Dipendente comunale denuncia un abuso edilizio e palazzo Garampi lo punisce

Dipendente comunale denuncia un abuso edilizio e palazzo Garampi lo punisce

Trasferito, demansionato e dequalificato. Cosa ha combinato di tanto grave un funzionario dell'ufficio controlli edilizi del Comune di Rimini? Ha messo il naso in un abuso edilizio e per lui sono iniziati i guai. Alla fine la sezione controversie del lavoro della Corte d'Appello di Bologna gli ha riconosciuto il "carattere ritorsivo" del trattamento subito. Ma ormai si era anche ammalato. Una storia incredibile, che si potrebbe chiamare "diritto e castigo".

Un dipendente comunale, per di più addetto ai controlli edilizi, che segnala un abuso, anzi più d’uno, merita un encomio, quanto meno un “bravo”, o una punizione da parte dei suoi superiori? La risposta sembrerebbe scontata. Ma dal momento in cui il funzionario in questione ha preso quella decisione, per lui sono cominciati i guai. Una serie di guai. E’ stato trasferito dal suo ufficio e “parcheggiato” altrove. Ha cominciato una lunga vertenza legale. Ha subito minacce da chi non aveva gradito che gli abusi edilizi fossero stati portati alla luce del sole.

La vicenda è complessa ed è stata affrontata in tre gradi di giudizio, con procedimenti penali, sia per il filone dell’abuso edilizio e sia per quello dell’abuso d’ufficio, perché a processo è finito sia il responsabile dell’abuso, riconosciuto responsabile, sia due dirigenti comunali (nel frattempo uno non è più in servizio e l’altro ha cambiato settore), alla fine assolti “perché il fatto non costituisce reato”. La giustizia ha sentenziato che non hanno commesso l’abuso d’ufficio per “difetto dell’elemento soggettivo”. E’ mancata la prova piena della intenzionalità della loro condotta che pur era stata contraddistinta da diverse violazioni di legge che avevano consentito al privato di edificare illegittimamente.
Ma su un punto non ci sono dubbi: “Ricorrono una serie di indizi, gravi precisi e concordanti, che supportano la tesi di parte appellante secondo cui l’assegnazione del Galvani ad altro ufficio fosse, almeno in parte, causalmente legata alle segnalazioni e denunce del medesimo sulla illecita gestione di alcune pratiche edilizie presso l’ufficio controlli edilizi del comune di Rimini”, si legge nella sentenza (non appellata dal Comune di Rimini) della sezione controversie del lavoro della Corte d’Appello di Bologna pubblicata nel 2017.

Sì, perché il caso abbastanza clamoroso, riguarda le segnalazioni svolte dall’architetto Robertino Galvani a partire dal 2006 su abusi che si stavano commettendo nel cantiere vicino alla propria abitazione: un manufatto accessorio attiguo all’edificio principale, era stato fra l’altro demolito e ricostruito, ampliato in larghezza e altezza e collegato al corpo principale diventando una unità abitativa indipendente. Lavori realizzati con semplici dichiarazioni di inizio attività, che riportavano uno stato di fatto diverso da quello reale, mentre sarebbe stato necessario un permesso di costruire. Sette le difformità rilevate tra lo stato di fatto denunciato e quello accertato, sia a carico dell’edificio principale e sia del manufatto accessorio, al momento del sopralluogo svolto da polizia municipale e ufficio controlli edilizi. Ma il Comune non sospese i lavori e la costruzione è rimasta al suo posto. Dirà il procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Bologna che il dirigente dell’epoca si limitò “all’invito” rivolto alla proprietà “a non proseguire i lavori, quasi che l’ufficio comunale potesse limitarsi ad esercitare una funzione educativa”.
Quando Galvani segnalò gli abusi attraverso un esposto si sentì rispondere dal dirigente “non abbiamo già abbastanza lavoro?”. Tanto che dovette insistere non poco e fare intervenire anche il difensore civico. I sopralluoghi non scattarono subito “ma oltre quattro mesi dopo la prima istanza”, farà notare lo stesso procuratore generale e la notizia di reato fu trasmessa “due mesi dopo l’accertamento delle difformità”.

