Arnoldo Foà, Jean-Louis Barrault e il ridicolo dell’epoca presente

Arnoldo Foà, Jean-Louis Barrault e il ridicolo dell’epoca presente

O dell'occasione mancata per celebrare degnamente l'anniversario della nascita di Sigismondo.

28 luglio 1969, a Castel Sismondo fu rappresentato il Malatesta di Henry de Montherlant. Col grande Foà nei panni di Sigismondo. Anziché allestire una produzione, trovare il successore di Barrault e Foà, in poche parole lavorare e non cazzeggiare, cosa ci offrirà il nostro Assessorato alle Arti? Una minestra che viene riscaldata dal 2004.

I peggiori nemici d’un uomo sono i suoi compatrioti.
(Henry de Montherlant, Malatesta, 1946)

Ricordo, curiosamente, molto bene quel periodo. Avevo quindici anni ed era l’estate tra la quarta e quinta ginnasio. Alcune sere prima l’uomo era allunato, Lucio Battisti cantava ripetutamente Acqua azzurra, acqua chiara e io ero innamorato. Figuriamoci se perdevo tempo per andare a vedere Arnoldo Foà. Che, poi, l’avevo visto tutto l’inverno ne La freccia nera, lo sceneggiato bolscevico dove faceva il cattivo Sir Daniel.
La rappresentazione si tenne a Castel Sismondo, adibito a carcere fino a due anni prima e, in via del tutto eccezionale, riaperto al pubblico per l’evento. Così lunedì 28 luglio 1969, su iniziativa della Azienda di Soggiorno e Turismo di Rimini, con un anno di ritardo sul cinquecentenario della morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta, fu rappresentato il Malatesta di Henry de Montherlant (1895-1972) a Rimini.
Del Malatesta e di Montherlant – così amato dal collega Davide Brullo – sarà obbligo prima o poi parlare in questa serie di cartoline da Rimini. Scritto nel 1943-44, pubblicato nel 1946 e messo in scena nel 1950, chi voglia leggerlo dovrà ricorrere alla vecchia edizione Bompiani del 1952 dove è contenuto in una silloge della drammaturgia dello scrittore francese o, più facilmente e non sorprendentemente, nel prezioso opuscolo edito da Walter Raffaelli nel 1995 accompagnato da una breve nota critica di Luca Scarlini. Ma qui la panoramica sarà limitata e ne tratteremo specialmente a partire da Arnoldo Foà.

