“Laboratorio aperto” del ponte di Tiberio: così si spendono quasi 2 milioni di euro

“Laboratorio aperto” del ponte di Tiberio: così si spendono quasi 2 milioni di euro

E’ la cifra del progetto aggiudicato dalla Regione al Comune, che a sua volta sta aprendo un bando ai privati. Si parla di innovazione digitale, ma la spesa prevista per il software è zero. Il grosso dei soldi andrà al gestore e alle consulenze. L’analogo esempio milanese è l’ex Ansaldo, affidato da Pisapia a una cordata Arci e compagni.

Prototipazione rapida.
Webinar.
Know how.
Servizi extranet.
Community online.
Coprogettazione e testing.
Storytelling.
Business plan.
Partnership.
Innovation Square.
Sea Wellness.
Input, workshop, network. Imprese coesive.
Interoperatività possibile.
“Harvard Business Review”.
“Pane e internet”.
Co-working, co-progettazione, CI.VI.VO. Digitale.
Stakeholders.
Tecnologie wired e wireless con alte performance.
ICT, e-skills, open government, smart city.
Smart community, city-users, hub della comunicazione sociale, non solo storytelling ma di più, urban storytelling.
Land art, design thinking, business modeling.
E ancora: Augmented Reality, Near Field Communication, nuove tecnologie wearable, mix esperienziale, benessere pluridisciplinare, sollecitazioni estetico culturali, entertainment, turismo-cultura-wellness.
Loisir.
Et cetera.

Non stiamo scherzando e non abbiamo bevuto né fumato alcunché.
E’ che la realtà del linguaggio politico mischiato a quello della regio-euro-burocrazia, supera di gran lunga ogni slancio di fantasia.
L’elenco che abbiamo fatto di parole, mozziconi, lemmi, panna, frasi fatte, definizioni convenzionali, non è tratto da un fumetto né da un libro scritto male, né tantomeno da Orwell. Son fogli scritti a palazzo Garampi e resi noti al pubblico, affinché sappia di che cosa si preoccupano oggi, agosto 2017, i nostri amministratori locali.
Che cosa hanno in testa i governanti? Ecco: “le principali tematiche da sviluppare in coerenza con la Strategia di sviluppo urbano sostenibile e con lo sviluppo della esperienza universitaria. Fattore strategico di sviluppo della città è la valorizzazione dell’attrattività turistico-culturale, che va realizzata in una prospettiva integrata di riqualificazione socio-economica e culturale di un ambito più ampio rispetto ad un singolo edificio e di contestuale e funzionale messa a disposizione di servizi ed attività innovative, affinché possa diventare una leva fondamentale per la sostenibilità economica e sociale della città, indispensabile per generare nuove opportunità di sviluppo e di occupazione per imprese e cittadini”.

Un’orgia di parole e paroloni per descrivere un progetto comunale, partecipante alla suddivisione regionale di una torta da 30 milioni di euro. Precisamente una torta in salsa UE, della serie POR (che significa Programma operativo regionale) FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) 2014-2020, Asse 6, “Città attrattive e partecipate”, Azione 2.3.1 (“Soluzioni tecnologiche per l’alfabetizzazione e inclusione digitale”, eccetera eccetera).
Per avere il proprio spicchio, il Comune ha elaborato il progetto “Laboratorio Aperto Rimini Tiberio”. Riepiloghiamo in fretta, con vocaboli nostri e pedestri, da osteria, di che si tratta: riempire una parte degli spazi della nuova ala del Museo della Città (ex ospedalino), e al contempo fare qualcosa per la promozione culturale e turistica dell’area del ponte di Tiberio, nella quale si stanno buttando giù muri e costruendo passerelle sull’acqua. Palazzo Garampi ha aperto una “consultazione di mercato” per raccogliere le disponibilità dei privati ad entrare nel progetto, affondando il coltello nella panna della torta.

