Ferrara, Rimini, Cesena); Bologna + Padova + Trieste. Ciò significa che due-tre soci di grosso calibro, se politicamente omogenei tra loro, possono tenere in mano la fabbrica miliardaria dei cicli idrico e ambientale.

Le curiosità
Non è previsto numero legale per le sedute del Comitato, che sono valide qualunque sia il numero dei partecipanti. D’altra parte, «anche in assenza di valida convocazione» il Comitato può riunirsi e deliberare, purché siano presenti tutti i suoi membri.
I vincoli determinati dalla maggioranza del Comitato sono del tutto particolari: «in caso di mancato raggiungimento nel Comitato di un voto favorevole sulla delibera da assumere» […] «ciascun Contraente esprimerà nell’Assemblea voto contrario all’assunzione della delibera stessa». In altre parole: se il rappresentante di un socio pubblico volesse far valere in assemblea dei soci l’intendimento della sua amministrazione, gli sarebbe vietato, se questa volontà fosse diversa da quella di chi controlla la maggioranza del 65% nel Comitato. La clausola è limitata alle delibere sugli argomenti-chiave elencati sopra.
Un contraente (cioè un socio pubblico di Hera che abbia firmato il Patto) in caso di inadempienza dei vincoli (intransferibilità delle Azioni Bloccate più tutte le altre norme “forti” dell’accordo) potrà essere “cacciato” dalla società e soprattutto dovrà pagare una penale salatissima, da un minimo di 3 fino a 5 milioni di euro.
Ciò vale anche solo nel caso che un socio «non abbia espresso nell’Assemblea il proprio voto in conformità a quanto deliberato dal Comitato del Sindacato» ovvero «non abbia espresso voto contrario» a una delibera bocciata dal Comitato stesso, in ordine agli argomenti-chiave di sua competenza sopra elencati. In un soviet di Lenin forse c’era più democrazia.

Il punto politico, in conclusione
Tutti i poteri di indirizzo e di comando di Hera sono attualmente in mano a pochissime amministrazioni pubbliche che, se politicamente omogenee e d’accordo tra loro, possono bloccare qualunque delibera ritenuta ostile o divergente.
Anche se le prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna determinassero una rivoluzione politica, non sarebbe facile ai vincitori cambiare lo stato delle cose. Il “cuore rosso” della holding è per ora tenuto in cassaforte in una manciata di amministrazioni comunali: Bologna, Modena, Ravenna e qualche altra. Si è scontrata con questa situazione Manuela Sangiorgi, la sindaca pentastellata di Imola che si è recentemente dimessa, citiamo, «perché o vado con il Pd, e divento una burattina del Pd come è già la nostra povera Imola, o si torna al voto» [29 ottobre 2019, fonte].
Qual è uno dei fattori scatenanti della sua resa? Nel consorzio Con.Ami. di 23 enti pubblici, dove il Comune di Imola pesa per il 65%, la Sangiorgi si è trovata nell’impossibilità di deliberare. Infatti, pur avendo il 65% delle azioni, Imola non può decidere da sola nel Con.Ami. ma serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l’assemblea, in base a una modifica di statuto del consorzio effettuata nel mandato politico precedente. Toh, proprio il contrario della regola che – attualmente – vale nel Patto di Sindacato di Hera.