L’occasione di questi ricordi è stata infatti suscitata quando, lo scorso 7 aprile, prima dell’allocuzione del Gran Maestro Stefano Bisi durante l’apertura del Tempio allestito nel Palacongressi di Rimini in occasione della Gran Loggia, l’assemblea annuale del Grande Oriente d’Italia, Arnoldo Foà è stato insignito alla memoria con la massima onorificenza del Grande Oriente, la Giordano Bruno, classe oro, che il Gran Maestro ha consegnato alla figlia Rossellina. Una grande emozione tra il numeroso pubblico che assiepava il Tempio (come si può vedere nel video girato dal sodale Davide Cardone) si è sparsa quando è stato proiettato il video in cui Foà leggeva la celebre poesia If dell’altrettanto famoso massone Rudyard Kipling, che è, senza che i più se ne accorgano, un monumento letterario ai principi massonici. Non so quale emozione o meglio sconcerto devo invece aver suscitato in mia moglie, aliena a qualsiasi riflettore, quando con una di quelle sporadiche uscite di umorismo macabro e cinico che sottopone al sarcasmo anche la mia morte, le ho evidenziato che una simile cerimonia le sarebbe stata risparmiata, avendo ricevuto in vita, nel 2011, la Giordano Bruno, classe oro.
Non che con questo mi voglia in alcun modo paragonare ad Arnoldo Foà, un gigante del nostro secolo, protagonista e non solo testimone della storia e della vita culturale del nostro paese. Ma nelle Logge, come non molti sanno, si è tutti fratelli e uguali, senza alcuna distinzione di censo, e chi dirige il Grande Oriente deve aver pensato che sotto il profilo dei meriti massonici questi fossero pari, anche se in proposito nutro fortissimi dubbi. Come ha ricordato l’amica Cinzia Lilliu, responsabile dell’Ufficio stampa del GOI: «Arnoldo Foà amava definirsi semplicemente un pensatore. Ma era molto di più. Era un Fratello del Grande Oriente d’Italia, iniziato nel 1947 nella loggia Alto Adige di Roma. Intellettuale straordinario, che, con la sua passione civile ha dato lustro al nostro paese, Foà, che era nato a Ferrara il 24 gennaio 1916 e che si è spento l’11 gennaio 2014 a Roma, è stato un grandissimo attore, poeta, pittore, scultore e doppiatore. Ebreo, che miracolosamente sfuggì alle leggi razziali, fu proprio lui ad annunciare l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 alla Radio degli alleati. Fu la sua voce a dare l’annuncio all’Italia, una voce inconfondibile, che passerà alla storia del cinema come la “voce di Dio”, che Foà doppiò infatti nel colossal “La Bibbia” di John Houston. Figura poliedrica del secolo scorso, Foà ha lavorato tantissimo per il teatro e il cinema ed è stato protagonista di grandi sceneggiati televisivi. Tra i registi che lo hanno diretto: Visconti, Squarzina, Ronconi, Strehler, Blasetti, Scola e Orson Wells».
Esponente di quella schiera di personaggi dello spettacolo, come il lucchese Ermete Novelli, i romani Ettore Petrolini, Aldo Fabrizi e Paolo Stoppa, i napoletani Totò, Vittorio Caprioli e Alighiero Noschese, i bolognesi Annibale Ninchi e Gino Cervi, lo stabiese Raffaele Viviani, il torinese Carlo Campanini e il sanremese Carlo Dapporto, e altri ancora – che avevano cercato e trovato proprio nella Massoneria un’ancora spirituale ed esistenziale, loro che per il mestiere di attore erano costretti a navigare fra tante vite diverse, entrando ed uscendo da un personaggio all’altro.
Questo interprete innamorato del teatro, ma che aveva graziato con la sua arte anche il cinema e la televisione, in quel 28 luglio del 1969 dava la sua voce timbrica, preziosa e pulita a Sigismondo e ne vestiva i panni.
Lo stesso giorno, per l’occasione, venivano pubblicati sulla prestigiosa Terza Pagina de Il Resto del Carlino un fondo dello stesso Montherlant e sulla Cronaca di Rimini un articolo di Luigi Pasquini (1897-1977), pittore, illustratore, giornalista e scrittore riminese, personaggio significativo per la cultura letteraria della Romagna del Novecento riminese.
Nel primo, Montherlant alludeva con discrezione alla sua cecità («le ombre non si allontanano da me», e ancora «ferito dal sole come Icaro»). Montherlant, la cui omosessualità oggi è ampiamente nota, era una cosiddetta velata che non fece mai outing, per quanto fosse di dominio pubblico l’espulsione, durante la primavera del 1912 alla fine dei suoi sedici anni quando era all’ultimo anno alla vigilia degli esami, dalla prestigiosa scuola di Sainte-Croix de Neully, avvenuta perché scoperto a intrattenere una relazione sessuale con un compagno di 15 anni e i pettegolezzi del tempo volessero che la sua cecità fosse stata causata da lesioni agli occhi dovute a un crudele pestaggio di un gruppo di giovinastri in un cinema parigino dove aveva l’abitudine di adescare adolescenti. Piacere – come dice Jean-Louis Barrault in un testo che tradussi sul Malatesta di Montherlant e di cui dirò tra breve – «che è ancora il segno di un’adolescenza che persiste e non di una sessualità senescente e viziosa». Ovviamente Barrault si riferiva al personaggio di Malatesta, creato da Montherlant e da lui messo in scena ed interpretato nel 1950, ma ho sempre pensato che tra le righe scorresse una più estesa chiamata di correità per lo stesso autore e una identificazione proiettiva.

