Il business degli allestimenti fieristici “in esclusiva”

Il business degli allestimenti fieristici “in esclusiva”

Dopo la decisione di Agcm che mette il dito in una piaga aperta da anni, Luigi Camporesi (che sul tema batte non da oggi) si prende le sue soddisfazioni. Noi cerchiamo di raccontare cosa è successo a partire dal 2014 e il meccanismo dei "servizi in esclusiva", che fanno la fortuna di società nell'orbita di Ieg. Una, senza dipendenti, nel 2018 ha sfiorato un valore della produzione di 13 milioni e mezzo di euro.

Lorenzo Cagnoni (IEG SpA), Andrea Gnassi (Comune di Rimini), Riziero Santi (Provincia di Rimini), Alberto Zambianchi e il suo predecessore Fabrizio Moretti (Camera di Commercio) hanno già eliminato, e pretendono di eliminare anche in futuro, la concorrenza per i lavori di allestimento dei padiglioni fieristici e decidere chi debba lavorare in questo settore a Rimini e chi no (e anche a Vicenza, fiera oggi fusa con quella di Rimini). In tutto il resto d’Italia, fatta salva Verona (dove mi si dice la situazione sia analoga) gli imprenditori possono partecipare alle gare di appalto per gli allestimenti fieristici: è la libera concorrenza. A Rimini invece, lavorano solo le aziende che decidono costoro”. Luigi Camporesi, consigliere comunale di Obiettivo civico, la storia la conosce bene e la agita da anni. E’ stato lui a presentare interrogazioni ed esposti, anche alla Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato, che ha deciso di impugnare davanti al Tar (è notizia di ieri) le delibere dei tre enti, i quali non vogliono cedere le partecipazioni detenute per mezzo di Italian Exhibition Group in società operanti nel settore dell’allestimento stand per fiere, congressi ed eventi in genere. Secondo Agcm il grand rifiuto avrebbe un “evidente impatto sotto il profilo concorrenziale, in quanto suscettibile di condizionare lo svolgersi della dinamica competitiva, determinando indebiti vantaggi concorrenziali a favore delle società partecipate dagli enti pubblici”. Saranno i giudici amministrativi ad esprimersi, ma il contraccolpo che questa vicenda assesta ai poteri locali è, con ogni evidenza, forte.
Comune, Provincia e Camera di Commercio della Romagna accampano le loro ragioni per rispondere picche alla sollecitazione venuta dall’Authority, come abbiamo scritto ieri citando la delibera del consiglio comunale di Rimini, ma può essere utile spiegare cosa è accaduto.

L’accusatore. Luigi Camporesi

Anzitutto la parola a Camporesi. “A seguito di un mio esposto del 2017 [1], [2] e di altri di imprenditori del settore penalizzati, l’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato è intervenuta, anche se nel frattempo il Presidente Cagnoni ha tentato di eliminare il problema, acquistando la totalità delle azioni della società, prima solo partecipata al 51%, che agiva in regime di monopolio (illegale secondo le tesi dell’esposto). L’Autorità Garante AGCM non sembra però essere soddisfatta del tentativo di riparazione, e ha appena fatto ricorso al TAR, il Tribunale Amministrativo Regionale [3]. Al di là di come si pronuncerà il TAR, rimane il punto politico: possibile che a Rimini sia permesso a questi signori di fare i comodi propri in sfregio ai principi minimi di equità? Non si tratta di una sola questione di giustizia sociale, del principio della libera concorrenza ma, visti i valori in gioco e la tradizione politica riminese recente, anche di una questione democratica”.
Per anni, prosegue Camporesi, “il Consiglio di Amministrazione della Fiera, oggi IEG, è stato il luogo in cui è avvenuta la spartizione della città fra Centro Sinistra e il sempre-felice-di-perdere Centro Destra. E’ sufficiente osservare i nomi dei CdA di Fiera e partecipate varie per arrivare a questa conclusione. Con commesse per decine di milioni di euro gestite localmente in sfregio alle norme nazionali, si fa fluire liquidità alle persone prescelte e si gestiscono (molti) posti di lavoro. Prescelte per cosa poi? E’ arcinoto che la libera concorrenza favorisca le condizioni migliori per gli acquirenti, quindi vi devono essere valide motivazioni per la scelta di eliminarla, così come è stato fatto. Secondo logica, si può ipotizzare che le aziende e le persone che godono del vantaggio di vedere letteralmente eliminata la loro concorrenza, garantiti guadagni e stipendi, ripaghino il favore ricevuto. Anche perché chi lo concede, il favore, potrebbe facilmente toglierlo. Potrebbe essere l’impegno per un pugno di voti nei momenti elettoralmente più difficili? La storia elettorale riminese pare rispondere affermativamente. Quando poi i fatturati sono milionari e gli utili tendenti allo zero, senza di fatto alcun controllo realmente efficace sui valori di fatturazione, fantasia ed esperienza contabile suggeriscono possibili risvolti che voi umani non potete neppure immaginare (in generale fino a quando una bella inchiesta penale fa pulizia della carta straccia, si veda il caso Aeradria, con alcuni degli stessi protagonisti di questa vicenda ancora sotto processo). Del resto, che la Fiera sia de facto un luogo per la gestione di distribuzione di denaro e del consenso è arcinoto, non si capirebbero altrimenti fatti apparentemente senza una solida base logica. Per esempio, perché da anni la Fiera continui a pagare pubblicità ai due quotidiani locali, quasi che i riminesi avessero bisogno di qualcuno che ne ricordi loro la presenza, come non bastassero i blocchi del traffico che si verificano ad ogni manifestazione importante e le relative imprecazioni diffuse fra la cittadinanza. Al di là della violazione dei principi di equità e di quelli democratici, per nulla irrilevanti, rimane poi l’insopportabile arroganza dei signori sopra citati. Perché di fatto, loro sono loro e voi, spiacente dirlo, non siete proprio un cazzo”.