Al Comune di Rimini la Regione Emilia-Romagna – con una prima delibera esattamente di due anni fa – ha destinato la concessione di 1,8 milioni di euro, pari all’80% della spesa prevista e ammissibile. La cifra è così suddivisa nelle tre annualità: nel 2016, quota UE 247mila euro, quota Stato 173mila, quota Regione 74mila; nel 2017 quota UE 602mila, Stato 421mila, Regione 180mila; nel 2018, quota UE 50mila euro, quota Stato 35mila, quota Regione 15mila euro. Quindi i soldi del progetto da 1,8 milioni vengono per il 50% dalle casse di Bruxelles, per il 35% dallo Stato e per il restante 15% dalla Regione. Tutti soldi pubblici, provenienti dalle tasche dei contribuenti.
La scheda di progetto curata dal Comune e resa pubblica nei giorni scorsi all’Albo Pretorio dell’ente, parla però solo di un milione di euro di “risorse POR”, a copertura dell’80% del costo di realizzazione del progetto, mentre l’altro 20% pari a 250mila euro dovrà essere pagato da parte del beneficiario del contributo pubblico. Vedremo.
Del resto è già stabilita la suddivisione del budget: il grosso dei soldi andrà alle “spese per il soggetto gestore” (48%), poi alle “collaborazioni con altri enti” (24% pari a 300mila euro), al personale interno (15% pari a 180mila euro), alle consulenze (quasi il 10% pari a 120mila euro), fanalino di coda le “spese per attrezzature tecnologiche” di soli 50mila euro, pari al 4% del conto. “Spese per sotware = zero euro”. E dire che lo chiamano un progetto di “agenda digitale”…
Dunque non si sa come farà il soggetto gestore, con soli 50mila euro di strumentazioni e zero euro di applicazioni, a realizzare i “prodotti e/o servizi innovativi ad alto valore tecnologico”, le “soluzioni integrate hardware e sotware specifiche nel settore della prototipazione rapida”, la “fornitura di servizi di progettazione, di consulenza e di trasferimento di know how a enti pubblici e a privati”, nonché gli altri 11 “servizi a reddito” previsti in modo da “contribuire alla sostenibilità” del progetto comunale.
A meno che il servizio 2 (“studio ricerca sperimentazione realizzazione gestione commercializzazione e diffusione di prodotti e servizi informatici telematici e connessi ad internet, di portali web e siti internet, commercio elettronico e per corrispondenza, newsletter mailing messaggistica sondaggi di opinione ricerche di mercato web marketing community online progetti web, web design, posizionamento e indicizzazione, servizi internet ed extranet, prodotti multimediali in genere”) non consista in realtà in una rivendita di servizi già esistenti da anni sulla piazza, alla portata di qualunque provider. Un negozio insomma, con buona pace dell’“innovazione ad alto valore tecnologico”.

Ma non formalizziamoci troppo e torniamo ai sogni dell’amministrazione comunale. Già un anno fa il progetto di Laboratorio Aperto è stato studiato nel corso di un seminario, dove palazzo Garampi ha pensato bene di indicare quali sono i due modelli gestionali a cui guarda.
Il primo è la Fondazione Giacomo Brodolini, con sedi da Crotone ad Ankara, specializzata in “definizione, applicazione, valutazione e diffusione di politiche a tutti i livelli di governo; dialogo sociale e scambio di conoscenze tra la comunità accademica, i policy maker, le istituzioni, la società civile ed il settore privato”. La FGB sta partecipando alla rigenerazione di un’area industriale dismessa a Torino, la ex Incet. Nella Fondazione siede come vicepresidente una vecchia conoscenza della Prima Repubblica, e poi della Seconda, Giorgio Benvenuto, parrocchia sindacale UIL.
Il secondo modello è a dichiarato marchio ARCI: l’associazione partecipa infatti con una costellazione di s.r.l. a lei vicine, alla riapertura di 6mila metri quadrati della ex Ansaldo a Milano.
Nel 2012, non sapendo a chi affidare la rinascita dei padiglioni dell’ex acciaieria, Pisapia li promise al collettivo Macao che stava occupando abusivamente uno stabile. Alla fine prevalse la soluzione del bando pubblico, vinto appunto da Arci ed amici due anni fa, con apertura degli spazi nel marzo 2016.
Oggi nell’area, fra gli altri servizi c’è un ristorante di street food, dove “i piatti vengono serviti su vassoi di legno al centro della tavola, pronti per essere condivisi” (Corriere.it). Ancora dalle cronache del luglio scorso: “cucina in linea e niente posate. Al loro posto pratici stecchi di legno sui quali viene servito il cibo. Troppo primitivo? Per niente, «anzi, molto pratico» dicono i clienti”.

Conclusione, la strada è segnata anche per Rimini: hub creativo, storytelling, street food. I binari sono già tracciati: non solo il politicamente corretto, ma anche l’eno-gastronomicamente corretto. E vedremo chi vincerà il bando.