Il nostro «Pasolini di destra» si lamentava nel pezzo del Carlino di non poter vedere egli stesso rappresentato Malatesta nella Rocca, come da vent’anni aveva sognato.
Il pezzo di Luigi Pasquini è invece svogliato e chiaramente compilato su commissione. Serba soltanto un suo interesse per il paragone tra Sigismondo Malatesta e Federico Fellini. Parallelo del tutto improponibile, come confrontare le mele con le pere. Se, per inferenza, paragonassimo Basinio Parmense a Tonino Guerra ne risulterebbe un chiaro confronto spurio in cui si accostano due realtà lontane se non estranee.
In ogni caso, nell’inutile incontro in residenza comunale del 25 novembre scorso sul programma degli eventi per i prossimi sesto centenario della nascita di Sigismondo Malatesta e cinquecentocinquantenario della sua morte, mi sono permesso, con un po’ di perfidia, di informare il sindaco Andrea Gnassi che in Luigi Pasquini aveva un illustre antecedente letterario nella combinazione simpaticamente curiosa e strampalata di Malatesta e Fellini, che trasformerà in un futuro prossimo le sale del castello in scenari e set felliniani. A proposito: cosa ne penso della fellinizzazione del Castello? male, malissimo, nello stesso senso in cui si sono espressi Italia Nostra e il Fai. E in senso opposto e contrario al manipolo di guide turistiche della Confcommercio che ancora fingono di non capire che non sempre, nel nostro disastrato paese, tutela e valorizzazione si conciliano, ma mostrano viceversa di aver ben compreso la speranzosa possibilità di essere riammesse al banchetto della mercificazione a tutti i costi del nostro patrimonio culturale dalle cui maglie non ci si libererà facilmente. Detto questo, è vero che con la fine della dinastia malatestiana sul castello sembra essere piombata la malasorte: prima le devastanti demolizioni del dominio papalino, poi caserma, poi carcere … cosa sarà mai ospitare in una sua sala la storica la pernacchia e il gesto dell’ombrello di Alberto Sordi agli operai per il possibile sollucchero dei turisti?
La scena del Malatesta era invece allora «composta da alte pedane e altri praticabili che si allineavano bene contro la muraglia» della Rocca e i costumi di Giovanni Polidori (1923-1992) erano «assai belli».
Lo spettacolo giungeva a Rimini, non nella classica traduzione del poeta Camillo Sbarbaro (1888-1967) – cioè quella delle edizioni Bompiani e Raffaelli – ma in una versione di Mario Moretti (1929), che sarebbe divenuto uno tra gli autori più noti e apprezzati di tutta la drammaturgia italiana contemporanea, e con la regia di José Quaglio (1923-2007). Nel ruolo di Sigismondo Arnoldo Foà la cui «brusca simpatia – annotava un critico del tempo – si espande forse divertendo più del necessario», mentre un altro critico gli attribuiva «una recitazione nevrotica». Nel ruolo di Paolo II Tino Carraro (1910-1995) «suadente e paternamente ambiguo», nei panni del letterato assassino Porcellio Gianni Galavotti (1922-1993) «addirittura esuberante nel manierismo abilissimo». Il personaggio di Isotta «con il suo enfatico convenzionalismo» era interpretato da Andreina Paul (una signora non rivela mai la sua età) e un «sobrio» Mario Valdemarin (1931) interpretava Basinio, mentre una giovane Manuela Kustermann (1946) era la seducente Vannella.
So tutte queste cose perché nel 2004 mi presi la briga di tradurre L’Infini est du coté de Malatesta (L’infinito è dalla parte di Malatesta), un testo del 1951 in cui Montherlant cercava di spiegare la sua tragedia al pubblico parigino che l’aveva allora accolta con qualche perplessità, sostanzialmente derivata dall’incomprensione del personaggio di Sigismondo Malatesta. Mi sembrava importante che fosse conosciuto anche in Italia e a Rimini e trovai una sponda nel coraggioso e raffinato editore Walter Raffaelli che, come detto, aveva già pubblicato il testo del dramma. Preceduta da una introduzione del noto scrittore e francesista Giuseppe Scaraffia, firma fissa del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, la mia traduzione era seguita da un’appendice abbastanza ricca di documenti (tra cui il testo di Barrault sopra menzionato «Perché amiamo Malatesta») e immagini. Tra questi extra c’era una sezione di fotografie, una delle quali dedicata allo spettacolo di Arnoldo Foà. Nel libro racconto come, dopo aver pensato che «mi pareva impossibile che il grande fotografo Davide Minghini (1915-1987), che, da quando ritrasse Rimini, agli inizi degli anni Trenta, dall’aeroplano, mai tralasciò di fotografare gli episodi, grandi e piccoli, dell’epopea turistica riminese, non avesse immortalato questo evento», Nadia Bizzocchi, solerte responsabile dell’Archivio fotografico della Biblioteca Gambalunga, riuscì, immediatamente, dietro le mie scarne indicazioni, a trovarmi la documentazione fotografica della serata, che immortala, in diversi scatti, alcuni momenti dello spettacolo e altri del fuori-scena.