Un passo indietro. Come si è arrivati a parlare di libera concorrenza e allestimenti fieristici? Circa sei anni fa la Fiera aveva ceduto il 49% di una società di servizi e allestimenti che si chiamava Promospazio (denominazione poi modificata in Prostand Exibition Service), alla Pro.Stand. L’operazione, nell’ambiente, non era passata inosservata perché la cessione era avvenuta ad un prezzo molto favorevole: poco più di 45mila euro, pur essendo, come vedremo, una gallina dalle uova d’oro. Si discusse, sempre fra gli addetti ai lavori, anche della opportunità della cessione, in quanto avvenne senza evidenza pubblica: sarebbe stata necessaria oppure no? C’è chi opta convintamente per la prima ipotesi e chi per la seconda. Sta di fatto che tutto filò liscio come l’olio e senza intoppi.
Prostand Exibition Service ha in Nazario Pedini il presidente del consiglio di amministrazione, “uomo Fiera” da tempo, direttore tecnico di Ieg. Il capitale sociale di P.E.S. (77.500 euro) è per il 51% in quota Italian Exhibition Group (39.525 euro) e per il 49% appartiene a Pro.Stand (37.975 euro). Prostand Exibition Service non ha praticamente dipendenti (“la società non è dotata di personale avendo esternalizzato tutti i servizi”) ma il valore della produzione nel 2018 ha sfiorato i 13 milioni e mezzo di euro con un incremento di quasi 1 milione rispetto al 2017 e in crescita anche sul 2017, quando totalizzava 11.909.735 euro. “Rispetto all’esercizio precedente, il fatturato generato dalla società, relativo al business degli allestimenti, è ulteriormente cresciuto del 7.75% con un incremento in valore assoluto di 964.920 euro, ma di converso il MOL ed il risultato d’esercizio hanno subito una contrazione”. A quanto pare gli affari vanno molto bene nel settore del noleggio, commercializzazione, vendita e messa in opera di stands espositivi, arredi, sale convegni, impianti pubblicitari, siti Congressuali e di accoglienza. “Il risultato raggiunto dalla vostra società, nell’esercizio trascorso, deve intendersi positivo tenuto conto sia dell’incremento del fatturato annuo, che conferma il trend di crescita dell’ultimo triennio, sia dall’aumento della propria quota di mercato nel settore degli allestimenti sul territorio dell’Emilia Romagna“, sta scritto nel bilancio 2018. Tanti soldi e senza forza lavoro. Probabilmente molti allestitori privati tagliati fuori dai giri fieristici ci metterebbero la firma anche per incassare molto meno.

