“L’anfiteatro romano è il monumento. Il Ceis è un’altra bella cosa”

“L’anfiteatro romano è il monumento. Il Ceis è un’altra bella cosa”

L'Architetto Mauro Ioli: "È la conoscenza complessiva del sottosuolo che deve precedere qualsiasi scelta futura sull’area: sapere cosa è antico, cosa è moderno, cosa è ancora conservato, cosa è stato compromesso e quali interferenze devono essere rimosse o governate"

Leggo con interesse le novità che riguardano l’anfiteatro romano di Rimini. La Sottosegretaria al Ministero della Cultura, Sen. Lucia Borgonzoni, ha annunciato che il Ministero promuoverà e finanzierà, d’intesa con il Comune di Rimini, esplorazioni non invasive con georadar nelle aree di sedime del bimillenario monumento.
È una buona notizia. Anzi, è un passo nella direzione giusta.
Proprio per questo, penso possano essere avanzate alcune puntuali e collaborative avvertenze.
La prima riguarda l’obiettivo, che deve essere chiaro e non equivoco: il monumento è l’anfiteatro romano, non il Ceis.
Non è un gioco di parole. È una questione sostanziale di tutela, di storia e di prospettiva culturale della città.
L’anfiteatro è uno dei grandi monumenti della Rimini romana. È uno dei tre grandi simboli monumentali della Rimini romana, insieme all’Arco d’Augusto e al Ponte di Tiberio, e come tale deve essere pienamente riconosciuto e restituito alla città nella sua straordinaria rilevanza storica e monumentale.
E, soprattutto, l’anfiteatro non si può spostare.
È invece necessario prevedere il ricollocamento del Ceis che, per quanto importante sia la funzione che svolge e per quanto preziose siano le sue attività, può trovare una nuova e più adeguata sede, consentendo così all’anfiteatro di tornare pienamente leggibile e valorizzabile.
Peraltro, non è una posizione che nasce oggi.
In passato ho già sostenuto pubblicamente la necessità di individuare per il Ceis una nuova e più adeguata sede di sviluppo, proponendo di guardare anche a uno dei contenitori rappresentati dalle ex colonie marine oggi dismesse o inutilizzate lungo la costa riminese.
È una proposta che continuo a considerare valida e che meriterebbe, a mio avviso, di essere seriamente valutata. Oppure, naturalmente, di valutarne altre, purché praticabili in tempi ragionevoli.
Non si tratterebbe semplicemente di “spostare” il Ceis.
Al contrario, potrebbe essere l’occasione per offrirgli un contesto più adeguato alle sue esigenze, agli sviluppi delle sue importanti attività e alle sue prospettive future, recuperando al tempo stesso un patrimonio edilizio oggi inutilizzato.
Non si tratta, dunque, di scegliere tra il Ceis e l’anfiteatro.
Si tratta di riconoscere che sono due realtà diverse, entrambe meritevoli di attenzione e valorizzazione, ma con una differenza sostanziale: il Ceis può trovare un’altra sede; l’anfiteatro romano no.
Non c’è, quindi, alcuna contrapposizione tra la tutela del monumento e la valorizzazione delle attività del Ceis. Al contrario: la prospettiva dovrebbe essere quella di consentire al Ceis di continuare e, possibilmente, potenziare le proprie importanti funzioni in una sede più adeguata, restituendo contemporaneamente alla città il suo anfiteatro.
La seconda avvertenza riguarda ciò che dovrà accadere dopo le indagini georadar.
Se — come fortemente confidiamo — le esplorazioni dovessero confermare la presenza di estese masse lapidee e laterizie riconducibili alle strutture ancora sepolte dell’anfiteatro, nonostante le spoliazioni documentate nel corso dei secoli, non ci si potrà fermare alla semplice conoscenza della loro esistenza.
Dovrà conseguentemente partire una organica campagna di indagini e di scavi archeologici, finalizzata a riportare alla luce tutto quanto sarà possibile recuperare.
E, a quel punto, occorrerà interrogarsi anche sulla possibilità di una ragionevole e rigorosa ricostruzione filologica.
Non si tratta di reinventare il monumento, né di ricostruire ciò che la documentazione archeologica non consente di ricostruire. Si tratta, piuttosto, di rendere nuovamente comprensibili, attraverso ciò che sarà effettivamente documentato, la dimensione, la monumentalità, l’organizzazione e l’importanza dell’anfiteatro nella storia di Ariminum.
La conoscenza dovrà dunque precedere ogni eventuale scelta di ricostruzione o restituzione: prima gli scavi, le evidenze, i rilievi, i reperti e la documentazione; poi, sulla base di questi elementi, una rigorosa interpretazione filologica capace di restituire al pubblico la comprensione di ciò che il monumento è stato.
C’è poi un ulteriore, e forse non secondario, aspetto.
Le indagini georadar dovrebbero essere utilizzate anche per conoscere, definire e perimetrare con precisione le strutture moderne che insistono nel terreno e, in particolare, le fondazioni e le opere interrate dei fabbricati nei quali oggi si svolgono funzioni permanenti.
E dovrebbero consentire, per quanto possibile, di individuare e cartografare anche i principali sottoservizi che innervano il primo sottosuolo: reti, condotte e infrastrutture che potrebbero avere interferito nel tempo con le strutture antiche o che potrebbero rappresentare oggi un elemento di criticità per la loro conservazione.
Non è un dettaglio tecnico.
È la conoscenza complessiva del sottosuolo che deve precedere qualsiasi scelta futura sull’area: sapere cosa è antico, cosa è moderno, cosa è ancora conservato, cosa è stato compromesso e quali interferenze devono essere rimosse o governate.
Anche questa è una conoscenza indispensabile per poter costruire, con serietà e senza pregiudizi, il futuro dell’area.
Il punto, in definitiva, è semplice.
Rimini ha l’opportunità di affrontare finalmente con metodo, rigore scientifico e lungimiranza la questione dell’anfiteatro romano.
Il georadar può essere l’inizio di un percorso. Non il suo termine.
È auspicabile, dunque, che anche i vertici del Ministero condividano pienamente questo orientamento e che le indagini siano concepite fin dall’inizio come il primo passaggio di un progetto più ampio di conoscenza, tutela e restituzione del monumento.
Occorre avere il coraggio di guardare oltre la superficie e di verificare che cosa ancora conserva il sottosuolo.
Perché sotto quella terra non c’è soltanto un volume archeologico: c’è una parte importante della storia della Rimini romana.
E dunque, ancora più chiaramente:
il monumento è l’anfiteatro. Non il Ceis.
E proprio perché il monumento è l’anfiteatro, è l’anfiteatro che deve essere rimesso in luce, studiato, tutelato e restituito alla città.

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