Per inciso: non mi si venga a dire, come è capitato, che parlo sempre male del Comune di Rimini. Bravi bravissimi anzi ottimi tutti i dirigenti e impiegati della Gambalunghiana: fosse per me li metterei a capo di tutta la civica amministrazione.
Già allora, nel 2004, mi era nota l’affiliazione massonica di Arnoldo Foà, il quale mandò un biglietto di suo pugno per ringraziare Raffaelli, ma è tradizione libero-muratoria mantenere la discrezione su tale appartenenza che può essere svelata solo dopo la morte.
Nel libro informo anche chi fu il primo a mettere in scena e interpretare Malatesta che, come ormai avrete capito dai diversi accenni, fu nientepopodimeno che Jean-Louis Barrault. Non so se mi spiego: il mimo Baptiste, protagonista di una delle più strazianti storie d’amore mai raccontate, il leggendario Les Enfants du paradis (Amanti perduti), il capolavoro cinematografico del 1945 che segnò l’acme della collaborazione artistica fra il regista Marcel Carné e lo sceneggiatore-poeta Jacques Prévert.
In un articolo del 1953 di Nevio Matteini (1914-1992), Sangue malatestiano nelle vene di Montherlant, che quando compilai il libro sul Malatesta non conoscevo e che solo recentemente ho scoperto, il saggista romagnolo allora in corrispondenza col drammaturgo francese riferisce che anche allora per una serie di circostanze l’allestimento dell’opera non poté realizzarsi e che nella sua lettera Montherlant si dichiarava disposto a venire a Rimini: «tanto più che anche Jean-Louis Barrault arde dal desiderio di prodursi nella città malatestiana».
Insomma, un dramma in quattro atti di uno scrittore grande da riscoprire e assolutamente da rimettere in scena. E l’occasione principe avrebbe potuto essere il prossimo anniversario della nascita di Sigismondo. E invece cosa ci offre il nostro Assessorato alle Arti? Il Momo di Leon Battista Alberti con commento di Massimo Cacciari, visto e rivisto, a Bologna l’anno scorso, e così via fino a Crema nel 2006, a Milano nel 2005, ma soprattutto nell’edizione del 2004 di Antico/Presente. E come se a un compleanno invece di un prestigioso Saint-Honoré ci rifilassero la mitica Luisona.
So bene che il galateo di monsignor Della Casa dice che dare consigli non richiesti è come dire di esser più savio di chi si consiglia, «anzi un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza» e che è cosa che non va fatta con tutti, ma solo con gli amici più stretti e con chi dipende da noi. E, siccome i politici dipendono da noi, dai nostri voti e dalle nostre tasse, e perdipiù è stata richiesta la mia opinione in occasione della ricordata inutile riunione sulle celebrazioni della doppia ricorrenza, mi sento più che legittimato in queste osservazioni.
C’è solo da sperare che Montherlant non sia ricaduto nelle stesse censure ideologiche dominanti nella nostra città che investono Pound e i suoi Cantos malatestiani e che finiranno prima o poi per fare lo stesso effetto delle censure dell’Indice o dei braghettoni ai nudi di Michelangelo.
Ma la spiegazione è forse più semplice e quasi automatica. La cultura ormai è nella nostra città quasi un peso e alla meno peggio uno sfogo mentale e non più una soluzione di civiltà. Lo si vede nel dettaglio, nelle soluzioni più appariscenti e comode che evitano ogni sforzo di pensiero e di lavoro: pensare al Malatesta voleva dire allestire una produzione, trovare il successore di Barrault e Foà, in poche parole lavorare e non cazzeggiare.
Se il buongiorno si vede dal mattino, stiamo pur sicuri che le celebrazioni malatestiane non saranno mai affrontate per davvero. Saranno ridotte a diverse escrescenze posticce per caratterizzare il vero spirito di questa e quella festa/evento che devono essere sempre kitsch se non trash, vale a dire la negazione prima e il riscatto della merda poi. Una realtà nella quale il sostanziale nullafacentismo, l’operoso pressappochismo, l’uniforme provincialismo e l’inutilità delle stentate esistenze letterarie locali provvederanno a demolire, una volta per tutte nella nostra città (ma solo nella nostra, all’Augé, noncittà, per fortuna) l’internazionalità malatestiana e le debolezze e immaturità istituzionali, culturali e perfino antropologiche lasceranno il campo aperto alla solita cialtroneria, al dettoeridetto, alla fabbricazione di combinazioni culturali (?) improbabili o trite stendendo una patina di smalto crassa e banale, purché di qualche effetto idiota ma priva di qualsiasi novità di ricerca nel campo degli studi malatestiani.
Ed è questa la differenza tra Sigismondo Pandolfo Malatesta e chi ci governa oggi. Quella che Montherlant, maestro degli aforismi, ci indicava: Si amava l’oro perché dava il potere e col potere si facevano delle grandi cose. Adesso si ama il potere perché dà l’oro e con quest’oro se ne fanno di piccole.