Nel dicembre del 2008 Galvani dall’ufficio controlli edilizi venne trasferito al Suap con la motivazione della “incompatibilità dell’impiego di personale tecnico part time con le attività e gli obiettivi da raggiungere” (Galvani era in regime di part time verticale dal marzo del 2008, ndr). Inoltre al Suap c’era bisogno di un tecnico che avesse il profilo di Galvani. Queste le motivazioni ufficiali. Ma i giudici d’Appello hanno riconosciuto che “il mutamento d’ufficio e mansioni deciso dall’amministrazione nei confronti del Sig. Galvani appare illegittimo, non solo in quanto determinante una dequalificazione professionale del dipendente, ma inoltre e in via logicamente prioritaria, per il carattere ritorsivo del medesimo, atto a determinarne la nullità”. E’ documentato, aggiungono, “come le segnalazioni del Galvani abbiano determinato l’apertura del procedimento penale nei confronti del proprietario dell’immobile e del direttore dei lavori e di due dirigenti comunali”. Infatti le sentenze stabiliranno che gli abusi c’erano e il legale rappresentante della società proprietaria dell’immobile fu condannato.
Alla base del trasferimento ci furono, dunque, ragioni “riferibili alle citate segnalazioni e denunce che avevano investito direttamente l’operato dei dirigenti comunali superiori gerarchici del Galvani”. E “poco convincenti dal punto di vista logico” appaiono “le esigenze organizzative poste a base del provvedimento di trasferimento del Galvani”. Di fatto il funzionario fu dequalificato e demansionato, messo a fare poco o nulla (“emerge un sostanziale svuotamento delle mansioni”, “pochissime pratiche in un anno”), e il Comune è stato condannato a reintegrare Galvani alle funzioni precedentemente svolte (o equivalenti) e a risarcirlo del “danno alla professionalità”, che si era consumato per oltre sei anni (dal 2009 al 2015). E’ stata dunque riconosciuta la “natura ritorsiva della decisione datoriale”.

Galvani tornò al lavoro ma non fu ricollocato ai controlli edilizi. Durante la pendenza delle cause “mi hanno messo ai Lavori pubblici, alla pubblica illuminazione, dove ho fatto l’autista del tecnico che si occupava di quel servizio”, racconta Galvani a Rimini 2.0. Poi, dopo la sentenza della Corte d’Appello di Bologna che ha condannato il Comune di Rimini, c’è stato un altro trasferimento: al Sue (sportello unico edilizia), sempre per fare poco o niente.
A fine 2013, in piena tempesta per i fatti fin qui sinteticamente riepilogati, Galvani scopre di avere un tumore. “Sono stato operato la prima volta nel giugno del 2014, poi ho subito un altro intervento nel 2015 per l’insorgenza di un secondo carcinoma. Nel febbraio del 2017 l’Ausl mi ha riconosciuto inabile al lavoro e il Comune mi ha subito comunicato la cessazione del rapporto di lavoro”.

Perché gli esposti di Galvani hanno sollevato questo vespaio e addirittura le ritorsioni di palazzo Garampi? Difficile rispondere. L’abuso in questione coinvolgeva una società nella quale compariva anche un noto imprenditore riminese (però mai entrato nel processo e che quando scoppiò la tempesta si sfilò dalla società).
Galvani ha combattuto come un leone (difeso dall’avvocato Davide Lombardi) ed ha segnalato la sua situazione a due sindaci. Nel 2007 scrisse a Ravaioli. Riepilogò la vicenda e aggiunse: “Normalmente, soprattutto quando si è in presenza di attività di cantiere, il sopralluogo avviene in tempi abbastanza rapidi e qualora si accertino irregolarità, il cantiere viene sospeso in attesa di maggiori dettagli o chiarimenti salvo rimandare l’eventuale riapertura dei lavori alla definizione delle controversie eventualmente aperte dalla verifica. Contrariamente ad ogni aspettativa per la quale mi sarei aspettato l’emissione di una sospensione lavori (una istruttoria di merito della DIA presentata, avrebbe potuto evidenziare sicuramente elementi tecnici sufficienti per applicare una scelta del tipo) ho dovuto presentare un secondo sollecito a seguito del quale mi sono sentito accusato di poca sensibilità verso l’Ufficio (l’Ufficio Controlli era carente di personale tecnico). Una accusa del genere non me la sarei mai aspettata, al che ritenendo di subire un comportamento lesivo dei miei diritti mi sono rivolto in data 12/02/2007 al Difensore Civico al quale ho esposto il semplice caso e dal quale ritengo arriveranno comunicazioni” (che infatti arrivarono, ndr). Motivò di aver deciso di rivolgersi al sindaco per “portarla a conoscenza di questo sgradevole incidente” e per esternargli “l’amarezza provata”. “In questi ultimi mesi sono molto smarrito… metto molto impegno nel mio lavoro, e serietà, e lo faccio anche perché i miei figli sappiano che è con l’impegno e la serietà che si possono fare le cose per le quali si è orgogliosi di avere lavorato e si è lottato per migliorare. Questi sono i miei ideali e gli ideali non possono venire calpestati”. Concludeva con l’augurio di “non dover più riprendere simili argomenti” e con la speranza che “con le sue (del sindaco, ndr) capacità sarà in grado di indicare le linee guida per ripianare anche questi problemi”.
Ha ricevuto qualche risposta dal sindaco Ravaioli? “Nessuna”, assicura Galvani.

