L’incontro diocesano con Prodi e il nuovo collateralismo (a sinistra) che soffia sulla chiesa

L’incontro diocesano con Prodi e il nuovo collateralismo (a sinistra) che soffia sulla chiesa

Ci si sarebbe dovuti preoccupare di tenere la Diocesi e il Vescovo al riparo da accuse di parzialità e divisività. Ma il vero vulns è il deficit culturale.

Domani sera il Progetto Culturale della Diocesi di Rimini presenterà al Tarkovskij un incontro “informativo” sulle prossime elezioni col prof. Romano Prodi (Presidente emerito della Commissione Europea) intervistato dal giornalista RAI Giorgio Tonelli.

La cosa ha suscitato grandissimo scalpore in un mondo cattolico diviso più che mai su quelle che sono le scelte politiche di fondo.
Inquantoché Romano Prodi, come tutti sanno, lungi dall’essere super partes, si rifà a quel Pd Zingarettiano cui, dopo la parentesi Renziana, ha nuovamente aderito facendo propaganda a suo favore.

Personalmente non credo ci sia da scandalizzarsi più di tanto per il fatto che la Diocesi, con questa iniziativa, si sia schierata oggettivamente a sinistra, seguendo un trend di gran parte della gerarchia a livello nazionale che sembra voler riprodurre l’antico collateralismo democristiano semplicemente cambiato di segno.

Il problema è il modo con cui tutto questo avviene.

Voglio dire che la Diocesi avrebbe potuto, per ampliare il range del dibattito, trovare un counterpart di pari grado capace di fornire alternative adeguate, ma soprattutto ragionate, alle posizioni Prodiane.
Oppure far intervistare Prodi da un giornalista che non appartenga alla sua area politica e che proprio per questo non rischi di fare da ripetitore e basta al Presidente emerito.

Se non altro per offrire un ventaglio di ipotesi interpretative in grado di tenere la Diocesi e il Vescovo (nonché quelle componenti del mondo cattolico come il Meeting e il Portico del Vasaio da sempre attestati su altre posizioni) al riparo da accuse di parzialità e divisività quali un’impostazione del genere non può che fomentare in maniera dirompente.

Il problema insomma sembra ancora una volta quel deficit culturale, quell’insipienza argomentativa che è la causa (ben più che l’obsoleta ammuina sui valori) della spaccatura postdemocristiana dell’intero mondo cattolico.

Come dimostrato dal recente tentativo di ricomporre un simulacro di unità valoriale, se non politica, tra le diverse componenti di quel mondo, tentativo promosso da una certa parte della gerarchia e miseramente fallito.

Tanto da far supporre che la serata Riminese (e Rimini non è una città qualunque nel panorama nazionale) sia solo una prima mossa di quella parte del mondo cattolico che spinge verso l’embrassons nous a sinistra, in un quadro però di desolante povertà ideologica che è tutto tranne che Bergogliana.

Perché si sa quanto le vie della politica siano lastricate di buone intenzioni, mentre, evangelicamente, solo la verità (non la carità né i valori) potrà farci liberi.