Per il lavoro di noleggio e allestimenti fieristici e congressuali, ovvero per tutta la gestione concreta, Prostand Exibition Service si avvale di Pro.Stand, che invece di dipendenti ne ha una quarantina (bilancio 2018). Chi comanda in Pro.Stand? Ieg naturalmente, detenendo 108.937 euro di azioni (60%) su 181.557. Le rimanenti sono in mano a privati. Anche per Pro.Stand gli affari vanno molto bene. Nel 2018 “l’andamento della gestione è stato caratterizzato da un fatturato pari a € 21,7 milioni, in aumento di € 5,3 milioni rispetto all’Esercizio 2017. Il valore aggiunto risulta pari a € 3,3 milioni, in linea con il dato 2017. Il margine operativo lordo, al netto di costi del personale pari a € 2,2 milioni, è pari a € 1,1 milioni, con una incidenza del 4,9% sul fatturato, in diminuzione rispetto al dato 2017 (margine operativo lordo di € 1,5 milioni con una incidenza del 9,1% sul fatturato). Il risultato operativo è pari a € 0,4 milioni, in diminuzione di € 0,5 milioni rispetto al dato 2017. Il risultato netto è pari a € 284.297 (positivo per € 659.657 nel 2017)”.
Nel febbraio 2019 l’assemblea dei soci di Pro.Stand Srl ha approvato il progetto di fusione per incorporazione di Colorcom Allestimenti Fieristici Srl di Vicenza (anch’essa citata nei cahiers de doléances di Agcm) in Pro.Stand Srl: “L’operazione sopra descritta rientra nell’ambito del più generale progetto di sviluppo dei servizi di allestimento elaborato dalle Società medesime in collaborazione con il socio di riferimento Italian Exhibition Group S.p.A., volto a accrescere le proprie attività nei settori della progettazione, realizzazione e commercializzazione di allestimenti fieristici, sia a livello nazionale che internazionale, che prevede la creazione di un unico polo degli allestimenti leader nel settore exhibition solutions” (dal bilancio 2018 di Pro.Stand).

Il meccanismo che viene lamentato non da oggi è che i servizi in “esclusiva” che Prostand Exibition Service affida a Pro.Stand, tarpano le ali ad ogni altro fornitore, indipendentemente dai prezzi praticati. Una sorta di monopolio. Pare ci sia anche altro a scoraggiare la concorrenza, ma su questo se possibile torneremo.
Che sia in esclusiva non lo diciamo noi ma la stessa Pro.Stand nel bilancio 2014: “Dal punto di vista commerciale e societario l’evento principale dell’anno è relativo all’acquisizione del 49% della società Promospazio (Gruppo Fiera di Rimini)”, diventata poi Prostand Exibition Service, la quale “è titolare di un accordo di fornitura in esclusiva con Rimini Fiera spa per tutte le forniture di allestimenti e si avvale in esclusiva di Prostand per garantire tale accordo di fornitura. Tra le parti è stata individuata l’area geografica dell’Emilia Romagna quale bacino commerciale all’interno del quale sviluppare il business insieme a Rimini Fiera spa attraverso il veicolo della P.E.S.“. Più chiaro di così non si potrebbe.

Davanti a questa situazione, l’assessore Jamil Sadegholvaad nel febbraio del 2017 in consiglio comunale, rispondendo alla interrogazione di Camporesi, sosteneva la seguente tesi: “Mi è stato detto che qualsiasi espositore che venga nei padiglioni fieristici di Rimini può avvalersi del fornitore che crede, si può portare il suo allestitore, l’esclusiva riguarda invece gli acquisti di servizi che Rimini Fiera fa, e tra l’altro non essendo assoggettata al codice degli appalti può anche muoversi in questo senso. Faremo tutti gli approfondimenti del caso…”. E a Camporesi non restava che far notare all’assessore che “gli imprenditori esclusi, ed ho ricevuto delle lamentele direttamente, non la pensano come lei e comunque c’è una legge entrata in vigore nel 2016 che dice l’esatto contrario, cioè le società partecipate, comprese quelle fieristiche, devono rispondere di nuovi obblighi”.
Il decreto legislativo al quale Camporesi faceva riferimento è il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (qui per chi volesse approfondire). Si parla di “controllo analogo”, di alienazione delle partecipazioni, che deve avvenire “nel rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione”, di società in house che “ricevono affidamenti diretti di contratti pubblici dalle amministrazioni che esercitano su di esse il controllo analogo o da ciascuna delle amministrazioni che esercitano su di esse il controllo analogo congiunto solo se non vi sia partecipazione di capitali privati… e che avvenga in forme che non comportino nemmeno l’esercizio di un’influenza determinante nella società controllata”.  E’ questo il film che si è visto a Rimini?