A fine dicembre del 2012 scrive anche al sindaco Gnassi. Gli formula gli auguri e poi va al sodo: “In momenti particolari come questi tutti sono impegnati a formulare ricette e quindi anche io ne ho una da proporre, molto semplice. Applicare a tutti e per tutti i livelli sociali, la Costituzione della Repubblica italiana. E suggerirei, fra i diversi articoli, di partire dall’art. 4 che sancisce nei suoi commi che ‘la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto’ e che ‘ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società’. A questo proposito è di questi giorni il completamento del mio quarto anno di occupato a non fare nulla o di fare veramente poco… ho il sospetto che nel comportarmi secondo quanto sancito dall’art. 97 primo comma (“I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione…”, ndr) e all’art. 54 secondo comma (“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”, ndr) ho osato toccare qualcosa che non avrei dovuto toccare. Ho reclamato questo stato di cose con diversi ad iniziare dal sindaco che l’ha preceduta ma, pur essendo in tanti consci di questa mia situazione, tutti hanno taciuto e tacciono. Sono stanco. Sono stanco di subire questa situazione che ritengo essermi applicata perché ho scelto di essere onesto. Nonostante si continui a dire che verrà premiata la professionalità, sembra che essere onesto non paghi. Forse perché se sei onesto non sei ricattabile. Questo sistema di cose mi sta svuotando. Vero è che tutti sono necessari e nessuno indispensabile, ma dopo aver investito sulla mia professionalità ed avendo un curriculum interessante, trovarmi a fare protocolli (quando ci sono) è certamente umiliante. E questo aspetto non è l’unico a farmi male”.
Ha ricevuto qualche risposta dal sindaco Gnassi? “Nessuna”.

C’è un ulteriore aspetto, inquietante, che ha aggravato il quadro. Galvani e la moglie hanno anche subito minacce pesanti dal legale rappresentante della società condannato per gli abusi edilizi, del seguente tenore: “Ho provveduto a contattare personaggi di Bari disposti a comprare tutto così come si trova e capaci di far saltare in aria l’intero quartiere se la cosa non si chiude con accettazione dello stato di fatto”. E ancora: “Non sei tu che devi preoccuparti perché voglio vedere quando tornerà a casa tua moglie con la faccia gonfia e piena di botte piangendo dal male, ce l’avrai tu sulla coscienza”. Queste le frasi che si leggono nella sentenza di condanna. Disse anche di avere alle spalle persone potenti, facendo il nome dell’imprenditore locale che originariamente compariva nella società titolare dell’immobile attorno al quale è andato in scena tutto il contenzioso. Lo stesso legale rappresentante della società, si presentò anche nel negozio della moglie “chiedendomi se ero assicurata, se avevo le telecamere, perché bisognava tutelarsi in quanto i suoi genitori avevano subito delle rapine”. Il tribunale di Rimini ha riconosciuto a Galvani la “prova di un danno morale in ragione della reiterazione e della gravità delle minacce”. Ma ormai più di dieci anni della sua vita, e in parte anche quelli della sua famiglia, erano stati devastati.